Tesoro confiscato ai Casalesi, il capo della Dia: “A Gaeta compravano armi e nel cassinate riciclavano soldi”

14 gennaio 2013 0 Di redazione

“E’ un passo importante verso la legalità delle attività imprenditoriali del territorio”. Lo dichiara Maurizio Vallone il capo della Dia di Napoli che ha diretto l’operazione di confisca di un patrimonio di 90 milioni di euro dei Casalesi nel Basso Lazio.
L’INTERVISTA

“Il De Angelis e Saidi, attraverso la loro vicinanza al clan dei Casalesi ed in particolare della famiglia Schiavone, il famoso Sandokan, potevano utilizzare gli ingenti proventi di attività illecite reinvestendoli sul territorio operando, quindi, in un regime di monopoli in particolare nel settore della compra vendita delle auto. Avendo loro costi di gestione basso mettendo fuori di mercato gli altri concorrenti. Oggi questi beni entrano a far parte del Patrimonio dello Stato”.
Cassino, Castrocielo, Sora, Gaeta, territori fuori dalla Campania ma che risentono l’influsso delle attività malavitose della Camorra.
“Non è questa operazione per dimostrare che nel basso Lazio ci sono radicamenti della Camorra. – Continua Vallone – Il clan dei Casalesi fin dagli anni 80, proprio attraversi la presenza di De Angelis era riuscita ad infiltrarsi in questi territori. Per anni la base militare americana di Gaeta era stata punto di riferimento fisso per il traffico illegale di armi che Gennaro De Angelis riusciva a far uscire da quella base; armi che venivano usate per combattere le guerre di Camorra nel casertano. Sul finire degli ottanta, nella zona di Gaeta e Formia ci sono stati numerosi omicidi avvenuti in seguito a scissione interna al Clan dei Casalesi. Successivamente ci sono state una serie di attività imprenditoriali riconducibili ai clan camorristici, che sono state individuate e sequestrate nel corso degli anni proprio nelle zone del pontino che sono la naturale espansione territoriale dei Casalesi perché a ridosso del territorio casertano; anzi con vantaggio dei Casalesi che investivano in un territorio in cui la cultura della criminalità organizzata era ancora poco radicata e meno contrastata e quindi potevano contare su maggiore impunità. Tutto questo fino ad oggi quando i giudici del tribunale di Frosinone, con grande coraggio di appropriarsi di una materia che non è propria di un piccolo Tribunale, sono riusciti in brevissimo tempo ad accogliere la proposta del direttore della Dia”.