Giorno: 22 gennaio 2014

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La Camorra con le mani su tutto, 90 arresti e sequestri per 270 milioni. Businnes dalla droga alla pizza fino al calcio

Di admin

E’ stata eseguita, questa mattina, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli nei confronti di 90 persone, accusate in prevalenza di far parte dell’organizzazione camorristica facente capo al detenuto Edoardo Contini ed egemone in larga parte della città di Napoli. Lo stesso Giudice ha disposto anche il contestuale sequestro di numerosissime aziende, nonché di molteplici beni immobili e di conti correnti riferibili agli associati al predetto gruppo camorristico ed a loro prestanomi. Ulteriori decreti di sequestro preventivo sono stati emessi: a) in via d’urgenza, dalla Procura distrettuale antimafia di Napoli, b) nell’ambito di una procedura di prevenzione, dal Tribunale di Roma, c) dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze. Il valore complessivo dei beni dei quali è stato disposto il sequestro è stimato in oltre 250 milioni di euro. Per il loro particolare rilievo nazionale, le attività investigative sono state coordinate dalla Procura nazionale antimafia e sono state dirette, oltre che dalla Procura distrettuale antimafia di Napoli, altresì dalla Procura distrettuale antimafia di Roma (per gli aspetti che concernono l’applicazione di misure di prevenzione nel territorio della capitale) e dalla Procura distrettuale antimafia di Firenze (al fine dell’esecuzione di decreti di perquisizione e sequestro funzionali all’accertamento di infiltrazioni nel tessuto imprenditoriale toscano). Gli organi investigativi che hanno partecipato alle indagini sono la Squadra Mobile della Questura di Napoli, il G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Napoli, il Nucleo investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Roma, il Centro operativo di Roma della Direzione Investigativa Antimafia ed il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Pisa. Si tratta della più importante indagine mai realizzata con riguardo alle complessive attività criminali del clan camorristico Contini, per lunghi anni praticamente sottrattosi ad ogni efficace azione repressiva, anche grazie alla scelta dei propri capi di evitare, da un lato, di ingaggiare apertamente scontri cruenti con omologhi gruppi camorristici e, dall’altro, di privilegiare, accanto al controllo dei tradizionali mercati criminali (stupefacenti, estorsioni, usura), lo sviluppo di sempre più ramificate e lucrose operazioni di reinvestimento economico in attività d’impresa apparentemente legali, ma in fatto diretta espressione fiduciaria della cosca, realizzandosi così una sistematica ed allarmante azione di espansione imprenditoriale (non solo a Napoli ed in Campania, ma anche a Roma ed in Toscana) e di illecita accumulazione patrimoniale. Oltre ai consueti delitti propri di un sodalizio di tipo mafioso (l’importazione di stupefacenti, la detenzione di armi, le estorsioni e l’usura massivamente praticate in danno di commercianti ed imprese napoletani), infatti, attraverso lunghe e tecnicamente sofisticate indagini, sono stati individuati veri e propri gruppi imprenditoriali compenetrati nell’organizzazione camorristica. A Roma ed in Versilia, quello che ruota intorno alla famiglia Righi ed a Napoli, quello che ruota intorno alla famiglia Di Carluccio: nel primo caso, gli interessi imprenditoriali si riferiscono prevalentemente al settore della ristorazione; nel secondo, viene in evidenza -tra l’altro- la gestione (in sostanziale regime di monopolio nel territorio cittadino) di numerosi impianti di distribuzione di carburante. Accanto a tali attività, è pure emersa una rete imprenditoriale (anch’essa di chiara matrice camorristica) operante nel settore del commercio di capi di abbigliamento (tra l’altro, prodotti da un’azienda di Prato), successivamente messi in vendita a Napoli ed in altre parti del territorio nazionale attraverso canali commerciali irregolari. Più in generale, risulta chiaramente rivelata l’esistenza di reti d’impresa ormai intimamente compenetrate in logiche prettamente criminali, ricevendo dal gruppo mafioso alimento finanziario e garanzia di agevolata penetrazione commerciale, di fatto sovrapponendosi le prospettive economiche dell’impresa ai vari aspetti della vita criminale dell’organizzazione. Il clan camorristico Contini Si tratta di uno dei più radicati, articolati e potenti gruppi camorristici campani, a lungo, unitamente alle omologhe organizzazioni dei Mallardo di Giugliano in Campania e dei Licciardi di Secondigliano, perno della cd. Alleanza di Secondigliano, nota sovrastruttura criminale entro la quale quei gruppi camorristici, nel conservare una gelosa autonomia operativa all’interno delle proprie rispettive aree di influenza, si realizzava la condivisione delle scelte strategiche funzionali al consolidamento ed all’espansione di una condizione di egemonia criminale in larga parte del territorio metropolitano napoletano (non solo nell’area settentrionale della città, ma anche nel centro storico e sui quartieri collinari del Vomero e di Posillipo), esercitando un’evidente supremazia sulle altre aggregazioni malavitose pure insediate negli specifici ambiti territoriali, costrette ad assoggettarsi a quel cartello mafioso ovvero ad ingaggiare cruenti conflitti che ne avrebbero determinato l’emarginazione e la scomparsa. Anche nella mutata configurazione del panorama camorristico napoletano, quei gruppi mafiosi conservano posizioni di assoluta preminenza e, fra essi, in tali complessi equilibri, il clan Contini ha assunto una sua peculiare collocazione. Edoardo CONTINI ed i suoi più stretti fiduciari rappresentano, infatti, il fondamentale polo di riferimento del complesso della attività illecite realizzate in alcuni storici quartieri della città (Vasto-Arenaccia-Ferrovia, San Carlo all’Arena, Borgo Sant’Antonio Abate, Poggioreale), fungendo da garanti di ben più ampi e sofisticati equilibri criminali, in grado di condizionare ed orientare le strategie criminose che investono l’intera area metropolitana napoletana ed il tessuto economico anche di altre regioni italiane. Destinatari della ordinanza cautelare sono innanzitutto i capi dell’organizzazione e di essi vengono di seguito fornite alcune essenziali indicazioni: Edoardo CONTINI, attualmente detenuto in regime speciale, ha diretto ed organizzato il clan almeno sino al suo arresto, avvenuto il 15 dicembre 2007, all’esito di un lungo periodo di latitanza, favorita da un’imponente rete di fiancheggiatori, il cui cosante monitoraggio ha pure consentito di accertare la consistenza dell’organigramma del clan e la sua notevole ramificazione in ambiti economici. E’ stato, infatti, dimostrato, nel corso delle indagini delegate dalla D.d.a. di Napoli alla Squadra Mobile di Napoli, che Edoardo Contini, da latitante, oltre ad essere particolarmente attento alle modalità comunicative (sono stati sequestrati pizzini nei quali si forniscono svariate indicazioni agli affiliati), era direttamente interessato a controllare le operazioni di tipo economico-finanziario, specie se correlate all’avviamento di attività imprenditoriali. Contini è stato tratto in arresto per il delitto di cui all’art.416-bis c.p., come il cognato Antonio AIETA, mentre sua moglie Maria AIETA è stata arrestata per il suo pieno coinvolgimento in fatti di usura ed estorsione nei confronti di una famiglia di commercianti di abbigliamento con esercizi nella zona del Ponte di Casanova, i Vinciguerra; Patrizio BOSTI, cognato di CONTINI (e del capo della famiglia camorristica di Giugliano, Francesco MALLARDO), tratto in arresto in Spagna nel mese di agosto 2008 ed anch’egli attualmente detenuto in regime speciale, ha assunto il comando dell’organizzazione dopo l’arresto di CONTINI, anche per il tramite della moglie Rita AIETA e del figlio Ettore BOSTI (anch’essi destinatari dell’ordinanza cautelare che è stata eseguita oggi per il delitto di cui all’art.416-bis c.p.). Pure la terza delle sorelle AIETA, Anna (peraltro moglie del capo clan di Giugliano, Francesco MALLARDO), è stata arrestata, anch’essa per gli episodi estorsivi in danno dei Vinciguerra; Giuseppe AMMENDOLA, latitante dal 2012, oltre ad essere incaricato di gestire i traffici illeciti nella zona del Borgo Sant’Antonio (specie per quanto riguarda la contraffazione ed il commercio illegale dei capi di abbigliamento), si è pure occupato (mentre Contini era latitante) delle strategie complessive dell’intera organizzazione, realizzando veri e propri accordi spartitori dei traffici criminali a Napoli con altri gruppi camorristici, nell’ambito di una scelta volta ad evitare inutili guerre di camorra nel cuore della città. Anche AMMENDOLA è destinatario delle misura cautelare sia per il delitto di cui all’art.416 bis c.p. che per gli episodi estorsivi realizzati in danno dei Vinciguerra; Salvatore BOTTA, figura apicale nel territorio del Rione Amicizia, già detenuto per estorsione, è destinatario dell’ordinanza coercitiva sia per il reato associativo che per i già menzionati episodi estorsivi ai danni della famiglia Vinciguerra. Il ruolo di BOTTA si è evidenziato specie nell’ambito delle indagini della D.I.A. di Roma, quando si è dimostrata la sua leadership su una vasta rete di commercianti di abbigliamento napoletani, in contatto con aziende di rilevanza nazionale, utilizzati anche al fine di movimentare rilevanti somme di denaro di provenienza illecita. In queste attività egli è stato fortemente coadiuvato dalla moglie Rosa DI MUNNO (arrestata per il delitto associativo e per riciclaggio), dall’omonimo nipote Salvatore BOTTA (arrestato per il reato di cui all’art.416 bis c.p.), dai commercianti Mario AMBROSIO, Antonella IMPERATORE, Maurizio DELLE DONNE, ed i coniugi Roberto MOCCARDI e Anna D’ORTA, tutti arrestati per reinvestimento di profitti criminali; Paolo DI MAURO, arrestato in Spagna nel gennaio del 2010 ed attualmente detenuto in regime speciale, è anch’egli considerato uno dei massimi dirigenti dell’organizzazione. E’ destinatario dell’ordinanza cautelare, sia per il delitto di cui all’art.416 bis c.p. che per quello di cui all’art.74 d.p.r. n.309/1990, avendo organizzato (anche nel periodo di latitanza) traffici di sostanze stupefacenti da immettere per il consumo nel territorio ricompreso tra il quartiere di Poggioreale e la zona della cd. Cittadella di Casoria, ove insistono svariate piazze di spaccio, controllate dal clan Contini. I delitti accertati nel corso delle indagini sono – come si è detto – innanzitutto quelli tipici di ogni sodalizio di tipo mafioso: il traffico di stupefacenti e di armi anche da guerra, l’usura e l’estorsione, sistematicamente esercitate in danno di commercianti costretti dapprima a ricevere finanziamenti e poi del tutto espropriati delle proprie aziende (i casi della famiglia Vinciguerra, commercianti di abbigliamento napoletani e della famiglia Florio, commercianti di prodotti ittici del centro storico, sono, al riguardo, esemplari). Tali attività criminose hanno determinato la formazione di enormi provviste finanziarie, reinvestite in svariate iniziative imprenditoriali, soprattutto nel territorio napoletano, a Roma ed in Versilia. In particolare, va evidenziato il sequestro preventivo, ai sensi dell’art.12 sexies l.n.356/1992, delle società titolari delle attività di mensa, bar e ristorazione all’interno dell’ospedale napoletano San Giovanni Bosco, riferibili ad un affiliato al clan Contini, Giuseppe DE ROSA, tratto in arresto sia per partecipazione alla predetta associazione che in relazione al suo coinvolgimento in gravissimi episodi di usura ed estorsione. A DE ROSA è stata pure sequestrata la società titolare di un ristorante sito a Curti, in provincia di Caserta. Vanno pure evidenziati i sequestri effettuati in danno degli imprenditori legati a Salvatore BOTTA: la società di gestione di aree di parcheggio in prossimità di stazioni ferroviarie, A.M. PARKING S.r.l., condotta da Salvatore MUSELLA (tratto in arresto per reinvestimento di proventi delittuosi del clan), nonché alcune società commerciali di cui sono titolari Mario AMBROSIO ed Antonella IMPERATORE e che operano nel settore della vendita (all’ingrosso o con il sistema del porta a porta) di capi di abbigliamento prodotti da aziende di rilievo nazionale. Ma la maggior parte dei sequestri riguarda beni ed attività riferibili a gruppi imprenditoriali compenetrati nelle strategie di infiltrazione camorristica in interi settori dei mercati legali, il gruppo DI CARLUCCIO ed il gruppo RIGHI. Il gruppo d’impresa DI CARLUCCIO Esso ruota intorno ai fratelli Ciro, Antonio e Gerardo, figli del defunto Edoardo DI CARLUCCIO, contrabbandiere negli anni ’70 legato ai Nuvoletta. A Ciro ed Antonio è contestata l’organica partecipazione al clan Contini, mentre a tutti è contestata la direzione di un’autonoma associazione a delinquere finalizzata al reinvestimento di proventi criminali delle attività di tale organizzazione in aziende commerciali di diversa tipologia. Le ricostruzioni investigative hanno dimostrato che a metà degli anni ’90 i DI CARLUCCIO cominciarono ad acquisire impianti di distribuzione di carburante (il primo fu quello di un’area di servizio sita lungo la Tangenziale di Napoli), sia accompagnando le trattative ad atti di intimidazione, che investendo in tali attività ingenti provviste di non chiara provenienza, posto che essi – oltre ad essere del tutto estranei a quel settore imprenditoriale – avevano dichiarato redditi bassissimi o addirittura inesistenti. Sia le dichiarazioni di collaboratori di giustizia che altri elementi acquisiti nel corso delle indagini hanno evidenziato che Ciro DI CARLUCCIO è stato coinvolto, sia all’epoca dell’acquisizione di impianti di distribuzione di carburante che successivamente, in episodi estorsivi ed ha progressivamente assunto – secondo le risultanze investigative della Squadra Mobile di Napoli – il ruolo di fiduciario della famiglia CONTINI, specie nel periodo in cui Edoardo trascorreva la sua latitanza. In base a quanto accertato dalla Guardia di Finanza di Napoli, Ciro DI CARLUCCIO è risultato essere a capo di una vera e propria holding operante in diversi settori economici e finanziari, che spaziano dal commercio al dettaglio di carburanti (vero e proprio core business della holding) ai bar, dal commercio di oro e preziosi, agli investimenti immobiliari (anche in territorio estero) alla concessione di prestiti a soggetti in difficoltà economiche. Egli ha creato una vera e propria rete di prestanomi ai quali affidare – con il contributo di commercialisti al suo servizio – la formale titolarità e talvolta la gestione di un numero considerevole di aziende, condividendo con i fratelli Gerardo ed Antonio le decisioni strategiche del gruppo imprenditoriale. In definitiva, il rapporto di assoluta fiducia tra Ciro DI CARLUCCIO ed Edoardo CONTINI, il coinvolgimento del primo in svariate attività estorsive riconducibili al programma criminoso dell’organizzazione camorristica, le modalità della sua repentina ascesa imprenditoriale nel settore degli impianti di carburante e delle aree di servizio, costituiscono elementi gravi ed univoci per affermare che lui e la sua famiglia custodiscono ed investono le provviste economiche del clan, che è così riuscito ad imporsi in tale settore a Napoli, mediante la creazione di schermi societari efficaci. Tali elementi hanno consentito di procedere al sequestro preventivo ai sensi dell’art.12 sexies, l.n.356/1992, di: – 49 imprese, di cui 30 esercenti l’attività di impianti di distribuzione stradale di carburanti, 11 l’attività di bar, 4 la torrefazione di caffè, una il commercio all’ingrosso di prodotti alimentari, una la gestione di immobili, oltre ad una gioielleria; – 27 unità immobiliari (11 unità abitative, tra le quali una villa ad Ischia e 16 unità commerciali); – un terreno; – 478 rapporti finanziari (conti correnti, titoli, depositi, obbligazioni e cassette di sicurezza) intrattenuti presso 44 istituti di credito. Il valore complessivo dei beni caduti in sequestro è stato stimato in circa 180 milioni di euro. Il gruppo d’impresa RIGHI A Roma ed in Versilia si registra la presenza di un altro assai significativo gruppo imprenditoriale, diretto dai fratelli napoletani Salvatore, Antonio e Luigi RIGHI, trasferitisi a Roma a metà degli anni ’90, dove hanno progressivamente creato anch’essi una vera e propria holding nel settore della ristorazione che, operando, per lo più con il noto marchio “Pizza Ciro”, si è insediata stabilmente, con svariati locali, nelle zone di pregio del Centro storico della capitale (in particolare, nelle prestigiose zone di Piazza Navona, del Pantheon e di Piazza di Spagna). Ad essi è contestato il concorso esterno al clan camorristico Contini (ad Antonio, anche la medesima condotta con riferimento all’omologa famiglia criminale dei Mazzarella), nonchè la direzione di un’autonoma associazione a delinquere finalizzata al reinvestimento di proventi criminali delle attività di tale organizzazione in molteplici società commerciali. Snodo decisivo ai fini di una compiuta comprensione della storia criminale ed economica della famiglia RIGHI, è costituito dal sequestro di persona a scopo di estorsione commesso nel 1983 in danno di Luigi PRESTA, notissimo gioielliere partenopeo le cui attività ruotavano nella zona del cd. Buvero, zona della città di Napoli nota proprio per la presenza di gioiellerie ed orefici, che all’epoca destò enorme scalpore. Tale vicenda ed i suoi successivi sviluppi processuali costituiscono, infatti, lo spartiacque fra una dimensione micro-imprenditoriale dei RIGHI e la loro successiva ascesa in ambiti economici di notevole spessore, ascesa favorita da rapporti ed intrecci criminali nei quali la famiglia RIGHI era pienamente coinvolta, pur essendo soltanto titolare di una modesta pizzeria nel centro di Napoli. Il sequestro di persona si concluse con la liberazione dell’ostaggio nel mese di marzo 1983, con il pagamento di un riscatto ammontante ad un miliardo e 700 milioni di lire. Le indagini dell’epoca dimostrarono che il sequestro era stato organizzato da esponenti della Nuova Famiglia (il cartello camorristico allora contrapposto alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo) e che nelle successive operazioni di riciclaggio erano coinvolti taluni componenti della famiglia Righi. Qualche anno dopo, Salvatore e Luigi RIGHI vennero infatti condannati a sei anni di reclusione per il riciclaggio di parte della somma pagata per il riscatto del gioielliere. Negli anni successivi al sequestro, i RIGHI, come riferito anche da numerosi collaboratori di giustizia, avviavano una prima fase di acquisizioni societarie e commerciali nella città di Napoli nelle quali comparivano come soci della varie attività i genitori Ciro RIGHI e Maria STASIO. Nell’anno 1997 i RIGHI iniziano il loro insediamento a Roma e ciò avviene anche per il tramite di Alfredo MARIOTTI, soggetto legato alla criminalità organizzata campana e romana ed in particolare a Giuseppe CILLARI, a sua volta massima espressione, nella città di Roma, tra gli anni ’80 e gli anni ’90, della Nuova Famiglia, deceduto nel corso del processo che lo vedeva imputato della strage che nel gennaio 1983 provocò la morte di Vincenzo Casillo (braccio destro di Raffaele Cutolo). Le successive indagini, delegate dalla D.D.A. di Roma al Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Roma, hanno ben individuato il percorso criminale ed economico dei RIGHI: partendo da Napoli e dai locali di via Foria e, quindi, dal connubio con i CONTINI, i RIGHI sono approdati a Roma, in un contesto che – letto con la dovuta attenzione – riporta alle organizzazioni camorristiche napoletane ed, in particolare, al clan CONTINI. Da quel momento e per circa in un quindicennio, essi hanno sviluppato con modalità illecite un’intensa attività imprenditoriale nella Capitale e in altre parti del territorio nazionale (in particolare in località balneari del centro-nord della Penisola), con propaggini anche all’estero, consolidandosi progressivamente ed estendendosi sino ad assumere i contorni di una vera e propria holding. Le indagini dei Carabinieri hanno fatto emergere come l’impero economico dei fratelli Righi fosse gestito con modalità illecite, mediante una complessa struttura di società intestate a prestanomi, utilizzati per la commissione di una serie indeterminata di delitti di fittizia intestazione di beni e riciclaggio, finalizzati al reimpiego e occultamento di ingenti risorse economiche di provenienza illecita e alla sottrazione delle imprese acquisite e gestite con il denaro sporco a possibili misure di prevenzione patrimoniale. I fratelli Righi sono quindi emersi come stabili riciclatori dei profitti illeciti del clan Contini, ai cui dirigenti Giuseppe Ammendola e Antonio Cristiano, Salvatore Righi corrispondeva periodicamente somme di denaro contante, costituenti il provento delle attività di riciclaggio svolte per conto del clan (cd. operazioni di money back). Il vincolo con il clan Contini non impediva peraltro ai Righi di proporsi quale punto di riferimento sulla Capitale per altri sodalizi camorristici, prescindendo dagli equilibri e delle alleanze tra i vari clan napoletani; del resto l’esperienza investigativa ha spesso evidenziato come ai riciclatori non venga richiesto quell’impegno di fedeltà esclusiva che è normalmente preteso per gli affiliati appartenenti alle componenti militari dei clan. Le indagini hanno, infatti, rivelato la vicinanza di Antonio Righi anche al clan Mazzarella, avendo egli svolto attività di riciclaggio e supporto logistico per conto di Oreste Fido, reggente del gruppo di Paolo Ottaviano operante in zona Mercato-Santa Lucia a Napoli, nonché la vicinanza di Ivano Righi, figlio di Salvatore, al clan dei “scissionisti” di Secondigliano che ancora attualmente controllano le importazioni di cocaina dalla Spagna. A Napoli, del resto, la famiglia Righi ha negli anni mantenuto delle basi operative rappresentate da alcuni locali e dal Centro Sportivo e dalla Società Sportiva “Mariano Keller”, titolare di una squadra di calcio attualmente militante nel campionato di Serie D girone H. Il mondo del calcio delle serie minori è un settore in cui i Righi hanno nel tempo investito per impiegare le ingenti somme di denaro nero a loro disposizione e, in tale ambito, le indagini hanno svelato un intervento del clan Contini, su richiesta di Salvatore RIGHI, nei confronti di alcuni calciatori del Real Marcianise, affinché perdessero un incontro con il Gallipoli Calcio che, a conclusione della stagione 2008/2009 del campionato di Lega Pro, girone B, aveva bisogno di una vittoria per accedere alla serie B, cosa che effettivamente avvenne. E’ emerso che i fratelli RIGHI dispongono di ingenti risorse finanziarie (in buona parte in denaro liquido) e sono alla continua ricerca di nuovi importanti investimenti da attuare sia nel campo della ristorazione, con l’individuazione di attività da acquisire nell’area romana, sia con l’attivazione di iniziative imprenditoriali di vario genere, come la commercializzazione sul mercato napoletano di prodotti ittici provenienti dall’Adriatico ovvero nel settore del calcio sia professionistico che dilettantistico. La gestione del gruppo aziendale si caratterizza per il ciclico transitare della titolarità delle medesime società, non solo tra vari membri familiari ma tra una cerchia di fiduciari esterni alla famiglia. Proprio il sistematico ricorso a prestanomi, cui trasferiscono la titolarità delle società, dopo aver provveduto preventivamente a spogliarle dei beni patrimoniali (opportunamente convogliati in altre società della famiglia), appare – nel contesto di accertati collegamenti con la criminalità camorrista- un aspetto estremamente significativo e sintomatico dei delitti di riciclaggio, reimpiego di capitali d’illecita provenienza e fittizia intestazione di beni, legato alla conduzione e alla gestione delle imprese facenti capo ai RIGHI. Inoltre, le indagini dei Carabinieri, svolte attraverso un capillare servizio d’intercettazione e corroborate dagli esiti di consulenze tecniche, hanno rilevato come le risorse finanziarie impiegate nell’acquisto o nella cessione di esercizi commerciali a terzi estranei trovino solo parziali riscontri nei regolari canali bancari della famiglia RIGHI. I RIGHI, per realizzare nel tempo tali complesse operazioni economiche, si sono avvalsi di fiduciari di varia estrazione, come Fedele GIANNANDREA (arrestato per reinvestimento di profitti criminali e per partecipazione all’autonoma associazione a delinquere promossa dai RIGHI per impiegare sistematicamente tali proventi) o come il commercialista Simone POLITO, gestore della struttura contabile-amministrativa a disposizione dell’organizzazione stessa (pure arrestato), o, ancora, come il promotore finanziario Luca SPROVIERI, utilizzato per specifiche operazioni di riciclaggio (destinatario, unitamente al commercialista Rosario APICELLA, della misura interdittiva del divieto di esercitare professioni nel settore finanziario e contabile). Il grado di penetrazione è pure dimostrato dal fatto che Antonio RIGHI ha intrattenuto stabili relazioni criminali con altra organizzazione camorristica (il clan Mazzarella), ed in particolare con Oreste FIDO (reggente del clan a seguito dell’arresto di Paolo Ottaviano avvenuto nel 2008) e Salvatore ZAZO, altro importante dirigente del sodalizio, operante nel quartiere napoletano di Fuorigrotta e nel traffico degli stupefacenti (oltre che nel reimpiego dei proventi illeciti). Per tali condotte, FIDO e ZAZO sono stati tratti in arresto per il delitto di cui all’art.416 bis c.p. ed Antonio RIGHI per concorso esterno nella medesima associazione camorristica. Il sequestro dei beni e delle attività imprenditoriali eseguito dai Carabinieri con lo strumento del sequestro anticipato finalizzato alla confisca di prevenzione (sulla base della misura cautelare napoletana e sussistendo un’accertata netta sproporzione tra il reddito dichiarato e l’effettiva consistenza patrimoniale, la DDA di Roma ha chiesto ed ottenuto dal Tribunale di Roma – Sezione Misure di Prevenzione, l’emissione di un provvedimento di sequestro anticipato dei beni a carico dei fratelli Righi), riguarda un compendio particolarmente significativo, specie se si consideri che molti esercizi commerciali si trovano in gran parte nel centro storico di Roma ed in note località della Versilia. Si tratta di beni per oltre 50 milioni di euro: – 28 esercizi commerciali di cui 27 bar/ristoranti/pizzerie ed un centro estetico, ubicati 23 a Roma, 3 a Napoli e provincia, uno a Viareggio, uno a Gabicce Mare, per un valore stimato complessivo di 40 milioni di euro; – 42 beni immobili, ubicati in Roma (17 fabbricati), Napoli (12 fabbricati), Caserta (5 fabbricati), Benevento (7 terreni), Rieti (1 terreno), per un valore complessivo di 10 milioni di euro; – 385 rapporti finanziari/bancari; – 76 veicoli, di cui 57 autovetture, 1 roulotte, 18 motocicli; – 71 società titolari di parte dei suddetti beni (per un valore complessivo delle quote societarie pari a circa 2 milioni di euro); – la società sportiva dilettantistica “Mariano Keller arl” titolare della squadra di calcio denominata “Mariano Keller”, iscritta (dopo aver rilevato il titolo sportivo dalla società CTL Campania) al campionato 2013/14 della Lega Nazionale Dilettanti di serie D girone H, nonchè il relativo centro sportivo, ubicato a Napoli e dotato di 5 campi di calcio e calcetto, due palestre e due bar, per un valore di due milioni di euro. Anche in questo settore si è, infatti, registrato il coinvolgimento della famiglia RIGHI ed, in particolare, di Salvatore RIGHI – che, peraltro, in passato, è stato sia Presidente della Massese Calcio, che militava in C1, che Direttore Generale della Arzanese che militava in C2 – tanto che il centro sportivo viene considerato un riservato luogo di incontro tra quest’ultimo ed esponenti del clan CONTINI, come Antonio CRISTIANO, noto affiliato al sodalizio camorristico, anche lui arrestato per associazione mafiosa. Va pure ricordato che nell’ambito delle indagini svolte dai CC di Roma è emersa l’attività illecita realizzata nel maggio 2009 da Salvatore RIGHI e dal figlio Ivano finalizzata alla realizzazione di una frode sportiva in favore della squadra di calcio del GALLIPOLI, che allora militava nel campionato di Lega Pro, prima Divisione girone B, ed era allenata dall’ex calciatore Giuseppe GIANNINI. In altre parole, prima della partita GALLIPOLI-REAL MARCIANISE, valevole per il campionato di Lega Pro girone B, stagione 2008/2009, Salvatore e Ivano RIGHI, Giuseppe Giannini e Luigi Dimitri (questi ultimi rispettivamente allenatore e direttore sportivo del Gallipoli Calcio, si accordavano per consegnare la somma di cinquantamila euro a calciatori del REAL MARCIANISE, tra cui Michele MUROLO, Massimo RUSSO ed altri non identificati, affinché questi si adoperassero per il raggiungimento di un risultato comunque favorevole alla squadra salentina, che in effetti si aggiudicava il decisivo l’incontro con il risultato di 3 a 2 conseguendo, così, grazie all’illecito, la promozione nella serie superiore e cioè in Serie B. Tutti i soggetti coinvolti nella vicenda sono indagati per il reato di frode sportiva con l’aggravante della finalità mafiosa. Contestualmente, il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Pisa e la Squadra Mobile della Questura di Pisa, coadiuvati dal Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza, in esecuzione di atti delegati dalla DDA di Firenze, nel contesto di una più vasta operazione di polizia giudiziaria hanno notificato dodici avvisi di garanzia ad altrettante persone indagate, procedendo a perquisizioni domiciliari e sottoponendo a sequestro preventivo cinque aziende operanti nel settore della ristorazione ed ubicate in zone di pregio del litorale pisano e viareggino. Il valore dei beni in questo specifico ambito d’indagine – si procede per i reati di riciclaggio e reimpiego di denaro di illecita provenienza, trasferimento fraudolento di valori nonché fittizia intestazione di beni, aggravati dalla finalità di agevolazione del clan camorristico “CONTINI” di Napoli – sottoposti a sequestro ex art 321 C.p.p., ai fini della confisca obbligatoria ex art.12 sexies Legge 356/92, ammonta a circa 2.900.000,00 Euro. Tale indagine è stata condotta dal 2010 ed ha consentito di accertare il riciclaggio, tra Pisa e Lucca, di ingenti somme di denaro riferibili al clan CONTINI, provenienti dall’area centro/nord-ovest napoletana, frutto di racket estorsivo, traffici di stupefacenti ed altre attività illecite. Gli investigatori hanno condotto le investigazioni utilizzando i più innovativi strumenti tecnici di accertamento patrimoniale ed economico-finanziario avvalendosi anche dello strumento informatico di incrocio dati denominato “Molecola”, sviluppato grazie alla sinergia tra Direzione Nazionale Antimafia e Guardia di Finanza. Nel corso della esecuzione del provvedimento a proprio carico, CRISTARELLI Giuseppe (nato a Napoli il 05/07/1971 ed abitante in Roma alla Via Guido Banfi n. 34), indagato per concorso nei reati di usura ed estorsione aggravati dalla finalità mafiosa, si è suicidato lanciandosi improvvisamente dalla finestra del proprio appartamento. Sono in corso indagini da parte della competente A.G. di Roma.

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Muro contro muro tra Università di Cassino e comune di Frosinone, Ottaviani: “Il Rettore ignora le esigenze di un capoluogo”

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Decreto ingiuntivo per 600 mila euro al Comune di Frosinone da parte dell’Università di Cassino, ma l’amministrazione del capoluogo non ci sta, impugna l’atto, e il sindaco Nicola Ottaviani attacca il Magnifico Rettore. I soldi che rivendica l’Ateneo Cassinate sono quelli relativi ad un accordo con l’amministrazione comunale che prevedevano, a partire dal 2009, un contributo di 100 mila euro per i tre corsi di laurea che hanno sede nel palazzo dell’ex tribunale di proprietà del Demanio. Da allora, però il contributo non è mai arrivato e l’ateneo li ha pretesi con un decreto ingiuntivo. Il sindaco Ottaviani, in una dura nota stampa, scrive: “Il Rettore Attaianese ignora, sapendo di ignorare, quali siano le necessità dell’offerta formativa universitaria di un capoluogo. Del resto, mi sembra che in questi anni preferisca più fare una lotta sterile contro le istituzioni, che non cercare di far integrare l’Università di Cassino con la zona alta della provincia di Frosinone. La materia della formazione universitaria è una questione molto seria e duole, fino a diventare drammatico e grottesco, rilevare come si arrivi a chiedere 600.000 euro al Comune capoluogo, senza prima aver illustrato gli eventuali benefici apportati al territorio frusinate, basandosi soltanto sulla scorta di una convenzione pastrocchiata, mai approvata dal Consiglio Comunale. O forse Attaianese dimentica l’ultimo rapporto diffuso e pubblicato da Almalaurea, che ha condotto la consueta indagine annuale sulle facoltà universitarie e sugli esiti occupazionali dei laureati dopo il conseguimento del titolo di studio, secondo la quale l’Università di Cassino ha registrato la peggiore performance tra tutti gli Atenei italiani con un tasso di disoccupazione dei laureati, a tre anni dal conseguimento del titolo di studio, del 25,4%. Interrogato sul motivo di questo poco lusinghiero risultato dal sito controcampus.it, il Rettore, anziché abbozzare una risposta congrua sui motivi di tale fallimento, si è cimentato nello sport italico per eccellenza, ovvero lo scaricabarile, attribuendo la colpa del tutto allo Stato reo di non investire nei giovani. Per formazione professionale sono abituato esclusivamente a valutare fatti e risultati. E i fatti dicono che l’impegno dell’Università di Cassino su Frosinone è andato progressivamente ridimensionandosi considerato che l’offerta formativa si è drasticamente ridotta nel tempo con la chiusura ingloriosa, ad esempio, del corso di conservazione dei beni culturali e museali. Promuovere un decreto ingiuntivo contro il Comune di Frosinone per 600.000 euro, scambiando le casse comunali come una sorta di salvadanaio per l’Ateneo cassinate, altro non è che la conferma di una impostazione assolutamente singolare, che si commenta peraltro da sé, sul modo di intendere il profilo della coesione sociale ed istituzionale. Del resto, in Italia le università normalmente danno al territorio molto di più di quel che ricevono, ma, evidentemente, il Rettore Attaianese ignora anche questo. Noi stiamo lavorando affinché su Frosinone ci sia un’offerta formativa universitaria degna di un capoluogo e di alto livello, con corsi capaci di attrarre studenti del territorio e di fuori provincia. L’esperienza dell’Accademia di Belle Arti di Frosinone ci insegna che, quando i corsi proposti sono di qualità e ben strutturati, richiamano studenti dai quattro angoli della Terra. La linea da seguire è questa. Se l’Università di Cassino vorrà sposare questa impostazione saremo ben lieti di camminare assieme, altrimenti faremo come a Piacenza dove convivono varie istituzioni universitarie in regime di sana concorrenza e con evidenti ricadute per il territorio in termini di crescita economica, sociale e culturale”.

22 gennaio 2014 0

“Talpa” nella Procura di Lanciano, il procuratore Menditto apre un’inchiesta

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In procura a Lanciano, si cerca la talpa. Il procuratore Francesco Menditto, fin dal suo arrivo nella città frentana, ha voluto un rapporto costruttivo, corretto e equidistante con e da tutte le testate giornalistiche. Qualcosa, pero, è sfuggito e informazioni riservate sono state divulgate senza l’assenso della Procura. Per questo in una nota, lo stesso procuratore scrive: “Questa Procura, nel tentativo di bilanciare il rispetto del segreto investigativo e dei diritti delle parti coinvolte col diritto di cronaca costituzionalmente garantito, ha fornito, quando possibile, informazioni sui procedimenti in atto in modo trasparente agli organi di informazione attraverso comunicati stampa o conferenze stampa. L’esperienza di questi anni dimostra che la stampa e gli organi di informazione hanno svolto la loro attività in condizioni di assoluta parità e trasparenza e che sono stati intrattenuti rapporti rispettosi dei rispettivi ruoli e dei diritti delle parti, senza che si profilassero violazioni del segreto investigativo tali da causare intralcio all’attività della Procura. In rigorosa coerenza con la condotta fino ad ora tenuta si comunica che in data odierna è stato iscritto un procedimento penale nei confronti di persone, allo stato ignote, per il reato di cui all’art. 326 c.p. (rivelazione di segreti d’ufficio), con riferimento a specifiche notizie relative ad attività investigative svolte dalla Procura della Repubblica nell’ambito del procedimento nei confronti di de Fanis Luigi trasmesso per competenza a questo Ufficio”.

22 gennaio 2014 0

Un premio giornalistico per ricordare Ilaria, studentessa lancianese vittima del terremoto de L’Aquila

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Nell’intento di ricordare la figura di Ilaria Rambaldi, giovane studentessa universitaria di Lanciano (Ch) morta il 6 aprile del 2009 nel terremoto dell’Aquila, l’Associazione Ilaria Rambaldi Onlus e l’Ordine nazionale dei Giornalisti hanno bandito la seconda edizione del Premio nazionale “Ilaria Rambaldi”, riservato ai giornalisti professionisti, praticanti e pubblicisti. Un Premio speciale verrà assegnato agli allievi delle scuole di giornalismo. Il Premio è diviso in tre sezioni: sezione A per articoli o inchieste scritte pubblicati su quotidiani, periodici, agenzie di stampa o su internet (su siti o web tv regolarmente registrati come testate giornalistiche); libri. Sezione B per servizi o inchieste audio o video trasmessi da radio, tv o pubblicati su internet (su siti o web tv regolarmente registrati come testate giornalistiche). Sezione C: riservata agli studenti delle Scuole italiane di giornalismo che dovranno indicare la testata giornalistica sulla quale hanno pubblicato i lavori. Gli articoli, i servizi, le inchieste e i libri dovranno riguardare aspetti relativi alla tutela ambientale, alla prevenzione e alla sicurezza in tutti i luoghi frequentati dall’uomo per evitare il ripetersi di tragedie e drammi, anche con conseguente perdita di vite. I giornalisti che intendono partecipare al concorso dovranno far pervenire i lavori, in numero massimo di 3 per ciascun concorrente, entro il 15 febbraio 2014. Ogni concorrente potrà partecipare ad una sola sezione (A o B). Il bando di concorso può essere richiesto presso la Segreteria del Premio presso: ilariarambaldionlus@libero.it; scaricato da Facebook dalla Pagina dell’Associazione Ilaria Rambaldi ONLUS o dal profilo Premio Giornalistico Ilaria Rambaldi; dal sito internet www.ilariarambaldionlus.it .

22 gennaio 2014 0

Frosinone, tenta di abusare della nipote, zio in manette a Ceccano

Di admin

La madre gli aveva affidato la figlia, minore di 14 anni, e lui aveva tentato di abusare di lei. Questa mattina, un 31enne di Ceccano, è stato arrestato su ordine del tribunale di Frosinone, dai carabinieri della stazione di Giuliano di Roma (Fr) che nel corso del 2013, hanno raccolto una denuncia da parte della madre. L’indagine è partita quando la ragazzina, a distanza di circa un anno, ha raccontato come il 31enne, persona di famiglia, zio acquisito, approfittando di un momento di assenza della madre della giovane, aveva tentato di abusare sessualmente della nipote. Oggi sono qundi scatatte le manette.

22 gennaio 2014 0

Esibizionista sul balcone di casa, immortalato dai carabinieri a Piedimonte San Germano

Di admin

Da tempo arrivavano ai carabinieri della stazione di Piedimonte San Germano, le segnalazioni delle gesta di un esibizionista. L’uomo, alla vista di qualsiasi donna passasse davanti al suo balcone, usciva nudo mostrando le sue parti intime. Uno squallido gioco erotico che è finito immortalato nelle indagini dei carabinieri che, nonostante nessuna delle spettatrice avesse formalmente sporto denuncia, hanno raccolto elementi sufficienti per denunciare d’ufficio l’uomo, un 44enne che vive solo in pieno centro del paese, per atti osceni in luogo pubblico.

22 gennaio 2014 0

Minacce e proiettili in busta, atto intimidatorio per il sindaco di San Felice Circeo

Di admin

Minacce e proiettili in una busta incdirizzata al sindaco di San Felice Circeo Gianni Petrucci. Sarebberop sette i proiettili e si tratterebbe di munizionamento a salve. La missiva è stata ricevuta ieri in comune quando, tra l’altro, il sindaco era fuori sede. Il messaggio recitava: “La prossima volta saranno veri”. Indagano i carabinieri di Terracina.

22 gennaio 2014 0

Sicurezza Alimentare: Le macchine per caffè libererebbero troppo piombo

Di redazionecassino1

Da Giovanni D’Agata riceviamo e pubblichiamo. Le macchine per caffè libererebbero troppo piombo. Lo dice uno studio dell’Istituto tedesco per la valutazione del rischio sicurezza alimentare tedesca Bfr. Il rilascio di piombo potrebbe essere causato dall’uso di decalcificanti. Il numero di macchine per caffè testate è troppo esiguo per allarmare

Alcuni tipi di macchine per caffè esaminate nei laboratori dall’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (BfR) rilascerebbero quantità elevate di piombo.

La notizia ha destato in Germania un certo scalpore e sono circolate informazioni errate su molti giornali.

Per questo motivo l’Istituto tedesco per la valutazione del rischio (BfR) ha diramato un comunicato ufficiale dove dice che il progetto ha interessato otto nuove macchine per caffè per uso domestico, all’interno di uno studio sul rilascio di metalli pesanti dovuto a materiali a contatto con alimenti.

Il set sottoposto a test comprendeva tre macchine per caffè espresso domestiche con filtro tradizionale che utilizzano caffè macinato (non la moka italiana per intenderci), tre macchine a cialde e due macchine a capsule tipo Nespresso.

In laboratorio è stato simulato l’utilizzo per più giorni, inserendo anche operazioni di pulizia con l’impiego di sostanze decalcificanti consigliate dai produttori stessi. Le macchine per caffè testate evidenziavano un certo rilascio di piombo che però tende a diminuire con il passare del tempo. Si è notato che 2 delle 3 macchinette a filtro cedevano all’acqua concentrazioni di piombo superiori di oltre 100 volte rispetto ai parametri stabiliti dall’Unione Europea per l’acqua potabile (10ug/Kg, con un valore massimo di accettabilità fino a 40 ug/Kg). Il picco massimo di rilascio avveniva dopo la pulizia con agenti decalcificanti.

Tutte le altre tipologie di macchinette (cialde, capsule), rispettavano invece i limiti relativi alla migrazione di piombo, prima e dopo l’operazione di pulizia, avvicinandosi alla soglia dei 10 mg/Kg senza superarla.

Il rilascio di piombo potrebbe essere causato dall’uso di decalcificanti.

Se il numero di macchine per caffè testate è ritenuto troppo esiguo per allarmare, Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, chiede alle autorità sanitarie, europee ed italiane un approfondimento per eliminare ogni ombra di dubbio circa pericoli per la salute.

La ragione di questi risultati, infatti, secondo il BfR, starebbe nel fatto che il piombo potrebbe derivare da parti metalliche intaccate dall’acidità dei prodotti decalcificanti.

Ad ogni modo, è utile ascoltare i suggerimenti dell’Istituto tedesco che consiglia di risciacquare abbondantemente le macchinette con cicli a vuoto dopo il trattamento con agenti anticalcare, ma anche al termine di ogni utilizzo, come consigliato dai produttori sulle istruzioni.

Le marche coinvolte non sono state rese note perché l’esiguo numero di macchine testate non può essere rappresentativo di un problema reale. Una questione simile venne rilevata nel 2007 dall’Official Chemical and Veterinary Control Office di Stoccarda: l’indagine portò allo studio di una norma tedesca specifica a carattere volontario (DIN) per limitare la migrazione di metalli pesanti (piombo e nichel) cedute da apparecchiature per produrre bevande calde.

22 gennaio 2014 0

Ennesimo furto (digitale) di dati: rubate 16 milioni di password in Europa

Di redazionecassino1

Da Giovanni D’Agata riceviamo e pubblichiamo.

Alcuni consigli dell’autorità tedesca per la sicurezza informatica per evitare di vedersi rubati i dati L’autorità tedesca per la sicurezza informatica, BSI (Ufficio federale per la sicurezza in Information Technology) ha lanciato l’allarme dopo che milioni di dati sarebbero stati rubati su Internet.

Si tratterebbe dell’ennesimo furto (digitale) su larga scala di dati negli ultimi mesi: sarebbero 16 milioni i dati relativi alla posta elettronica captati.

Gli utenti di Internet sono diventati ancora una volta vittime di furti di identità. L’accesso di milioni di account di posta elettronica sono stati rubati e ora potrebbero anche essere usati abusivamente per i social network. I criminali avrebbero preso gli indirizzi e-mail e le password da 16 milioni di utenti di computer.

L’Ufficio federale per la Sicurezza Informatica (BSI) ha immediatamente consigliato di eliminare assolutamente i malware dai computer e modificare le proprie password.

La scoperta, come annunciato ieri martedì 21 gennaio a Bonn, è arrivata dopo un’analisi dei furti on-line da parte di una rete di criminali.

Secondo al BSI, i truffatori potrebbero accedere ai dati non solo degli account di posta elettronica, ma anche di altri account, come quelli dei social network o dei negozi online, se si utilizzano le stesse credenziali, come sovente accade.

La BSI ha messo a disposizione il sito sicherheitstest.bsi.de per controllare il proprio account, da parte di chi teme di essere stato colpito dal furto di dati. L’Autorità confronta l’indirizzo con i milioni che sono stati scoperti nelle reti criminali.

La BSI raccomanda agli interessati di esaminare tutti i computer che hanno utilizzato il software dannoso e le istruzioni sono riportate sul sito.

Martedì scorso, l’accesso al sito sicherheitstest.bsi.de non è stato temporaneamente possibile a causa del gran numero di accessi che hanno sovraccaricato il server.

Tra i consigli riportati che Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, ritiene utile comunicare anche nel nostro Paese, vi sono una serie di suggerimenti importanti.

Cambiare le password per la posta elettronica, Facebook, Amazon & Co. Peraltro, tutte le password per i servizi on-line dovrebbe essere cambiate – sia per le e-mail, social network come Facebook, negozi online come Amazon o altre offerte. I malfattori potrebbero utilizzare il malware per spiare e carpire tutti questi dati.

La BSI sul suo sito web fornisce anche suggerimenti per la creazione di password il più sicure possibile. Gli esperti ritengono che gli hacker hanno catturato i dati utilizzando le cosiddette botnet e malware. Prima di cambiare le password rubate sui pc infetti devono essere prima eliminati i virus e i software dannosi. Nel caso contrario, può accadere che i nuovi codici di accesso possono essere nuovamente carpiti ed utilizzati.

Per la pulizia del computer, la BSI raccomanda PC-Cleaner della Avira. Secondo il BSI, le nuove password devono essere di almeno otto caratteri, e oltre a lettere minuscole e maiuscole devono contenere anche caratteri speciali e numeri.

I migliori codici di accesso sono termini che non si trovano nei dizionari, e non sono composti da sole sequenze numeriche come “123456” o da modelli di tastiera come “qwerty”.

Invece, gli esperti raccomandano una serie apparentemente casuale che gli utenti ricordare mnemonicamente.