In memoria di Paolo Borsellino, l’eroe che ha dato un raggio di luce alla gente per bene

24 luglio 2010 0 Di redazione

Il 19 luglio di 18 anni fa morivano in via D’Amelio a Palermo dilaniati da un’ auto bomba Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina, eroi che mi piace ricordare in ordine alfabetico perché è l’unico modo per non fare torto a nessuno.
Eroi per aver vissuto una intera vita a servizio dello Stato, della collettività, e per aver dato alla gente per bene un raggio di luce, da loro pagato con le tenebre della morte.
Antonino Caponnetto, capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo e creatore del pool antimafia di cui faceva parte Borsellino, magistrato di grande cultura giuridica ed extragiuridica che ebbi la fortuna di conoscere nel 1996 quando ero un “Pubblico Ministero ragazzino” in terra di Calabria, raccontò in un Convegno ovviamente blindato nel quale ero, indegnamente, relatore, organizzato, manco a dirlo, per l’aggiornamento professionale delle forze di polizia, la morte di Paolo Borsellino, nonché quella di due mesi precedente di Giovanni Falcone, quasi con un senso di colpa, come se in qualche modo si sentisse moralmente responsabile dei due omicidi per aver consentito, in passato, una eccessiva esposizione dei colleghi nei confronti della mafia, ma esprimendo nel contempo un sentimento quasi sacrale per lo Stato e le sue leggi da far rispettare ovunque e ad ogni costo, ideale pienamente condiviso da Borsellino e dagli altri colleghi del pool.
Un sentimento foriero di vite vissute tra le mura di una caserma, di una Questura o di un carcere di massima sicurezza e le aule di un Tribunale; vite oltremodo ferite dallo stillicidio continuo della morte dei propri collaboratori più stretti e più validi, nonché dalla lontananza degli affetti più cari affinchè non fossero esposti ad inutili rischi.
Tutto questo per ridare dignità alla propria terra, alla propria gente.
Rimasi molto colpito da quel discorso e improvvisamente avvertii sulle mie spalle tutto il peso della toga che indossavo quotidianamente, peso che fino a quel momento avevo ignorato grazie alla baldanza, all’entusiasmo ed anche a quel pizzico di incoscienza tipici della gioventù; una grande testimonianza che la cultura della legalità è amore per la propria terra e non ha, né deve avere, colore politico (basti pensare ai diversi ed antitetici vissuti politici giovanili di Borsellino e Falcone).
Qualche anno dopo mi recai in Sicilia dove ero stato invitato per ricevere il premio intitolato al collega “Rosario Livatino”, anche lui assassinato dalla mafia, premio del quale ero stato insignito, e nell’ambito delle manifestazioni che erano state organizzate venni accompagnato ad assistere alla intitolazione di una strada appunto a Rosario Livatino, nel popolare quartiere CEP di Messina: un vero e proprio schiaffo alla criminalità locale che da quel quartiere trae numerose braccia.
Durante la toccante cerimonia volli incrociare lo sguardo dei messinesi per studiare le loro reazioni di fronte ad una tale provocazione.
Mi guardai intorno e scorsi all’improvviso negli occhi di quella gente un inaspettato senso di rispetto per chi è morto per difendere lo Stato e la legalità: un rispetto che celava la speranza seppure nascosta nel più profondo dell’animo, che un giorno qualcosa possa cambiare, prepotentemente venuta fuori nel fragoroso e liberatorio applauso in onore dell’eroe caduto.
Capii allora che è per la speranza letta in quegli occhi che Paolo Borsellino è morto accettando il suo tragico destino.
Sono passati 18 anni dal quel drammatico 19 luglio del 1992 e da quel momento la mafia ha subito tanti duri colpi da parte dello Stato, ma purtroppo continua a sopravvivere ed a prosperare nei suoi loschi affari, trovando una incredibile forza di rigenerazione e sostituzione delle risorse umane ed economiche che mano mano le vengono sottratte, tanto che viene da chiedersi che cosa non ha funzionato nella lotta alla mafia e che probabilmente non funziona ancora oggi?
Credo che il grande insuccesso della lotta contro la mafia sia quella mancata “rivoluzione culturale” sognata da Paolo Borsellino consistente nell’imprimere nel dna della gente il concetto di “diritto” e di rispetto delle regole e dei diritti degli altri: una rivoluzione consistente nel convincere la gente che il lavoro, la salute, la casa, una vita decorosa, l’istruzione dei figli costituiscono un diritto di tutti e non un privilegio da ottenere per gentile concessione del boss di turno.
Possiamo quindi affermare che se dal punto di vista giudiziario e militare la lotta dello Stato alla mafia ha ottenuto grandi successi e, sebbene perfezionabile, va bene così com’è, in ciò onorando la memoria di Borsellino, la grande sconfitta dello Stato contro la mafia risiede nel cuore del tessuto sociale, nel non essere riuscito lo Stato a cancellare la mentalità mafiosa della gente comune, dell’uomo della strada, che è consapevole che, almeno in alcune zone del nostro Paese che non sono solo nel Sud, per ottenere quello che sarebbe un suo diritto di cittadino, deve rivolgersi alla criminalità ed alle sue propaggini politiche ed economiche, diventandone schiavo.
Borsellino aveva capito in anticipo con quella lungimiranza ed intelligenza che gli erano proprie, che fin dagli anni ottanta non era più la criminalità che usava la politica ma era l’esatto contrario perché ciò era funzionale a creare quel bisogno e quel disagio continuo dell’uomo comune che ha solo una apparente via di uscita perdere la dignità di uomo libero in cambio di una perenne e, addirittura, riconoscente schiavitù che alimenta sempre di più, in modo drammaticamente paradossale, la potenza del sistema di potere mafioso.
Una mafia che ancora oggi spavaldamente profana in piena Palermo la statua del suo nemico Paolo Borsellino nel silenzio assordante ed irreale di quella gente che Paolo sperava che un giorno o l’altro si sarebbe svegliata dal suo secolare letargo: speriamo sia solo questione di tempo!!!
di Paolo Andrea Taviano