Alzheimer, Cassino al fianco dei “care giver”

28 novembre 2009 0 Di admin

Promuovere l’informazione sulla malattia, favorire la diagnosi precoce, creare una rete di supporto per i pazienti e i loro familiari, incentivare il ricorso all’uso delle terapie farmacologiche più efficaci. Sono gli obiettivi della campagna nazionale Una città per l’Alzheimer, ospitata a Cassino in questi giorni.
La campagna, realizzata con il contributo di Novartis, e con la consulenza scientifica del Gruppo di Ricerca Geriatrica di Brescia, sta impegnando i volontari del Centro UVA (Unità Valutativa Alzheimer) di Aquino in attività di informazione sulla malattia attraverso il gazebo allestito nel sottopasso che collega Piazza Diamare a Piazza Labriola. Clou della campagna, l’incontro pubblico che si è svolto oggi alle ore 16, presso la Sala Restagno del Palazzo Comunale (Piazza Alcide De Gasperi) e con l’obiettivo di sostenere e offrire un supporto ai care giver, fornendo loro tutte le informazioni utili sulla malattia di Alzheimer.
Sono circa 80.000 ogni anno i nuovi casi di Alzheimer, la forma di demenza più diffusa in tutti i Paesi occidentali, che colpisce attualmente in Italia circa 520.000 persone. Le stime dicono che il Lazio è al quarto posto tra le regioni italiane per il numero di casi, numero destinato ad aumentare nei prossimi anni a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. Nell’area del frusinate sono circa 4.000 le persone colpite dalla malattia, di cui la metà ultrasettantacinquenni. Le sole UVA di Cassino e Sora seguono circa 2.000 pazienti. “La malattia di Alzheimer non è una malattia acuta” – sottolinea Luigi Di Cioccio, Direttore U.O.C. di Geriatria della Asi di Frosinone – “al contrario, può durare anche 10-15 anni e sconvolge le abitudini del paziente e di tutta la famiglia. La sensibilizzazione deve essere motto alta, non solo da parte dell’opinione pubblica ma anche di tutte quelle strutture e organismi che devono sostenere una rete di servizi in favore dei pazienti e dei familiari.
Fondamentale la diagnosi precoce per un intervento terapeutico tempestivo che garantisca una migliore qualità della vita dei malati e dei loro familiari. Centri diagnostici professionali e specializzati, come sono le UVA, sono in grado di farlo. “Tra i compiti dei centri UVA” – dichiara Di Cioccio – “ci sono l’informazione, la prevenzione, la diagnosi precoce e il trattamento della patologia. Diagnosi precoce significa essere in grado, alla comparsa dei primi sintomi, di fare una diagnostica differenziale: la perdita delta memoria non va mai sottovalutata perchè spesso è il campanello d’allarme di un processo molto più complesso che non necessariamente è l’Alzheimer, ma può sfociare in altri quadri di sofferenza e demenza radicata”.
I dati provinciali, in linea con quelli nazionali, suggeriscono che il paziente arriva all’osservazione degli specialisti in media due anni dopo (ma in alcuni casi addirittura quattro) la comparsa dei sintomi, perdendo cosi tempo prezioso per contrastare la patologia. Una diagnosi precoce diventa quindi un’arma efficace anche per ritardare la comparsa di importanti limitazioni nelle autonomie quotidiane da parte del malato. “Oggi ci sono farmaci molto attivi’ – spiega Di Cioccio – “soprattutto nella fase lieve moderata delta patologia: più tempestiva e più precoce è la diagnosi più si riesce a classificare il disturbo della memoria”.
Per rallentare il decorso della malattia e migliorare gli spazi di autonomia dei pazienti, occorre anche prendersene cura seguendo un approccio multidisciplinare: fondamentali sono il coinvolgimento attivo dei familiari, la cooperazione e la collaborazione tra i medici, i care giver e gli operatori sanitari. In un approccio multidisciplinare più professionalità convergono verso un comune interesse: dare un sostegno alla famiglia che si fa carico di gestire il paziente. “Nei centri UVA di Aquino e Sora” – sottolinea Di Cioccio – “si svolge un’intensa attività formativa, non solo degli operatori, che si occupano a diversi livelli direttamente delle problematiche dell’Alzheimer, ma anche dei care giver e dei familiari che sono a contatto con i pazienti. Da due anni si fanno corsi anche per le badanti perchè sta cambiando anche il soggetto assistenziale: non più il familiare, ma una persona di riferimento esterno alla famiglia. Abbiamo dato risposta anche a questo bisogno”.