La testimonianza di DANIEL, scampato a un inferno di macerie e vivo per miracolo

9 aprile 2009 0 Di redazione

Ciao Daniel, intanto io e tutti i lettori de “Il Punto a Mezzogiorno” ti rivolgiamo il nostro miglior augurio per una pronta guarigione. Tu sei originario di Atina; di cosa ti occupavi a L’Aquila?
Ero iscritto all’Università, dove tre anni fa avevo iniziato con il corso di Biotecnologie, poi due anni fa ho effettuato un passaggio al corso di laurea in “Tecnico di Laboratorio Biometrico”, che tuttora frequento;in questi giorni ero impegnato in ospedale per via del tirocinio. Se non fosse stato per questo, mi sarei trattenuto ad Atina qualche giorno in più e questa brutta storia me la sarei certamente scampata…
Di che intensità era l’attività sismica precedente a quella terribile scossa di domenica notte?
Le scosse erano iniziate a dicembre, e la frequenza era piuttosto variabile, ma solitamente ne avvertivamo una ogni due giorni.
E voi come vivevate quell’incessante ripetersi di tremori della Terra? Gli allarmismi dilaganti quanto vi condizionavano nella vostra quotidianità?
Francamente non badavamo molto agli allarmismi. Fin da quando erano iniziate le scosse, eravamo scappati via da casa nel cuore della notte solo tre volte. All’inizio, in effetti, avevamo paura, al punto che certe volte, di notte, ci organizzavamo per restar svegli: in casa di una nostra amica avevano portato dai piani superiori dei materassi e ci mettevamo lì a guardare film su film per tenerci compagnia e non rischiare che il terremoto ci cogliesse nel sonno.. Ma certamente non potevamo star fuori ogni notte, perché poi avevamo comunque un’intera giornata da affrontare, per cui col tempo avevamo finito per farcene una ragione, seppur mantenendoci sempre vigili e pronti a scappare. La sera prima del terremoto ero davanti al mio computer e stavo chattando con un amico, il quale mi confessò che avvertiva nell’aria qualcosa di strano e che non si sentiva per niente tranquillo; io cercai di rasserenarlo, dicendo che forse era la paura e la tensione a creargli quelle sensazioni e che certamente non sarebbe accaduto nulla. Invece, evidentemente, c’aveva sentito bene!
Poi, domenica notte..
Prima della scossa avevo avvertito un forte boato. Il mio è un letto a castello e normalmente dormivo sopra, ma quella notte, spaventata dalla forte scossa di mezzanotte, era venuta da me la mia ragazza e io mi ero sdraiato nel letto di sotto per tenerle compagnia. Per me questa è stata una salvezza, perché se fossi stato sopra di sicuro non avrei avuto un riparo e non so se sarei riuscito a scamparmela. Dopo il boato, durante il tremore, dal corridoio arrivavano rumori incredibili e ho capito che stava crollando tutto. In una manciata di secondi di immobilità ho cercato di riflettere su cosa fare, se potevamo azzardare la fuga, se potevamo alzarci dal letto. Nei giorni precedenti, con i miei compagni di appartamento avevamo studiato e messo a punto una sorta di “piano di fuga”: avevamo escluso le scale, che normalmente sono estremamente pericolose, e siccome le finestre delle altre stanze erano sbarrate da inferriate, quella della mia camera era l’unica attraverso cui avremmo potuto tentare di scappare. Per questo, avevamo predisposto uno sgombero di tutto ciò che poteva ostacolare la fuga da ogni punto della casa verso quella finestra. Al termine della lunghissima scossa, valutata l’impossibilità di passare per il corridoio, afferrai poche cose e mi affacciai alla porta-finestra, scavalcando la piccola ringhiera antistante e, saltando su un pianale sottostante, con un ulteriore salto mi lasciai cadere sull’asfalto per circa due metri (l’appartamento era posto al primo piano). La mia ragazza, intanto, era rimasta su e con l’aiuto di altri due amici riuscimmo a far scendere anche lei. Di fianco alla nostra casa sapevo che una coinquilina di una mia collega avrebbe trascorso lì la notte da sola, per cui corsi ad accertarmi che stesse bene, ma poi mi accorsi che c’era anche suo fratello (che era andato a farle compagnia dopo la forte scossa di mezzanotte) e che entrambi erano usciti indenni. Tutti assieme, poi, ci dirigemmo verso la piazza Fontesecco, e intanto dalle finestre ci chiedevano aiuto. Ricordo che aiutammo una famiglia, due genitori e una figlia di circa vent’anni: padre e figlia scesero subito; la madre, invece, continuava a buttar giù roba per garantire alla figlia un congruo riparo, mentre noi le urlavamo di buttarsi perché non poteva temporeggiare oltre, era troppo rischioso. Alla fine, per fortuna, riuscirono a salvarsi tutti. Ma la gente che urlava dal terzo o quarto piano – impossibilitata a scendere perché erano crollate le scale e che da quell’altezza non poteva certo azzardare il lancio – proprio non sapevamo come aiutarla, allora fornivamo indicazioni ai soccorritori, che provvedevano con i loro mezzi. Con gli altri ragazzi che avevamo incontrato ci recammo in piazza, dove era forte l’odore di gas, per cui ricordo che urlammo a quelli che stavano fumando di spegnere le sigarette. Dalla piazza ci allontanammo attraverso vicoli di macerie, e con lo sguardo alcuni controllavano verso il basso e altri verso l’alto per evitarci il pericolo di inciampare o di essere investiti da qualche oggetto in caduta libera. Dopo aver accompagnato due amici ad una delle vie di accesso a L’Aquila (dove il loro padre, che era riuscito ad arrivare attrverso una delle poche strade ancora percorribili, li stava aspettando) arrivammo al convitto, dove fornimmo il nostro aiuto per tirar fuori i ragazzi dalle macerie e, fortunatamente, quelli che soccorremmo erano tutti vivi. Poi, quando ormai era mattina, arrivarono i Carabinieri e ci fecero allontanare, perché non eravamo equipaggiati di caschetti e protezioni varie, e poteva essere molto pericoloso per noi continuare a stare lì. Solo allora iniziai a sentire il freddo e ad avvertire il dolore di un forte trauma cranico, causato dal cartongesso che mi era cascato in testa.
Daniel, durante i periodi delle continue scosse, qualcuno si è preoccupato di diffondere tra la gente le più elementari regole per evitare il peggio, banali accorgimenti per non rischiare di commettere errori grossolani?
Assolutamente no, nessuna prevenzione. Solo tra amici cercavamo di scambiarci informazioni. Ma bisogna anche ammettere che in quei momenti di panico è difficile comportarsi razionalmente e si finisce per sbagliare comunque. Ricordo, per esempio, ragazze che scappavano alla rinfusa per le strade e che venivano colpite dai calcinacci che cadevano dai palazzi.
Cosa sei riuscito a portar via delle tue cose?
Poco e niente. L’armadio era caduto e alcuni indumenti erano sul pavimento, così afferrai un pantalone ed un giubbino. Poi, in strada, c’erano ragazzi che erano riusciti a portarsi via il bagaglio che tenevano sempre accanto a sé, e ci scambiammo gli indumenti in base alle nostre esigenze; per esempio, io che ero riuscito a recuperare le mie scarpe non presi da altri i calzini e lasciai che li prendesse chi aveva freddo ed era scalzo, anche se molti calzini li impiegammo per tamponare le ferite. Proprio ieri sono rientrati in casa mia i VVFF e l’unica cosa che sono riusciti a recuperarmi è stato il computer, che era vicino alla finestra.
Di tutto quello che hai perso – fermo restando il fatto che l’unica cosa che conta è che sia tu che la tua ragazza siate vivi e stiate benone – cosa ti manca di più?
I miei libri. Avevo evitato di fotocopiarli, e li avevo comprati tutti, uno per uno, per portarli con me negli anni a venire, affinché mi supportassero durante la mia carriera. Li ho persi tutti. E ho perso il mio animaletto domestico, un iguana, che se non è stato schiacciato dalle macerie, sicuramente è morto di freddo.
Ora sei tornato ad Atina, nel calore di casa e lontano da quell’inferno. Come stai?
La notte non si dorme! Sento ancora le urla disperate che riecheggiano nella mia testa. Vorrei poter fare qualcosa, dare il mio aiuto, e non appena mi sarò rimesso certamente tornerò a L’Aquila, perché ci sarà ancora tanto da fare anche nei prossimi mesi. Ho provato ad invitare qui un mio amico, ma non vuole lasciare la sua terra. Spero di guarire in fretta, perché ora ciò che più mi preme è tornare lì e rendermi utile.
E la tua ragazza come sta?
Lei sta bene. Durante quei momenti di panico, cercai di proteggere la sua testa sotto il mio petto, per cui – per fortuna – non è stata colpita. Ora anche lei è a casa, a Cassino.
Un tuo pensiero, Daniel..
Provo dolore per chi non ce l’ha fatta. E, forse, ancor di più per chi è sopravvissuto e non ha più niente o, ancor peggio, nessuno; perché un tetto sulla testa lo recuperi, ma gli affetti che sono rimasti sotto quelle macerie se ne sono andati via per sempre.
Ah.. ti mando una foto. La scattai quando arrivammo in piazza e, vedendo tanta gente, tirai un sospiro di sollievo pensando “Grazie al Cielo ce la siamo scampata anche questa volta!”. E fotografai un buco che si era aperto sotto il cornicione di un palazzo. Poi mi voltai, e solo allora vidi i cumuli di macerie e realizzai che l’inferno era appena cominciato e che erano davvero troppi quelli che non dovevano essere sopravvissuti. Da quel momento foto non ne ho scattate più e questo è l’unico ricordo che mi porto dietro.
In bocca al lupo, Daniel. Grazie per questa testimonianza e ancora tanti tanti auguri per una pronta ripresa e, pur consapevoli che dimenticare non si può, speriamo che tu possa ritrovare presto la serenità che meriti.