pubblicato il22 settembre 2013 alle 14:26

“VISIONI_la minceur ingrate de la forme” la mostra alla Galleria 291 Est di Roma

La mostra “VISIONI_la minceur ingrate de la forme” nasce dopo la partecipazione di Gaëlle Macera a Foto–Racconto, un concorso fotografico promosso dal 2011 da La Fabbrica Delle Parole, un’Associazione culturale che organizza da 12 anni, a Castelnuovo Parano in provincia di Frosinone, un’ampia rassegna di letteratura teatro e pittura. La Macera si aggiudicò il primo premio con una serie di immagini, che rivelarono una notevole sensibilità artistica, che fa riferimento all’ampio panorama della storia dell’arte più contemporanea. Il primo premio, conseguito l’anno scorso,  le ha permesso di preparare questa mostra personale che è stata inaugurata il 21 settembre presso la Galleria 291 Est di Roma, e che sarà visitabile fino al 28 dello stesso mese. Questa personale include un’inedita serie dedicata all’estetica del particolare, in cui l’obiettivo, così come il nostro occhio, mette a fuoco il dettaglio, seguendo le fila di un processo induttivo.

 afferma Gaëlle Macera. Una “gitana in cerca di radici”- come ama definirsi – ci riconsegna il resoconto di un perenne viaggio custodito in un album del tutto singolare: non c’è, in esso, una documentazione etnografica o paesaggistica, ma l’individuale indugio sul dettaglio. “VISIONI_” è un racconto emozionale che mette l’attenzione sullo specifico, l’inusuale, la circostanza minuta, l’insolito. L’intreccio visivo di una storia che ci guida attraverso gli elementi di un insieme: qui il punctum dell’Operator-Fotografo diventa studium dello Spectator. A noi quindi il riscontro critico del motivo subcosciente dell’altro, fissato nel divenire dell’universo. Come scriveva Cocteau:<…Motivi potentissimi e quasi sempre segreti sono all’origine di mille particolari che compongono la bellezza brulicante dell’universo. Una singolarità può sembrarci gratuita, ma la sua forza espressiva nasconde sempre delle radici…>

Nata a Lyon in Francia, il 4 novembre 1975, Gaelle Macera a poche settimane di vita si ritrova a vivere in Grecia per 3 anni a causa del lavoro del padre. Fu la prima tappa di una vita espatriata. Dopo la Grecia toccò all’Ex Yugoslavia, poi alla Libia, all’Egitto, alla Cina. E ancora Milano, Parigi, Cassino e Firenze. Dopo la maturità al Cairo, gli studi di teatro, lingue e pedagogia tra Pechino, Parigi e Montpellier. Un’insegnante di francese all’estero ed anche un’interprete, con la passione della fotografia fin dall’infanzia: ha seguito un corso propedeutico in Fotografia con conseguente diploma. Dopo numerose esposizioni tra Lione e Pechino, la partecipazione all’edizione 2012 del concorso fotografico Foto–Racconto nel contesto de La Fabbrica Delle Parole di Castelnuovo Parano, dove si aggiudica il Primo Premio, che ha dato luogo a questa esposizione romana. 
(rdv)

LA MINCEUR INGRATE DE LA FORME
Lettera spezzata per Gaelle Macera…

Non mi metto attorno a un’immagine, come se non c’entrasse con l’anima: è un’esperienza, ma senza l’esperienza. Quello che so, il sapere, mi può lasciare. Ma l’esperienza no, non dimentica: si spoglia, come un simbolo, e si nasconde. E l’anima cammina molte volte un sentiero, e non c’è storia che non conosca, e che non rammenti. Può essere la fotografia un racconto? Cos’è un racconto? La fotografia è un’istantanea che prende l’uomo e lo fissa sopra una circostanza. Lo stampa. Questo è. Questo: un punto di vista. Ma l’asse della rivelazione si sposta dall’asse di una trottola. Il soggetto dell’esistenza compra il ruolo di spettatore: la metafora della città diventa il teatro: non più un caos di consapevolezze che costruisce il sentimento dell’esplorazione, ma un eccesso di abbandono che fugge la stanza, o la piazza, e inventa un momento statico: estatico: senza urgenza: che lasciato senza visioni, invece che un passagenwerk, sarebbe solo l’agenda di un botanico da marciapiede, che porta con un guinzaglio tartarughe per le vie di Parigi…
Scrivere – con la luce. Ora, quello che succede ora, che mi succede rubando la versione letterale della parola foto-grafia, è il fatto di pensare a ogni moto perfetto che capita nel nostro sistema nervoso, quando si mettono a girarci dentro le maschere che ballano nel mondo, e che passano indenni tra verso la sfera in soggettiva dell’occhio. Guardo questo cielo denso di agosto: l’aria mossa da un vapore che toglie l’acqua dai fossi e la sospende sui segreti che la ragione non riesce subito a spiegare: la fatalità mi sembra impressa negli oggetti: non sono cose, ma il caso li mette in forma per l’energia mimetica della comunità, che dimentica gli strati dell’essere reale: quelli che tengono invariati, nel passo, i princípi e la legalità della natura…
Se le scimmie parlassero, il desiderio loro si farebbe conoscenza anch’esso, e dominanza. E pure il diletto trascinerebbe il giudizio di valore nel recinto dell’immagine corretta, per gli usi conformi al modo consciente delle regole sociali, dove l’apparenza non inganna: scanna la pulsione più banale con una carezza lusinghiera: che non sparisce il conflitto, ma lo affonda nella carne come un ferro, che brucia scavando…
E allora, l’immagine qual è: cos’è la forma che affiora: è una idea intera o la somma delle parti: quelle di una cronaca che cerca una permanenza nella memoria, tra il non aver fatto e il fare, dove si mischia l’età dell’individuo, quella lunga del vivente con quella corta della scienza o dell’arte? Com’è… quest’insieme che appare sul quadrante steso: dove il sole resta una légge teatrale, solo per la coda di un pavone? L’attualità è una pausa, dove niente accade. È un vuoto tra gli eventi. Forse. La strozzatura di una nevrosi, che non trova spettro à longueur de journée. Relazione o linguaggio: cos’è quest’artificio muto dello scatto: è solo una parola che traccia una verità che mente, o lo sguardo che guarisce l’oblio delle nostre metamorfosi?…
L’histoire de ma vie n’existe pas. La realtà, questa, non esiste. Si rivela nell’enigma, il senso delle opere: non ci dice com’è fatto il mondo, ma ne scopre il volto in ombra: lo espone alla sconoscenza, e raggiunge le regioni dell’inutile. Appare o scompare, si dà e si sottrae, camminando in bilico sul mistero negato, e racconta un campo di forze, non un’affermazione logica. Trova la sua funzione nell’assenza di una identità, spostata verso il suo doppio: sempre, come un infinito che non risolve…
L’ambiguité determinante de l’image, elle est dans ce chapeau. E un cappello è una vòlta. Quando l’essenza si oppone all’apparenza, e questa si scioglie dal verismo della conscienza, il visibile perde il valore di prova, e piglia quello del piacere senza la materia…
E ogni trucco dell’astuzia si aliena: si scioglie nell’effetto di una percezione delle qualità formali dell’oggetto: non c’è nulla, proprio nulla, che non possa essere ridotto, con un flauto magico, alla sua bellezza…
Human kind cannot bear very much reality. Se quello che si mostra nega l’evidenza degli arnesi: la nega, ma la raggiunge per altri versi. Solo in una sospensione dove scompare tutto: una svolta istintiva, e appare la creatura, nella camera chiara del sogno: che scambia il dentro e il fuori, fa scorrere come quinte il tempo e lo spazio: per un’entrata singolare, un eccesso emotivo che mette in un luogo liberato: dove si vede arrivare quel cerchio che non smarrisce, negli afoni deserti dell’esattezza quotidiana…
Era una beatitudine, il fuoco. Quello che c’è non si vede, si vede quello che si vuole vedere: l’estetica diventa un gioco, per un’altra posizione: dove l’avventura della libertà visiva ci rivela quella sostanza che alla scienza finisce oscura. È come se quello che ci appiccia il cervello fosse un’intensità: che viene da quell’abisso di separazione tra l’esistenza e la sembianza, e che butta un chiarore proprio in quel mancamento ambiguo, lento, succhiato in mezzo tra la narrazione senza fini della tecnica e le invenzioni o illusioni dell’ingegno…
Gli artisti sono uomini solo per metà. Questo è certo. Ma: je ne suis pas une artiste – questo mi hai detto, me l’hai detto tu, e questo è giusto. Ma un centro non è un punto intorno al quale una ruota possa mettersi a girare. Tutto diventa un corpo di figure frantumate, che si sono mirate in qualche cosa: in te stessa forse, che ti sei fatta specchio per domandare nulla, sulla sfoglia sottile di un pezzo di vetro. Si possono vedere tante macchie, o gesti, quando si hanno due palpebre, non si taccia, e c’è una stella. E la terra, in un giorno fa un giro completo: e l’angelo custode vola sul muro, e tu chiudi gli occhi – chiudili ! – se no: ti guarda dentro e diventi cieca. Un’immagine può anche campare in potenza, scampare impotente, perché si mette avanti una condizione di vacuità e di arbitrio, una miscela di virtuosismo e negazione. Essa è un organismo invece, che non ha nessun significato per se stessa: non ce l’ha per il suo contenuto, ma per il suo passaggio: diventa un limite della dimensione: un varco: la via dei canti…

2013 août, encore été… © ignazio venafro

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