Tragedia in caserma a Rovigo, il generale Vacca racconta “la base” dei carabinieri

6 ottobre 2012 0 Di redazione

Sulla vicenda di Rovigo, precisamente di quanto accaduto nella caserma dei carabinieri di Porto Viro, dove l’Appuntato 50enne Renato D’Addario, il primo ottobre ha impugnato la pistola per uccidere prima il Comandante della Stazione, il Luogotenente Antonino Zingale, 49 anni, poi la moglie di questi, Ginetta Giraldo, e infine se stesso, è intervenuto il generale di Divisione dei Carabinieri Raffaele Vacca che ha disaminato la situazione sociale e professionale dei carabinieri, in partiocolare quelli che vivono e lavorano nelle stazioni e che costituisco la base della Benemerita.
“Non sono infrequenti, purtroppo, casi similari, anche recenti, nell’Arma, ma piuttosto che cercare colpe, tranciare sentenze e formulare analisi demagogiche sempre prive di contenuti, può invece essere utile analizzare alcuni aspetti di ordine pratico, morale e psicologico su quello che è il servizio del Carabiniere di Stazione, sì, il Carabiniere della più piccola unità operativa dello Stato, entità autonoma e per questo speciale, quale è appunto la Stazione, un tempo definita a ragione la vera “antenna dello Stato”.
Vorrei dire qualcosa proprio riguardo al ruolo di quel modesto ma grande Soldato della Legge, giornalmente esposto a situazioni stressanti, che possono a lungo comprometterne il benessere sia psicosociale che fisico.
Gli eventi con i quali quotidianamente si confronta inerenti alle sue mansioni sono molteplici e delicati, vanno dalla gestione della normalità della vita civile, nel proprio contesto di lavoro, alla partecipazione ai servizi esterni di pattuglia, o

al servizio in Caserma, per prendere le denunce e fornire consigli alla gente sovente di un piccolo sperduto paese; è anche soggetto ai doveri di Carabiniere nella piccola comunità militare di appartenenza, doveri costituiti dalla gerarchia, dalla disciplina, dall’iter organizzativo, dal rispetto delle norme e delle regole. Deve poi, all’occorrenza, essere in grado di confrontarsi con la violenza della strada, le rapine, gli omicidi e le sparatorie, dovrà vedere morti e feriti, trovarsi davanti a donne e bambini abusati, partecipare a scontri violenti con delinquenti da arrestare, spesso ubriachi e drogati, sia di giorno che di notte, in zone isolate e lontane,

Lui solo con il Collega, entrambi consapevoli della difficoltà di poter ottenere manforte. In caso di incidenti stradali anche gravi, Lui prosegue la sua attività soccorrendo i feriti ed effettuando i rilievi planimetrici con la stessa professionalità tecnica dei colleghi della Polizia Stradale e sarà, ovviamente, proprio Lui il primo a soccorrere la sua gente in occasione di disastri naturali, sempre più frequenti.
Egli, quindi, in virtù di tutto questo, deve tenersi pronto ad intervenire in ogni momento, pur percependo attorno a sé un continuo senso di pericolo proveniente da un nemico invisibile e sconosciuto, offrendo comunque garanzie alla richiesta di sacrificio da parte della società sempre più esigente e intollerante, ma avvertendo però nel suo animo che la minaccia, il danno o addirittura la morte sono realtà possibili per Lui; e Lui,

il Carabiniere di Stazione, questo lo sa bene, come sa anche di non essere un impiegato qualsiasi, al quale la routine può concedergli minori responsabilità, orari di lavoro favorevoli e tempo libero, come sa, che, diversamente dall’impiegato qualsiasi, dovrà essere sempre presente, dovrà correre rischi, soggiacere ad orari pesanti, indossare una divisa che lo obbliga ad obbedire ad un superiore a volte burbero ed intransigente e, magari, nel fare tutto questo, non vuole far trapelare, per pudore, il peso enorme di una vicenda familiare negativa, o di una situazione di servizio forse erroneamente ritenuta ingiusta, comunque patita, sofferta e amaramente vissuta.
Lui sa anche che deve continuare a vivere in un ambito ristretto, piccolo come la Caserma che lo ospita e nella quale spesso abita, anche da sposato con la famiglia, se ha la fortuna di ottenere l’alloggio di servizio che gli consente di non pagare l’affitto a tutto vantaggio dell’ormai magro bilancio familiare; un ambito che può diventare una gabbia che lo chiude e , sebbene affievolite ma non scomparse del tutto le grandi motivazioni di un tempo, lo opprime fortemente. Ecco, allora, il malessere, il risentimento o il gesto sconsiderato di rifiuto estremo alla vita sua e, ancor peggio, a quella di altri. Ora, quando una o più vite sono state spezzate in tal modo, siamo chiamati a riflettere sull’odierno modo di vivere, sul minore spirito di appartenenza e sul minore senso di solidarietà che un tempo, antipatie e contrapposizioni fisiologiche a parte, facevano considerare, tra Colleghi e appartenenti allo stesso Corpo, tutti fratelli nel comune ideale.
Ma, l’avanzare del tempo ha velocemente imbarbarito la vita sociale in tutti i settori umani e tali sono anche le conseguenze per chi ha la Fiamma nel Cuore e sul Berretto della divisa come gli Alamari cuciti sulla pelle. Ciò, ovviamente, merita una riflessione approfondita e non di facciata, cui dovrà seguire l’adozione di provvedimenti. Certo è che gli appartenenti ai comparti sicurezza e difesa dello Stato soffrono oggi del totale disinteresse della politica di qualsivoglia orientamento o colore (una per tutte: la Legge sui Principi del 1978 e relativo Regolamento di Disciplina, davvero innovativi e aderenti ai tempi che mutavano, sostituiti nel 2010 dal cosiddetto Nuovo Codice dell’Ordinamento Militare, ritenuto nel suo complesso afflittivo e retrogrado), come anche avvertono una sorta di distacco delle proprie rispettive gerarchie, che da tempo, anche nei gradi minori, si sarebbero irrigidite su criteri di fredda e inanimata valutazione burocratica dei problemi. Non vorrei che, se così fosse davvero, in un futuro non lontano, si giungesse a quella gestione del comando ispirata ai princìpi del Generale Emanuele Pes di Villamarina, che fu Ministro della Guerra del Regno di Piemonte dal 1832 al 1847, per il quale era necessario proibire “con rigore, non pure nelle caserme, ma nei privati domicili, al militare gregario e graduato, qualunque studio, qualunque lettura, anche di argomento militare, sì che un ufficiale scoperto autore di qualche scritto o perdeva il grado, o vedeva preclusa ogni via di avanzamento”.