Google: “Faccia da lumaca!”. Storie di bave e di altri tracciamenti

13 agosto 2010 0 Di redazione

La metafora, sia inteso, è di pura invenzione, ma dovrebbe sintetizzare piuttosto bene ciò che accade quotidianamente a chi, per varie ragioni, utilizza il web.
Stando ad un documento “rinvenuto” dal Wall Street Journal, pare, infatti, che Google si sia …diciamo così.. lasciato un pò prendere la mano con i tracciamenti, dimenticando qualche restrizione in fatto di pravacy.
Per dirla in breve, le lumache siamo noi, la bava sono tutte queste preziose informazioni che ci lasciamo dietro ogni volta in cui navighiamo – mediante i c.d. cookie, e non solo – e il tracciamento altro non è che la raccolta di tutti questi dati. Dati che Google deve aver trovato il modo di gestire ad arte, con il chiaro intento di “personalizzare” la pubblicità in cui, poi, ci imbattiamo navigando.
Il quotidiano laRepubblica.it ha assistito, all’uopo, ad un interessantissimo esperimento che ha potuto, quindi, documentare passo passo: da un pc hanno navigato come farebbe un qualsiasi utente, spostandosi qua e là attraverso i siti di interesse; con un altro computer, in grado di tracciare il profilo di questi spostamenti, hanno potuto verificare che al nome di quell’utente, “carpito” nel suo accesso a FaceBook, era associata una lista di parole chiave relative a tutti gli argomenti tra cui l’utente si era mosso.
Ma qual’è l’esito di questa registrazione di movimenti? Il fatto che si possa orientare la pubblicità a seconda degli interessi dell’utente, per cui se a me piace muovermi, per esempio, tra proposte per vacanze, hotel, b&b e luoghi da visitare, è molto facile che poi mi imbatterò in pubblicità che riguardino questo genere di cose. Vista così, la faccenda dovrebbe apparire utile tanto a chi propone la pubblicità, tanto a chi la recepisce, no? Invece le cose non starebbero proprio così; e vediamo perchè.
Google si difende dalle accuse di essere una sorta di 007 della rete e ribatte che tutte quelle informazioni sono, in realtà, anonime, in quanto ciascun profilo sarebbe associato, in realtà, solo ad un codice e non ad una identità; cosa che è stata, comunque, smentita dall’esperimento riportato da laRepubblica.it. E aggiunge ciò che a me, francamente, sembra ancora più inquietante, ossia che del resto, se l’utente lo vuole, può interrompere questa sorta di tracciamento, per intenderci… la bava. Ma perchè, invece, non gli viene richiesta a monte la possibilità che vengano utilizzati i propri dati? Perchè un utente che non sia particolarmente esperto e non sappia come interrompere il flusso di informazioni che rilascia, deve essere penalizzato rispetto a chi, invece, è capace di farlo?
Non solo. Stando a quanto afferma l’avv. Gianluca Gilardi, specializzato in relazioni industriali e privacy “Chiunque voglia trattare dati personali e dati sensibili ha l’obbligo di chiedere l’autorizzazione all’utente, specificando anche lo scopo del trattamento. Google non lo fa”. E ciò avviene anche perchè “l’azienda è in California – continua l’avv. Gilardi – e risponde alle leggi americane”.
Detto ciò, sicuramente non cambierà nulla: io continuerò a navigare tra vacanze che vorrei fare e quelle che farò, e così farà ciascuno di voi con i propri interessi. Il sig. Google continuerà ad intimarci “Faccia da lumaca!” e noi a lasciare le nostre bave ovunque; bave che verranno raccolte e tessute a dovere, perchè in molti di noi non sapremo come difenderci ed impedirlo.
Quel che conta, però, è avere un briciolo di consapevolezza in più, quantomeno per sentirci un pò meno fessi e meno spiati di quanto, in realtà, non lo siamo. E’ come sapere che qualcuno sta sbirciando dalla serratura e noi, più semplicemente, decidiamo di aprirgli la porta.
(punto-informaico.it; laRepubblica.it)

di Palma Lavecchia