Partiti politici come comitati d’affari, ingessano l’economia mentre, le tigri d’oriente… “galoppano”

17 agosto 2010 0 Di redazione

Il fatto che da un po’ di anni nascano continuamente nel variegato panorama della politica locale, gruppi di aggregazione civica è sintomo da un lato di un generale malcontento nei confronti dei tradizionali partiti nei quali, evidentemente, la società civile non si riconosce più, nonché di un fermento intellettuale e culturale di chi ancora sente di essere cittadino e, quindi, dinanzi al patetico teatrino della politica dove si parla solo senza mai affrontare e risolvere i problemi concreti, esprime il proprio disagio in un impegno civico con l’intento di contribuire ad un serio cambiamento.
E’ un fenomeno che si connota per una sostanziale trasversalità sotto il profilo politico che tende a riportare la politica in mezzo alla gente, soprattutto in mezzo ai bisogni della gente, diventando allo stesso tempo momento di denuncia, di sintesi e di proposta ruoli dai quali i partiti tradizionali hanno ormai abdicato.
E’ innegabile infatti che i partiti tradizionali siano in evidente crisi già da tempo, quando da momento rappresentativo dell’aggregazione di idee, di culture e di sensibilità affini o comunque compatibili, sono diventati dei comitati d’affari il cui unico scopo è gestire il potere per garantirsi la perpetuazione del potere e quindi non hanno più rappresentato nessuno se non gli interessi particolari di chi ha raggiunto la gestione del potere e vuole mantenerla ad ogni costo.
Una malattia questa che va da destra a sinistra passando per il centro e che si manifesta ormai quotidianamente con i continui ricorsi a “predellini” vari, minacce continue di elezioni anticipate, rimpasti, creazione di nuove formazioni politiche o nuove maggioranze, secessioni e quant’altro, tutte schermaglie di cui la gente che avrebbe bisogno di risposte concrete dalla politica non capisce il senso, specie dopo vittorie elettorali con maggioranze ragguardevoli, se non nell’ottica di mere lotte di potere fini a sé stesse e che nulla hanno a che vedere con il bene collettivo.
Indubbiamente può essere moralmente condannabile l’ “affaire” della casa monegasca dell’ex partito del Presidente della Camera così come lo fu la vicenda Lewinsky per il presidente degli USA Bill Clinton ma da cittadino viene spontaneo chiedersi come queste vicende possano rilanciare l’economia italiana o rendere più competitivo il sistema imprenditoriale creando nuovi posti di lavoro o possano sconfiggere le piaghe della disoccupazione o del lavoro nero, domande alle quali la politica non riesce a rispondere.
Eppure a queste domande la politica dovrà dare una risposta convincente più presto di quanto si pensi, perché mentre in Italia si disquisisce “sul sesso degli angeli” la Cina è diventata la seconda potenza economica al mondo superando il Giappone, le tigri asiatiche quali ad esempio la Corea del sud ed Hong Kong ed il gigante India aggrediscono in modo sempre più penetrante il mercato globale togliendo ogni giorno spazio alle imprese ed ai prodotti italiani, con una concorrenza spietata che si fonda su un modello di sviluppo fatto di salari bassissimi, di scarsa se non nulla sindacalizzazione del lavoro, di sfruttamento e di tutele del lavoro pressoché inesistenti, di potenziali demografici impressionanti, contro la quale è molto difficile fare qualche cosa e le difficoltà aumentano quando chi dovrebbe provvedere è in tutt’altre faccende affaccendato.
Una classe politica contro la quale il settimanale cattolico “Famiglia Cristiana” in un editoriale della scorsa settimana, ha formulato, in chiave bipartisan, un duro atto d’accusa affermando che in Italia mancano politici capaci di offrire obiettivi condivisibili, non emergendo nel dibattito politico alcuna idea di bene comune che possa far superare le divisioni e gli interessi di parte, e che un paese che deve mirare allo sviluppo non può continuare con uomini, lontani dalla gente, che hanno scelto la politica per sistemare sé stessi e le proprie pendenze, e che si dimostrano impotenti a risolvere i problemi del Paese.
Un monito importante di una voce autorevole del mondo cattolico che deve far riflettere e che contribuisce a capire perché, quanto meno a livello locale, la gente non è più disposta a firmare all’interno delle urne alcun mandato in bianco ai politici, ma vuole impegnarsi per avere non più parole vuote e promesse, ma risposte concrete alle esigenze della comunità che con i fatti l’aiutino a crescere per il bene di tutti.
Paolo Andrea Taviano
Magistrato