A.S. La Cobas Cassino: L’Inps non paga gli ammortizzatori sociali in deroga da novembre 2012

4 aprile 2013 0 Di redazionecassino1

Da A. S. La Cobas riceviamo e pubblichiamo.

Con un messaggio, il n.1051 del 18.01.2013 la Direzione Nazionale INPS ha comunicato alle proprie sedi regionali di non anticipare agli aventi diritto il trattamento di cassa integrazione, mobilità e disoccupazione in deroga, a causa della mancata proroga sull’autorizzazione degli anticipi disposta dal DL n.5/2009 art.7, comma 3.

A denunciarlo è l’A.S.La COBAS di Cassino , che sottolinea come, nel Cassinate, ma in tutte le province del Lazio, ci sono migliaia di lavoratori, in cassa integrazione, in mobilità o in disoccupazione, che non  ricevono da novembre 2012  i sussidi in deroga.

Sono circa 10mila i Lavoratori e le Lavoratrici del Cassinate  senza un soldo, nel mentre il Governo Monti finanzia le spese militari per le campagne di guerra.  La differenza delle precedenti annualità che vedevano nella manovra finanziaria o nelle leggi di stabilità la proroga del DL n.5/2009 per il 2013 questa previsione non è stata inserita, per quest’anno nella finanziaria, con la conseguente penalizzazione per i lavoratori interessati.

Nel  Cassinate  hanno beneficiato degli ammortizzatori sociali in deroga molte migliaia  di cassaintegrati, dipendenti in mobilità e/o disoccupazione, che evidentemente si aspettano di poter continuare a beneficiare del trattamento in deroga anche per il corrente anno. Non solo, questa soluzione è stata adottata anche per le aziende dell’indotto Fiat, che proprio in questo periodo stanno facendo le domande per la disoccupazione in deroga, non avendo maturato lo scorso anno le giornate necessarie per accedere alla disoccupazione, ragion per cui, tra i più penalizzati saranno sicuramente loro.

Le liste  di mobilità sono  bloccate.  I Pagamenti della cassa integrazione in deroga del 2013 sospesi. I soldi sono  finiti. L’Inps sta precipitando nel baratro. E insieme all’istituto di previdenza anche i tanti lavoratori che ad esso sono iscritti e che si trovano  senza tutele.

La questione, seppur semplice, è drammatica: i fondi ministeriali destinati all’Inps sono terminati. E anche se qualcuno prova a grattare il fondo del barile, da qui in avanti si potrà solo cominciare a scavare.

Dopo i tagli decisi dal governo Monti, da gennaio 2013 i dipendenti licenziati dalle aziende non possono essere più iscritti nelle liste di mobilità. La storia è questa:  l’iscrizione a queste liste speciali agevola l’inserimento dei lavoratori licenziati nel mercato del lavoro, favorendo una ricollocazione congrua al profilo professionale dell’utente. Entro 60 giorni dal licenziamento, i lavoratori si devono presentare al centro per l’impiego territorialmente competente e chiedere l’iscrizione alle liste. La commissione regionale per le politiche del lavoro deve poi approvare le domande, che inoltra al centro per l’impiego il quale provvede a trasmettere il certificato di iscrizione alle liste di mobilità al domicilio del licenziato.

Successivamente, ed è questa la cosa importante, le aziende che vogliono assumere queste persone, ottengono agevolazioni, in quanto per un anno (in caso di contratto a tempo indeterminato) o per 18 mesi (in caso di tempo indeterminato) non devono versare contributi. Va da sé, che se il lavoratore licenziato resta fuori da queste liste, le aziende che vorrebbero assumerlo non beneficiano più di questi sgravi contributivi, pertanto, specie in tempi di crisi, nessuna di loro avrà interesse a dare una nuova occupazione a quel lavoratore. Che quindi è condannato alla disoccupazione forzata.

Nella legge di Stabilità 2013 varata dal governo Monti non viene più rifinanziato il provvedimento che consentiva ai lavoratori e alle lavoratrici licenziati individualmente per motivi economici, senza diritto all’indennità di mobilità (soprattutto dipendenti di piccole imprese), di usufruire dello sgravio contributivo in caso di nuova assunzione.

Secondo queste disposizioni decadono dal diritto ad usufruire dello sgravio contributivo anche coloro che erano già iscritti nelle liste di mobilità del 2012 e ancora in attesa di una nuova occupazione. Una legge che costava meno di 30 milioni di euro l’anno per tutto il territorio nazionale e che rappresentava praticamente l’unica possibilità per queste persone, espulse dal ciclo produttivo, di poter rientrare nel mondo del lavoro.

Le liste di mobilitazione, dunque, sono state chiuse col finire dell’anno e i lavoratori licenziati che si sono rivolti ai centri per l’impiego si sono visti respingere la loro iscrizione nelle liste per il mancato inserimento nella legge di Stabilità della proroga annuale. Quasi come una beffa, è stato spiegato loro che non è certo se questa mancata proroga della lista, sia da addebitare ad una precisa volontà da parte del governo o ad una dimenticanza.

La portata della mancata proroga in realtà è ben più grave. Dal 1° gennaio 2013 è venuto meno anche lo stanziamento necessario a finanziare gli incentivi per l’assunzione dei lavoratori già iscritti nelle liste di mobilità. La decisione, o dimenticanza, del governo Monti e del ministro Fornero tradisce così le promesse fatte in Parlamento.  Dopo il pasticcio esodati,  insomma, siamo di fronte ad un altro provvedimento che colpisce i lavoratori più deboli e le loro famiglie.

L’altro tema che cuoce a fuoco lento è quello delle pratiche bloccate della cassa integrazione in deroga. Con una circolare ministeriale, e una dell’Inps, è stata comunicata l’interruzione nei pagamenti delle pratiche di cassa integrazione in deroga del 2012.

Insomma, in questo momento migliaia di lavoratori e lavoratrici sono in attesa del trattamento di integrazione salariale o di mobilità a cui hanno diritto, pur essendo stato richiesto nei termini di legge, e si ritrovano senza alcun reddito o con una riduzione della loro paga, per una burocratica prescrizione che ha bloccato decine di migliaia di pratiche di cassa integrazione in deroga e mobilità in tutta Italia”,

L’Inps di Cassino che, con un’incredibile solerzia, ha subito vietato l’accesso al sistema informativo per l’inserimento delle pratiche, sostiene che questa disposizione è giustificata dalla necessità di un monitoraggio efficace. “Ma da quando una necessità contabile viola la legge e produce un blocco di richieste legittime che possono e devono essere esaudite?”

Non ci rendiamo conto della gravità della situazione. Così non fanno altro che alimentare malessere. Diventerà un problema di ordine pubblico perché di questo passo andremo allo scontro sociale”.

Ed è chiaro a tutti quali siano state le ragioni di questi blocchi: i fondi per gli ammortizzatori in deroga sono finiti.

Infine, alle normali difficoltà di reperimento dei Cud Inps, mancato o ritardato invio, indirizzi sbagliati, etc., da quest’anno si aggiungerà – sempre sulla base di quanto disposto dalla legge di Stabilità di Monti – l’ulteriore difficoltà per il pensionato Inps di dover scaricare il proprio Cud da solo, accedendo con un numero pin personale al portale dell’istituto e senza più l’invio di supporti cartacei. La giustificazione data dall’’Inps è che non ha più soldi per inviare le raccomandate.

Soldi che evidentemente, però, non ha problemi a reperire per il suo presidente, Antonio Mastrapasqua, il quale continua a percepire stipendi d’oro per i suoi numerosi incarichi. Nella recente lista stilata dal ministero, compare solo il suo compenso da presidente Inps, ovvero 216.711,67 euro. Ma in questo conteggio non c’è il compenso che Mastrapasqua riceve in qualità di vicepresidente di Equitalia e quelli per gli altri 22 incarichi che possiede. Il suo reddito complessivo annuale sarebbe stato stimato in un milione e duecentomila euro.