Criminalità organizzata nel Cassinate, Taviano chiede una DDA localizzata

20 giugno 2009 1 Di redazione

“E’ ormai una litania continua quella degli arresti di personaggi latitanti o comunque legati alla camorra e di sequestri di beni appartenenti a soggetti o società riconducibili a quegli ambienti, che vengono effettuati dalle Forze dell’Ordine in provincia di Frosinone e, in particolare, nel cassinate. – A parlare direttamente a Il Punto a Mezzogiorno è il magistrato di Cassino Paolo Taviano – Questo ad onta di chi, specialmente politici locali verosimilmente con scarse competenze in materia, favoleggia di un territorio cassinate esente da infiltrazioni, più o meno profonde, da parte della criminalità organizzata in particolare di tipo camorristico.
Affermazioni di questo tipo non sono soltanto semplicistiche e superficiali, e per ciò solo pericolose, ma rappresentano un vero e proprio suicidio per il territorio che in tal modo non sviluppa nella società civile, nei cittadini, nella coscienza di tutti, quegli anticorpi etici e culturali per contrastare l’espansione dei fenomeni criminali al di fuori di territori da loro ormai controllati quasi militarmente, e che Dio solo sa quale impegno richiedono allo Stato per cercare di riconquistarli.
Per contrastare efficacemente l’infiltrazione camorristica non basta però creare soltanto una coscienza civile nella quale il sistema di valori camorristico rappresenta un disvalore, ma occorre anche potenziare e coordinare quegli strumenti preventivi e repressivi che il sistema giuridico deve approntare per mantenere il territorio immune dalla criminalità organizzata.
In particolare nel cassinate hanno operato ed operano con un certo successo le Direzioni Distrettuali Antimafia di Roma e Napoli ma operando sul campo ci si rende conto, come magistrati e come poliziotti, di quanto i pochi chilometri che separano Cassino da Roma o Napoli, diventino anni luce quando si tratta di far comprendere ad un magistrato delle due città, l’importanza la pericolosità e le connessioni di un fenomeno criminale locale relativo ad un territorio di cui quel magistrato, seppur lodevole nella sua opera, non conosce né città né uomini.
Alcuni anni fa, operando in una Procura della Repubblica calabrese, notai che il sistema delle direzioni distrettuali antimafia, che nonostante tutto riesce frequentemente ad ottenere buoni risultati, peccava sotto il profilo della incisività proprio per scarsa conoscenza di alcune zone di loro competenza e dei fenomeni criminali in esse presenti, dovuta il più delle volte alla lontananza della sede della DDA da tali zone, fenomeni che invece noi magistrati di “provincia” già conoscevamo e contrastavamo da tempo.
Già all’epoca suggerii, ahimè invano, che sarebbe stato opportuno prevedere che la DDA avesse delle articolazioni periferiche, sotto forma di magistrati referenti a livello locale delegati a tale tipo di attività investigativa, che facesse da punto di riferimento per la direzione distrettuale e per le forze dell’ordine locali che svolgono materialmente le indagini, e che sostenesse l’accusa nei processi al fine di rendere più incisiva, tempestiva e completa l’azione di contrasto alla criminalità organizzata e, soprattutto, incrementasse la conoscenza di tali fenomeni criminali con l’aggiornamento in tempo reale delle banche dati con gli elementi, spesso ignoti, forniti dalle articolazioni territoriali.
Oggi che il fenomeno della criminalità organizzata non è più solo nazionale ma transnazionale, basti pensare alla mafia cinese, alla mafia russa od alla mafia albanese, la conoscenza del territorio e delle realtà criminali locali da parte della magistratura inquirente diventa di fondamentale importanza per reprimere efficacemente e, se possibile, prevenire il diffondersi di tale forma di criminalità.
In questo scenario solo chi opera nel territorio e lo conosce può tempestivamente percepire quei segnali di pericolo e diventare un formidabile presidio contro la conquista del territorio da parte della criminalità di qualsiasi tipo.
Ritengo – conclude Paolo Taviano – quindi auspicabile una riforma in questo senso se si vogliono veramente contrastare le mafie di ogni genere nei fatti e non solo a parole”.