Io, trans… senza veli

29 ottobre 2009 1 Di redazione

Caro direttore, ho letto con disagio la vostra rubrica “il punto di vista” e non ho per niente apprezzato l’ironia con cui si parla dei trans, di questi strani “invertiti” di cui, ormai, purtroppo per voi, è pieno il mondo. In questi giorni c’è quasi un’affannosa corsa al commento, chiunque deve dire qualsiasi cosa, non importa che non si sappia neppure di cosa si  sta parlando: quel che conta è dire la propria. In un primo momento mi ero limitata a mandarvi al diavolo, a voi e a tutti quelli come voi, ma poi ho pensato che farvi comprendere anche il mio punto di vista poteva risultare quantomeno più costruttivo. Mi chiamo Flavia, ma non sono mai stata una bambina, perchè da piccolo ero un bel maschietto. Era questo che la natura aveva scelto per me. Ben presto, però, mi resi conto che qualcosa non andava, che potevo passare ore a pattinare bambole e dar loro la pappa ma che macchinine e soldatini non m’intrigavano affatto. Gli amichetti, terribili, mi prendevano in giro per questo, e le amichette, terribili anche loro, mi esludevano dai loro incontri civettuoli. Un vero inferno. Dopo un’adolescenza trascorsa in solitudine, spiando dalla finestra un coetaneo che abitava poco distante e che mi turbava fino a perdere la ragione, ho provato con tutte le mie forze a farmi piacere le donne e a reprimere quell’incontenibile senso di attrazione per quelli del mio stesso sesso. Non volevo far morire di vergogna mia madre, non volevo dare alcun tipo di dispiacere a chi mi aveva messo al mondo e non avrebbe mai accettato il vero senso delle cose. Ma era più forte di me, era tutto più forte di me: arrivata a Roma per studiare, nella solitudine della mia casa tarscorrevo parte del tempo ad acconciarmi i capelli, a depilarmi, a truccarmi gli occhi e le labbra come solo una vera donna sa fare; poi, la sera mi struccavo, riponevo i vestiti corti e le calze autoreggenti nell’armadio e andavo a prendere la mia fidanzata, quella che i miei genitori amavano e che io mi sforzavo di amare, quella della bella facciata. Terminati gli studi, trovai anche un ottimo lavoro presso un’agenzia, ma purtroppo il lavoro era a tempo determinato e quando scoprirono (perchè arrivò il brutto giorno in cui tristemente tutti scoprirono) con un pretesto il contratto non mi fu rinnovato. Fu così che mi vidi costretto a fermarmi e riflettere: avevo sbagliato tutto, perchè per evitare il male ne avevo fatto molto di più a chi non lo meritava. Da allora tutto è stravolto, tutto è cambiato: non posso dire che mi piaccia del tutto, la mia voce tradisce un’impronta di uomo e anche i tratti somatici non sono morbidic ome li vorrei, però vesto da donna, mi trucco, trascorro ore in profumeria a scegliere le fragranze migliori, indosso vestiti, gonne, camicette e tacchi, eppure a dispetto della mia ritrovata identità, l’unico impiego che ho trovato per il momento è lavare scale e portoni di uno stabile in periferia. Dopo alcuni anni, mia madre ha accettato di rivedermi, mio padre no; lui dice di avere un figlio, da qualche parte, che si chiama Antonio e che Flavia non sa e non vuol sapere chi sia. Vi ho fatto un racconto breve di quella che è stata ed è la mia storia, perchè i dettagli del dolore e delle amarezze, del disprezzo e del male che ho vissuto non sono poi così importanti. A fronte di questo spaccato, vi chiedo di riflettere prima di bollare qualcuno con strani epiteti come “checca”, “ricchione”, “frocio”, “chiappa chiacchierata”, ridendoci su come se voi foste dalla parte giusta. Piuttosto ritenetevi fortunati anche per il solo fatto di esser nati in un corpo che vi ha accolti, che ha accolto la vostra natura, che non andava controtendenza rispetto ai gusti e le passioni che avrebbero dovuto animarlo. Ammettere questo divario tra chi si è e chi si vorrebbe essere è difficile, presuppone dolore e coraggio che non tutti (io per primo) hanno, e se fossi in voi non biasimerei tutta quella gente che non ce la fa, e si nasconde dietro la parvenza di una vita normale, con una famiglia come tante altre, un lavoro di prestigio e tanti altri privilegi che, se confessassero, probabilmente perderebbero. Non biasimatelo neppure se in certi momenti lascia in un angolo tutto ciò che ha conquistato per concedersi un’ora disesso vero, un sesso “diverso”, nel modo in cui più gli piace e a qualsiasi prezzo sia disposto a pagarlo.