Intervento dell’Abate, chi lo ha criticato non conosce il significato del volabolo Politica

19 settembre 2010 0 Di redazione

Le parole pronunciate dal Padre Abate di Montecassino nel Pontificale dell’Assunta >(leggi)strong> hanno provocato più di qualche mugugno tra gli esponenti politici locali tanto che qualcuno ha accusato addirittura l’alto prelato di intromettersi troppo nelle vicende politiche della Città.
Evidentemente chi ha detto questo ignora il significato del vocabolo “politica” che derivando dal greco “polis” ovvero città, individua il legittimo e naturale interesse di un membro di una comunità, nel caso di specie di un membro di altissimo livello sociale e spirituale, per quel che avviene nella città in cui vive ed opera in merito al quale non gli può non essere consentito di esprimere il suo autorevole punto di vista.
Evidentemente si dimentica il ruolo “politico”, nel senso di fornire un contributo al raggiungimento del bene comune e della giustizia sociale, che autorevoli uomini di Chiesa come Leone XIII con l’enciclica Rerum Novarum, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Don Sturzo, Don Giussani solo per citarne alcuni, hanno avuto, ruolo politico che, invece, nel lessico comune viene fatto sempre erroneamente coincidere con una appartenenza necessariamente “partitica”.
Si capisce che quando il punto di vista della massima autorità spirituale cittadina è negativo la cosa bruci per chi è oggetto di critica, ma proprio per questo motivo quelle parole devono far riflettere ancora di più, in particolare in una Città come Cassino che storicamente esprime un orientamento politico prevalente ispirato alla cultura ed ai valori del cattolicesimo.
La riflessione deve poi essere ancora più attenta quando un’altra autorevole voce del mondo cattolico come il settimanale “Famiglia Cristiana” in un editoriale di qualche settimana fa, ha formulato, in chiave bipartisan, un duro atto d’accusa contro la classe politica affermando che “in Italia mancano politici capaci di offrire obiettivi condivisibili, non emergendo nel dibattito politico alcuna idea di bene comune che possa far superare le divisioni e gli interessi di parte, e che un paese che deve mirare allo sviluppo non può continuare con uomini, lontani dalla gente, che hanno scelto la politica per sistemare sé stessi e le proprie pendenze, dimostrandosi impotenti a risolvere i problemi del Paese”.
Reprimende dure che dimostrano come in determinati ambienti si avverta che la classe politica e, in particolare, quella di estrazione cattolica, abbia perso di vista l’obiettivo del bene comune quale dimensione sociale del bene inteso in senso morale che, come recita la dottrina sociale della Chiesa, è allo stesso tempo di tutti e di ciascuno e ripudia concettualmente visioni subordinate ai vantaggi del singolo, bene comune che dovrebbe rappresentare la ragion d’essere dell’autorità politica.
Un bene comune che la dottrina sociale della Chiesa pone in diretta correlazione con il rispetto dei diritti fondamentali della persona quali ad esempio il diritto al lavoro, alla salute, all’abitazione, diritti quotidianamente calpestati dalle inefficienze della politica, delle amministrazioni e della burocrazia e che, invece, le istituzioni dovrebbero tutelare.
Moniti importanti per ricordare che la politica, come affermava Paolo VI, è una forma di carità verso la comunità e deve essere capace di aiutare tutti a crescere.
Paolo Andrea Taviano
Magistrato