Muore per il suo senso civico, ucciso anche dall’omertà di tanti

4 agosto 2010 0 Di redazione

Se è vero che ogni morte è uguale all’altra è altrettanto vero che ci sono diversi modi per vivere e per morire; gli ultimi momenti di vita di Umberto Magni sono stati tutt’altro che normali, ma da eroe civile. Lui non era di Ferentino, lì non vivevano neanche i suoi parenti, neanche conosceva quei giovani che ha tentato di salvare; era in quel bar per prendere un caffè e leggere un giornale, si è trovato invece a dare prova del suo senso civico e a morire, invece, ucciso dall’inciviltà di una generazione che, evidentemente, ha perso ogni riferimento. Ma non solo. La circostanza che ha portato alla morte Umbero, 75 anni originario di Bologna e padre di tre figli, è evidente dimostrazione di un contesto sociale “inquinato” dall’omertà e dalla paura del più forte.
I fotogrammi registrati dalle telecamere a circuito chiuso del bar Jolly di Ferentino, il pomeriggio del 7 dicembre 2009 scorrono come in un real tv: in un angolo del monitor si vede l’anziano che tranquillamente legge il giornale con aria serena, poi, fuori, comincia ad accadere qualcosa. Qualcuno inveisce con violenza contro dei ragazzini. Umberto non può sapere che probabilmete si tratta di una resa di conti tra lo spacciatore più grande e i suoi “vassalli”; pensa che si tratti dell’ennesimo gesto di bullismo, di prepotenza del più forte verso il più debole. Cominciano a volare gli schiaffi, poi i colpi di cintura. Umberto perde la sua serenità e dall’interno del locale inizia a mostrare segni di insofferenza per quanto accadeva all’esterno. Le immagini continuano a scorrere, e la scena si sposta all’interno del locale dove uno dei ragazzi picchiati entra nella speranza di scampare alle botte. Il giovane supera l’angolo dove Umberto aveva scelto di stare per leggere il suo quotidiano, poi, dopo una serie infinita di schiaffi e pugni ad un altro ragazzo il picchiatore, alto, grosso, forte come può esserlo un uomo di 30 anni, si avventa sull’altra vittima. Alle sue spalle Umberto, 74 anni, a cui nessuno avrebbe recriminare nulla di ignobile qualora avesse scelto “farsi gli affari suoi” così come tanti altri stavano facendo.Ha deciso invece, di dare il suo contributo affinchè quell’ingiustizia fosse fermata. Le immagini scorrono e si vede, quindi, il 30enne che entra in una stanza non osservata dalle telecamere per continuare la sua opera, e alle spalle Umberto che lo segue con aria compassionevole, invitandolo a calmarsi. I due scompaiono dal monitor, pochi secondi… uno “straccio” rientra nella scena come gettato contro il bancone del bar. Non era uno straccio, era un uomo che aveva fatto una scelta, aveva scelto il senso civico di intervenire. Era Umberto Magni che con violenza è stato scagliato contro il bancone per poi ricadere di peso per terra perdendo conoscenza. Da lì non si è più mosso mentre l’energumeno continua a picchiare altri ragazzi. Le immagini continuano a scorrere e si vede qualcuno avvicinarsi, forse è il ragazzo picchiato che fa un gesto al gestore del bar; forse gli dice di chiamare l’ambulanza. Nessuno chiama i carabinieri, altri si avvicinano, guardano con sufficienza e vanno via.
Immagini che fanno rabbia ma, ancor di più, fa rabbia l’omertà che ha circondato questa vicenda. Nella cartella clinica è contenuto anche il referto con cui gli operatori del 118 hanno ricoverato l’uomo in ospedale a Frosinone nel quale si legge: “Il paziente avrebbe avvertito malore in pieno benessere con caduta a terra”. Nessuno dei presenti ha raccontato agli infermieri che Umberto era stato oggetto di violenza, nessuno ha raccontato che quelle ferite erano state provocate da un bruto e non, invece, da una caduta in seguito al malore. Umberto, quindi, viene ricoverato per una ischemia cerebrale. La sera stessa viene trasferito a Latina, ma per Umberto c’è poco da fare: il trauma cranico, e non l’ischemia, gli ha ridotto il cervello in poltiglia. I figli che vivono ad Alfedena (Aq), da subito accorsi al capezzale del padre, solo dopo 20 giorni hanno saputo dai carabinieri la verità, e cioè che l’uomo era stato picchiato. Una verità emersa non dalla coscienza di qualcuno dei presenti quel pomeriggio nel bar, ma dalla tenacia con cui i carabinieri della compagnia di Anagni, comandati dal capitano Aldo Iorio, hanno portato avanti le indagini. I sospetti degli investigatori, che in quella vicenda c’entrasse a pieno titolo un loro conoscente, tale Alessandro Iori, sono stati confermati dalle immagini delle telecamere del bar che il proprietario ha consegnato loro. Piano piano, ma molto lentamente, poi, qualche primo bagliore di luce nei racconti di alcuni dei presenti che “incoraggiati” dai carabinieri, hanno iniziato a superare la paura per quel violento. Per Alessandro Iori sono quindi scattate le manette con l’accusa di lesioni gravissime. Intanto Umberto era ancora ricoverato a Latina, assistito quotidianmente dai suoi figli che facevano la spola tra l’Abruzzo e il capoluogo Pontino. Dopo 45 giorni, però, e dopo un trasferimento in una clinica di Cassino, Umberto è morto. L’accusa per Iori, quindi, si è trasformata in omicidio e a seguito del processo, è stato condannato ad 11 anni di reclusione. Una condanna che a Stefania Magni, figlia di Umberto, va stretta. La donna, così come i suoi fratelli, conserva dentro la comprensibile amarezza e la disperazione per una storia che ha dell’incredibile e che vede contrapposti due estremi: l’alto senso di civiltà di Umberto e quello inesistente non solo di chi ha colpito, ma anche di chi ha nascosto, occultato e tentato di far passare impunito un omicidio. “Chi ha mentito non è migliore di Alessandro Iori” dice Stefania con il volto solcato dalle lacrime. L’abbiamo raggiunta ad Alfedena dove vive con la sua famiglia e dove vivono anche gli altri due figli di Umberto. L’uomo era originario di Bologna e a 33 anni arrivò in Ciociaria per piastrellare la Prince di Ferentino. Là lavorava una donna, quella che poi sarebbe divenuta sua moglie. Un matrimonio che finisce e la donna torna nella sua terra d’origine, portando con se i tre figli. I rapporti sono cordiali e Umberto, che resta a Ferentino, mantiene affittato anche un appartamento anche ad Alfedena per poter seguire da vicino la crescita dei suoi bambini. “Mio padre, il 7 dicembre del 2009, in quel bar, poteva scegliere di andar via. Dalle immagini si vede che aveva timore di quel violento, ma ciò nonostante è intervenuto pensando di salvare un ragazzino indifeso”. Anche se straziata dal dolore, Stefania, con convinzione, ribadisce: “Sono orgogliosa di mio padre, sia per come è vissuto che per come è morto. Quello che mi fa rabbia è l’omertà di chi ha nascosto anche il vero motivo del suo male negandogli ogni possibile speranza di sopravvivenza. Se qualcuno dei tanti presenti avesse detto agli operatori del 118 che mio padre era stato colpito e le sue gravi condizioni erano state causate da traumi esterni, non lo abvrebbero curato per l’ischemia e, chissà, se questo non gli avesse dato speranza di sopravvivenza”. Nessuno, però, ha parlato e lka verità è venuta fuori solamente 20 giorni dopo dalle immagini che i carabinieri hanno recuperato dalle telecamere del bar. Una vicenda che suona come una vera sconfitta per una comunità che si definisce civile; un’occasione persa in un periodo storico arido di eroi veri, e che finisce per ignorare quei pochi che ci sono.
Ermanno Amedei