pubblicato il18 luglio 2013 alle 11:32

Arte a 360 gradi al teatro romano di Cassino nella rappresentazione “Antigone”

Decisamente un evento particolare e di straordinaria innovazione è quello che è stato realizzato lo scorso sabato 13 luglio a Cassino, presso il Teatro Romano, dal titolo “Antigone”.
In effetti si è trattato di un evento culturale soprattutto per la presenza contemporanea di varie forme di arti: dalla pittura, presente con le tele della pittrice Margherita Fascione, alla musica, alla recitazione, alla danza e alla citazione del mondo classico con la messa in scena dell’ “Antigone”.

Il primo, forse, di questi eventi che intendono reinterpretare in chiave moderna e contemporanea la tragedia greca, facendone appunto un “evento totale”, sintesi di ogni forma artistica, così come era nello spirito più autentico della tragedia greca. Essa infatti, va ricordato, non era solo dramma, ma momento religioso, musicale, di assemblea e di agone dei cittadini della “polis” ateniese.
Così le tele erano appunto ispirate ai personaggi e alle fasi salienti della tragedia, così l’altare in scena che non riesce a incendiare le ceneri – ad indicare la vacuità e l’errore che aveva rappresentato il sacrificio di Ifigenia per tutta la stirpe dei Labdacidi, le cui colpe si tramandavano ora sulle generazioni successive, e quindi su Edipo e appunto su Antigone – così anche l’introduzione di scene mimiche di danza, dove le due coreute Ramona Di Giovanni e Giula Leone danzano accanto alle due sorelle, Ismene e Antigone, così infine gli intermezzi prettamente musicali dove la magnifica voce di Antonella D’Avino commenta liricamente gli episodi più significativi, spesso esprimendo la voce del coro, secondo un’originale quanto apprezzabile interpretazione di chi ha curato l’adattamento del testo originale, ossia Margherita Fascione, che ha eliminato i cori per motivi di sintesi scenica, sostituendoli opportunamente con il commento vocale e lirico. Questa innovazione ha permesso di evitare lungaggini sulla scena che, per quanto sarebbero state apprezzate dai filologi, non sarebbero state invece accolte positivamente dal pubblico dei non addetti ai lavori, poiché avrebbero allungato il dramma e la sua durata oltre il previsto.
In effetti, non dobbiamo dimenticare che si tratta di un teatro all’aperto per il pubblico più vario – e non solo per intenditori – e che le esigenze del pubblico attuale non sono quelle di stare a teatro per tre o quattro giorni, come per i cittadini ateniesi, bensì quelle di vedere azione sulla scena, rapidità e conclusione del dramma in non più di due ore e mezza o tre.
Quanto alla selezione degli episodi, essi, grazie anche alla voce della corifea, sono stati illustrati nell’economia della tragedia, puntando sui momenti culminanti, quali il colloquio tra Antigone e Creonte, Antigone e Ismene, Tiresia e Creonte o sull’episodio IV del lamento di Antigone. Eppure già recuperando gli episodi salienti, il pubblico ha trovato lungo il dramma.
Ma non dimentichiamo che è nella natura stessa di questa tragedia che risiede il carattere altamente innovativo che Sofocle è riuscito ad attribuirle. Infatti essa è sostanzialmente costituita di momenti di riflessione e commento lirico tra i protagonisti su problemi essenziali del dramma antico, quali il senso della DiKe e la dicotomia tra giustizia degli Inferi e giustizia umana, il carattere ctonio di Antigone e le sue relazioni con Proserpina quando la protagonista afferma “sarò sposa al dio d’Acheronte”, il problema della sepoltura per i traditori e i sacrileghi, il bando sacrilego di un tiranno che si contrappone alla giustizia della legge naturale (Themis) che non consente a un consanguineo o a un parente di non dare sepoltura a chi ha il suo stesso sangue.
E’ chiaro che già dover mettere in scena tutte queste tematiche, tanto più nel loro contenuto polemico contro le leggi che non rispondono più ai bisogni della polis ateniese del V sec. a. C., aveva creato una tragedia più statica, stataria ante litteram meditativa che non di azione vera e propria, dove i messaggeri sintetizzano le azioni drammatiche per lasciare spazio agli “agoni” lirici e alle “arie” meditative di cui è intessuto il testo.
Ma proprio per questo motivo la messa in scena di tale tragedia è stata davvero una grande sfida, un ad maiora piuttosto che un azzardo non motivato che ha voluto tentare di far avvicinare i moderni alla sensibilità dei tempi di Sofocle.
Certo che ancora alcune sezioni vanno migliorate e che forse c’è da fare un lungo lavoro di lima per tutto ciò che concerne la rappresentazione vera e propria: dalla recitazione degli attori, a volte imprecisa, alla dizione da adattare ad un teatro all’aperto; la realizzazione degli effetti scenici, della musica e delle luci; l’amalgama della compagnia di recitazione e la loro coesione durante la rappresentazione; gli intermezzi musicali e artistici, magari da realizzare integrando le tele con musica e danza, e così via.
Siamo però convinti che, se si è trattato di un primo esperimento, ci sono comunque le migliori premesse per migliorare questo tipo di lavoro “artistico a tutto tondo”, per curarne meglio i dettagli, per mettere a punto recitazione e drammaturgia e soprattutto per evitare che rimanga un evento chiuso in se stesso, ma per far sì che quanti si sono profusi nel permettere la messa in scena di tutto questo, possano trarre davvero i migliori auspici e un grande incoraggiamento per proseguire nella loro opera.
di Lucia Mancini

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