ABORTIRE E’ UN PO’ MORIRE

15 marzo 2009 0 Di redazione

Ciao a tutti,
sono una ragazza di 24 anni, e vi scrivo per raccontarvi la mia storia. Non è una storia diversa da molte altre, ma siccome a me ha aiutato parlare con donne che ne hanno vissuta una simile, spero che questo mio racconto possa aiutare altre ragazze come me.
Avevo appena 20 anni quando mi accorsi, per un insolito ritardo, di essere incinta. I miei erano distanti e la sola idea di affrontare con loro l’argomento mi faceva rabbrividire: non avrebbero mai capito, o almeno di questo mi ero convinta io.
L’unico su cui speravo di poter contare era il mio ragazzo, di qualche anno più grande, ma compresi ben presto che la sensibilità di cui avevo bisogno era poco meno di un miraggio: per lui, quella gravidanza era solo un problema da risolvere in fretta; e da sola, perché lui non sapeva proprio come aiutarmi, e per giunta viveva lontano da me.
Giorno dopo giorno, sentivo il peso dolcissimo di una vita che mi cresceva dentro, e quella consapevolezza non mi abbandonava un solo istante, né di giorno né di notte. Sentivo quello che io chiamavo “il mio fagiolino” farsi spazio tra le angosce che mi tormentavano, e se da una parte non vedevo l’ora che tutto finisse, dall’altra non riuscivo a non pensare a lui, al suo nome, ai suoi occhi, alle mani che non mi avrebbero accarezzata mai.
Piangevo; ricordo lacrime bollenti a rigarmi il viso. Chi non l’ha provato, non può capire: è come andare incontro ad un destino che non sai evitare, ma che daresti l’anima per cambiarlo, per dargli un diverso epilogo. Ma l’epilogo, ormai, era tristemente scritto, perché la paura e l’inesperienza, a cui aggiungerei la solitudine in cui l’unico affetto su cui speravo di contare mi aveva gettata, non mi permettevano di valutare altre strade.
Sola, trascorsi l’ultima notte con “il mo fagiolino” nella pancia, e sola mi recai in clinica la mattina seguente. Sola, guardavo le altre donne accompagnate dai loro uomini, e sola …sola…sola.. mi risvegliai senza di lui, senza più avvertirne la presenza. La mia pancia era come una tomba silenziosa e lui, il mio bambino, se n’era andato via per sempre.
Per alcuni anni dopo quel terribile giorno il solo fatto di vedere dei bambini mi procurava dolore, mi toglieva il fiato. Sentivo dentro un rimorso che mi divorava: io, incapace di uccidere anche solo una formica, avevo interrotto l’esistenza di un essere d’Amore.
Quel dolore al petto diventava sempre più forte, finché capii che occorreva un espediente per superare tanta angoscia, e l’espediente fu quello di scrivere una lunga lettera al mio bambino. Gli raccontai il perché non avessi potuto fare diversamente, e gli parlai di me in ogni più piccolo dettaglio, non tralasciando il pessimo rapporto con i miei e l’illusione di un amore che si era rivelato terribilmente deludente e vile. Gli raccontai la dolcezza con cui avrei voluto vivere ogni istante della mia gravidanza, se solo fossi stata capace di portarla avanti, e di quanto lui non meritasse tutto quello che gli avevo fatto; gli chiesi anche di perdonarmi per non aver saputo scegliere una strada diversa e mi congedai da lui facendogli sapere che avrebbe vissuto negli occhi di ogni bimbo che avrei incontrato, da quel momento fin…per sempre.
A lungo ho maledetto me stessa per non essermi saputa concedere il privilegio di vederlo crescere tra le più tenere premure, e l’immagine di un bimbo paffutello e boccoloso, col grembiulino azzurro che mi si avvinghiava al collo tornando dall’asilo mi ha tormentata per anni.
Oggi sono un po’ più grande, e vivo un Amore Vero, con cui sarei pronta ad affrontare pienamente la maternità. Il “mio fagiolino” non l’ho dimenticato, e a lui riconosco il pesante merito di avermi fatta crescere e di avermi cesellato addosso una sensibilità diversa. Non so quando ne arriverà uno tutto nostro, ma ora so che la mia Vita assumerà un rinnovato senso a partire dal momento in cui mi sentirò dentro un nuovo battito, sincrono con quello del mio cuore.
A chi ha vissuto una storia simile, consiglio di non tenersela chiusa dentro, perché solo gli stolti avranno la tentazione di giudicarla male. Io suggerisco di parlarne con chi è vicino, ma anche con un estraneo di passaggio; scrivetene, parlatene, ascoltate chi l’ha vissuta. Perché sono piccoli come “fagiolini”, ma il pensiero che se ne siano andati via per sempre può essere devastante e non possono bastare le lacrime per dimenticare.
Un saluto a tutti i lettori del “Punto a Mezzogiorno” e grazie per avermi permesso questo sfogo