Electrolux, il simbolo dell’Europa unita nella povertà. Le quattro regole per ripartire

29 gennaio 2014 0 Di redazione

di Max Latempa

L’ U.E. in questi ultimi venti anni ha fatto solo gli interessi delle grandi corporations, permettendogli di delocalizzare in territori dove la mano d’opera ha un costo irrisorio e dove la massimizzazione del profitto si raggiunge senza troppe regole o balzelli.

L’ adesione all’Unione Europea dei paesi dell’est (Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria) non ha certamente portato alcun beneficio ai cittadini dei paesi occidentali, i quali hanno visto le proprie fabbriche trasferirsi una dopo l’ altra oltre la vecchia cortina, senza che nessuno si sia mai preso la briga di immaginare che, una volta aperto il recinto della stalla, i buoi si sarebbero trasformati in lepri.

Oltre al danno, la beffa. La maggior parte delle multinazionali ha usufruito di fondi UE messi a disposizione per le nazioni neoentranti. Quindi, gli operai e gli impiegati che oggi perdono il posto in Italia, Francia e Svezia, sono gli stessi che, pagando le tasse, hanno sovvenzionato il loro licenziamento.

Non c’era alcun bisogno di tutto ciò.

Abbiamo dilapidato 50 anni di cultura industriale, conoscenze, stabilità sociale, ricchezza, welfare.

Qualcuno è ancora convinto che i nostri politici siano stati immuni alle avances delle ricche multinazionali? Le bustarelle fanno si che ogni mondo sia paese. Da sempre.

Solo che ora il guaio è veramente serio.

Magna oggi, magna domani. Non è rimasto più niente. Se non il fatto di dover adesso convincere la gente che era così che doveva andare, che è la legge del mercato.

Ma il ruolo del politico non è uguale a quello del prete. Con tutto il rispetto, al prete non rimane altro che pregare e sperare nella provvidenza, mentre il politico ha il dovere di operare nell’ interesse dei cittadini che lo hanno eletto. Ed in realtà il politico è veramente onnipotente perché quel che vota è legge.

Dunque oggi ci troviamo di fronte ad una multinazionale (la Electrolux), che fa sapere che, se si vuole che le sue fabbriche rimangano in Italia, il costo dei salari devrà scendere a livello di quello della Polonia. Da 1.400 a circa 800 euro.

Bene. Se la cosa andrà in porto potremo pure mettere il simbolo della Electrolux al centro della bandiera blu dell’Europa, contornata dalle stelle dorate. Vorrà dire che finalmente si è realizzata la tanto sognata unione dell’Europa. E l’ha fatta l’ Electrolux.

Invece a chi ha ancora un briciolo di voglia di reagire contro questo strapotere che porta solo povertà e frustrazione, vorrei suggerire il seguente meccanismo riparatore:

a) Gettare la UE nel cestino e ripartire con il MEC formato solo dal nucleo forte e fondatore del 1957: Germania, Italia, Benelux e Francia, più Spagna, Portogallo, Austria, Gran Bretagna, Svezia, Finlandia, Danimarca e Grecia. Sono le nazioni dove il costo della vita e del lavoro è analogo.

b) Riconoscere agli altri stati attualmente membri della Ue, lo status di nazione in attesa, programmandone la futura adesione al MEC a condizione di una reale omologazione dei valori economici.

c) Costringere le multinazionali a produrre all’interno del MEC almeno il 70% dei loro prodotti destinati ai mercati del MEC, il 20% nelle nazioni in attesa ex Ue ed il restante 10% anche in paesi extra Ue. Le multinazionali che non rispetteranno queste quote non avranno più accesso ai mercati del MEC e progressivamente il loro brevetto non sarà più protetto all’ interno del MEC. Ciò significa che qualche altra nuova azienda potrà produrre e vendere quei prodotti.

d) Blocco delle importazioni di quelle merci provenienti da paesi extra UE (Cina, Vietnam, India ecc.) prodotte ad un costo inferiore al 75% del costo necessario se si volessero produrle nel MEC.

Invece di presidiare i cancelli delle fabbriche ormai chiuse, i sindacati dovrebbero andare a Bruxelles a lottare per queste semplici quattro regolette.