Dagli Usa fino al Belgio, la “giustizia” come arma contro la Chiesa?

5 luglio 2010 0 Di redazione

di Paolo Andrea Taviano
Una recente sentenza emessa dalla Corte Suprema degli Stati Uniti è destinata a far discutere per parecchio tempo.
I Giudici americani hanno difatti negato l’immunità al Vaticano nei casi in cui siano sottoposti a processo dei preti per casi di pedofilia, introducendo di fatto il principio secondo il quale non solo le alte gerarchie vaticane, e teoricamente anche il Papa, potrebbero essere interrogati nei processi contro i preti accusati di molestie sessuali, ma anche che il Vaticano potrebbe essere considerato civilmente responsabile delle azioni illecite del singolo sacerdote e chiamato, quindi, a rispondere delle richieste di risarcimento.
Il presupposto da cui sono partiti i Giudici statunitensi, ricavabile dai commenti alla notizia fatti dalla stampa internazionale in quanto, è bene ricordarlo, i verdetti negli Stati Uniti sono privi di motivazione, sarebbe una impropria qualifica di “datore di lavoro” attribuita al Vaticano nei confronti dei sacerdoti che giustificherebbe il venir meno dell’immunità, presupposto che francamente lascia piuttosto perplessi sotto il profilo giuridico oltre che rivelarsi particolarmente pericoloso.
In primo luogo ricondurre il rapporto tra il sacerdote e la Santa Sede ad un mero rapporto di “lavoro” appare a dir poco riduttivo, in quanto è vero che il rapporto si fonda su un voto di obbedienza e quindi di sottoposizione alle direttive delle gerarchie ecclesiastiche, ma è altrettanto vero che ciò è strumentale al raggiungimento degli obiettivi morali della dottrina religiosa e che manca del tutto qualsiasi corrispettività tra l’opera prestata dal sacerdote e quanto da lui economicamente percepito, emolumento che non ha natura di salario ma di sola messa a disposizione di denaro per i bisogni di sostentamento del singolo sacerdote e della Chiesa nella quale svolge la funzione pastorale.
Occorre poi ricordare che la responsabilità penale per gli atti di molestie sessuali e quella civile per i danni che ne possono conseguire, è del tutto personale e non può che essere attribuita all’autore materiale del fatto, od agli autori laddove siano più di uno, e non certo alla struttura nella quale “lavora” il reo, ammesso che si voglia usare lo stesso parametro usato dai Giudici americani, altrimenti si potrebbe arrivare all’assurdo che, ad esempio, in caso di affermazione di responsabilità nei confronti di un pedofilo che, in ipotesi, sia dipendente ministeriale, ne possa rispondere economicamente il ministro o, meglio ancora, il capo del governo o, a salire, addirittura il capo dello stato.
Ferma restando la assoluta ed inappellabile condanna di tutti gli immondi atti di pedofilia e di abusi sessuali da chiunque compiuti e, ancor più, se compiuti da chi abusa della funzione di ministro di culto in quanto non solo negazione della dottrina religiosa professata, ma soprattutto negazione della natura e della dignità umana della vittima, credo sia importante capire se attraverso la sacrosanta repressione giudiziaria della pedofilia commessa da ministri di culto, il vero obiettivo sia effettivamente colpire il prete che ha commesso l’illecito e quindi tutelare la vittima, o ci sia sotto qualcos’altro.
Non si può negare che un primo colpo di maglio contro la Chiesa cattolica sia stato inferto dalla discutibile sentenza della Corte europea dello scorso anno sul divieto di esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, decisione che non è tanto grave per le conseguenze pratiche, pressoché nulle, avute quanto meno nel nostro paese, ma piuttosto per il retroterra culturale della decisione smaccatamente antagonista nei confronti della Chiesa di Roma.
Appare poi inquietante che il recente blitz contro i presunti preti pedofili effettuato dalla Polizia in Belgio sia stato denominato “Operazione Chiesa” tanto da sollevare le legittime ire del Cardinal Bertone che ha definito il comportamento delle autorità “peggio dei regimi comunisti”, adombrando addirittura sospetti di appartenenza massonica nei confronti del magistrato belga titolare delle indagini.
Inoltre appare quanto meno singolare lo zelo inquisitorio e l’interesse mediatico soltanto nei confronti dei preti cattolici mentre altrettanto non avviene per i ministri di culto di altre confessioni religiose.
Viene quindi legittimo dubitare se il vero obiettivo che si vuole colpire sia il Vaticano quale entità politico-amministrativa che non avrebbe saputo controllare l’operato delle sue gerarchie colpevoli, secondo alcuni, di aver coperto per anni gli orrendi misfatti di natura sessuale commessi da singoli preti, cosa peraltro tutta da dimostrare, o l’attacco non sia invece rivolto contro l’autorità morale della Chiesa con la sua dottrina ed i suoi valori che ne costituiscono la forza ed il fondamento da oltre duemila anni.
Se è vero che la Chiesa deve certamente liberarsi dalle mele marce e che dobbiamo il massimo rispetto e tutela nei confronti di chi ha visto segnata la propria esistenza da crimini orrendi, è altrettanto vero che, ferme restando le eventuali responsabilità dei singoli e la repressione delle stesse, deve essere evitato che la strumentalizzazione di episodi gravissimi per via giudiziaria e mediatica non finisca col minare quell’immenso patrimonio di valori etici, umani e morali che costituiscono la base della storia e della cultura italiana, ma anche della cultura europea e di tutto il mondo occidentale.
Paolo Andrea Taviano
Magistrato