Mentre gli altri Paesi (Serbia) si danno da fare per attirare imprese, in Italia…

9 agosto 2010 0 Di redazione

La crisi economica mondiale, sebbene alcuni esperti evidenzino qualche timido segnale di ripresa, continua a far soffrire l’economia italiana in generale e l’economia del cassinate in particolare il cui perno è incentrato sull’industria dell’auto che è una di quelle che maggiormente risente delle difficoltà di questo periodo.
Difatti nei primi sei mesi del 2010 le vendite di automobili sono diminuite di circa il 26% con un preoccupante calo del 35,81% di immatricolazioni rispetto allo stesso periodo del 2009 per il Gruppo Fiat (fonte Ministero Trasporti), dati che evocano scenari non rassicuranti per gli altri stabilimenti Fiat in Italia tra cui quello di Cassino dopo quanto già avvenuto a Termini Imerese ed a Pomigliano.
Sono quindi giustificate le preoccupazioni per il futuro dello stabilimento Fiat cassinate espresse sulla stampa da qualche esponente sindacale, specialmente in relazione agli investimenti che la Fiat ha ufficialmente dichiarato di voler fare in paesi extra UE come la Serbia.
La parola d’ordine per giustificare scelte aziendali che rischiano di impoverire e di creare gravi problemi al tessuto economico e sociale del cassinate è sempre la stessa: competitività!
Un’esigenza del tutto naturale e legittima per l’impresa che la politica italiana, da sempre, non ha agevolato adottando al contrario provvedimenti contingenti, frettolosi, rabberciati, di sostegno solo momentaneo alle imprese, quali ad esempio i famigerati incentivi governativi per la rottamazione, che hanno soltanto contribuito alla saturazione del mercato, creando false aspettative di posti di lavoro peraltro solo temporaneo in quanto limitato al periodo di durata degli incentivi, senza apportare alcuna riforma strutturale del sistema economico e del mercato del lavoro che potesse rilanciare in modo definitivo e concreto l’economia e le imprese.
A questo punto interrogarsi se il sistema economico italiano, caratterizzato dal dopoguerra da un costante ricorso all’assistenzialismo di Stato se non addirittura all’impresa di Stato, fosse maturo per entrare in un sistema a moneta forte come quello dell’euro, è d’obbligo, e la risposta non può che farci essere scettici nei confronti della scelta europeista in considerazione del fatto che l’Italia ha sempre avuto nelle esportazioni di prodotti nazionali il suo punto forte, esportazioni la cui competitività risente non poco in senso negativo della forza dell’euro rispetto a quanto avveniva in passato grazie alla storica e cronica debolezza della vecchia lira.
A ciò si aggiunga che la diminuzione reale del potere di acquisto dei salari e dei redditi in generale, accompagnata da un fortissimo prelievo fiscale destinato per la gran parte a finanziare i costi, gli sprechi e le inefficienze della politica, ha portato ad una riduzione dei consumi e della domanda interna con conseguente grave affanno del sistema economico nel suo complesso e delle imprese italiane che, per sopravvivere, vanno a cercare ossigeno in altri mercati, come appunto la Serbia nel caso della Fiat, caratterizzati da politiche incentivanti da parte dei governi circa l’insediamento di impianti produttivi, e con un mercato del lavoro decisamente più flessibile e meno oneroso.
Non è infatti un caso che negli ultimi anni circa 200 imprese italiane hanno trasferito i loro stabilimenti in Serbia portando nel paese balcanico un giro d’affari di circa 2 miliardi di euro, ovviamente sottratto all’Italia, destinato ad incrementarsi con gli investimenti Fiat che, dalle stime fatte, produrranno in Serbia la creazione di circa 30.000 nuovi posti di lavoro tra diretti ed indotto (fonte Il Sole 24 Ore), il tutto sotto al naso della politica che, sia a livello nazionale che locale, non riesce a tutelare le imprese italiane adottando provvedimenti che ne consentano il rilancio in termini di competitività evitando delocalizzazioni all’estero, con conseguente emorragia di posti di lavoro in Italia e, quindi, con ulteriore riduzione della domanda interna ed impoverimento del sistema Italia.
Del resto di fronte ai dati negativi del settore auto i politici italiani non si curano di trovare soluzioni per rilanciare l’economia per sostenere il mercato del lavoro, ma si preoccupano solo dei circa 2 miliardi di euro di minori entrate di IVA per lo Stato derivanti dal minor numero di auto vendute, soldi che la politica spreca e che non è neanche capace di far poi rientrare sotto forma di finanziamenti europei, mentre in Serbia si varano leggi che prevedono l’esenzione fiscale per 10 anni per le imprese che impieghino oltre 100 addetti a tempo indeterminato, o che consentono l’acquisizione gratis da parte delle imprese delle aree destinate ai nuovi insediamenti produttivi.
Ciò è la prova che la classe politica italiana ha finora dimostrato soltanto di essere incapace a gestire le sfide poste dall’Europa e dal mercato globale aggrovigliandosi in vuote lotte di potere a difesa di interessi privati che nulla hanno a che fare con gli interessi della collettività, e proprio l’inettitudine della politica a trovare risposte serie e concrete ai problemi del paese ha costretto l’amministratore delegato della Fiat Marchionne a scelte difficili, drastiche e, perché no, impopolari come gli investimenti all’estero o la volontà di non applicare più i contratti collettivi nazionali differenziandoli, invece, in relazione alla produttività del singolo stabilimento dando di fatto il via all’era della territorializzazione dei contratti di lavoro, scelte sulla cui necessarietà per salvare prima e rilanciare poi il sistema Italia i lavoratori ed una buona parte del sindacato, seppur con qualche inevitabile e legittimo mugugno, alla fine hanno concordato con ciò dimostrando una maturità del Paese reale di gran lunga superiore a quella di una classe politica che ormai, a tutti i livelli, rappresenta solo se stessa.
Paolo Andrea Taviano
Magistrato