Taviano: “La sicurezza sul lavoro deve trasformarsi da costo in patrimonio”

2 marzo 2010 1 Di redazione

“Il 24 febbraio scorso presso l’Università di Cassino si è tenuto un importante convegno avente ad oggetto la responsabilità amministrativa delle imprese prevista dal d.lvo 231/01 al quale ho avuto l’onore di partecipare, nel corso del quale ho avuto modo di registrare la legittima preoccupazione dei rappresentanti delle associazioni imprenditoriali intervenute in ordine all’applicazione della suddetta normativa che, se da un lato tende giustamente ad eliminare dal mercato tutte le imprese che violando la normativa sulla sicurezza sul lavoro o sul lavoro nero falsano il mercato stesso alterando i meccanismi di una leale concorrenza, dall’altro rischia di penalizzare in modo eccessivo le imprese che operano nella legalità facendo di tutta un’erba un fascio.
Questo incide profondamente e negativamente sulle performances competitive delle imprese italiane in generale e del Lazio meridionale in particolare, con tutte le conseguenze che possiamo immaginare in termini di costi sociali per pensioni di invalidità, di crisi delle imprese, di aumento delle ore di cassa integrazione e di perdita di posti di lavoro, specie in questo periodo storico in cui il contesto economico non è dei migliori.
In proposito basti pensare che nel 2009 il numero delle imprese fallite è aumentato del 23% rispetto al 2008 mentre le istanze di ammissione alle procedure di concordato preventivo, che costituisce una sorta di anticamera del fallimento, sono aumentate del 62%.
L’esigenza di mantenere alti e di migliorare sempre di più gli standards di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro è un segno di grande civiltà, ma questo deve coniugarsi necessariamente con il radicamento di una cultura della sicurezza che diventi patrimonio di tutti e che trasformi ciò che oggi è considerato un costo, in un investimento dell’impresa sotto il profilo qualitativo sia del prodotto che del ciclo produttivo.
Una cultura della sicurezza che non può prescindere da politiche di incentivazione a favore delle imprese virtuose che della sicurezza hanno fatto un marchio di qualità della loro attività, politiche che potrebbero prevedere ad esempio rilevanti sgravi contributivi, riduzioni del peso fiscale sia locale che nazionale in relazione a tutti gli investimenti fatti in materia di sicurezza sul lavoro, punteggi aggiuntivi nelle gare di appalto e quant’altro venga in mente alla fervida fantasia del legislatore.
Recenti studi dimostrano che imprese che rispettano alla lettera gli standard di sicurezza e di legalità previsti dalle normative vigenti, ovviamente in un mercato non drogato da concorrenza sleale, ammortizzano gli investimenti dovuti ai costi normativi in breve tempo mantenendo, se non addirittura migliorando, le performances produttive.
Ritengo quindi che sia questa la strada da seguire; fare di ogni impresa, in collaborazione con le università, con gli organismi di vigilanza, con le parti sociali, un vero e proprio “laboratorio” nel quale si produce sicurezza rispettando sia le legittime aspettative di profitto dell’impresa, che i beni costituzionalmente garantiti della vita, della salute e dell’integrità fisica.
Dal canto suo la politica dovrà fare necessariamente delle scelte per combattere la fuga all’estero delle imprese italiane, specie in paesi come ad esempio quelli asiatici o dell’est europeo, dove il costo del lavoro è basso a causa dello sfruttamento del lavoro, anche minorile, e dell’assenza di qualsivoglia garanzia, per impedire il ripetersi di situazioni drammatiche e scandalose come la chiusura della Fiat di Termini Imerese, della Videocon e di tutta la triste sequela di imprese in crisi che chiudono in Italia per andare a produrre all’estero.
Tutelare il lavoro e le imprese significa tutelare il territorio nella sua dignità ed identità sociale e da quello che in questi giorni la Conferenza dei Vescovi italiani in un documento ufficiale ha esattamente definito il “cancro” della criminalità organizzata e del malaffare politico”.
Paolo Andrea Taviano
Magistrato