pubblicato il25 novembre 2015 alle 15:54

Giornata contro la violenza sulle donne, la psicoterapeuta Lobb: “Manifestazioni inutili, serve eduicazione”

Dall’Italia Il problema della violenza sulle donne da parte degli uomini, sembra essere dilagante e porre argini resta difficile. Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne e mentre si ripetono manifestazioni di ogni genere per sensibilizzare ulteriormente la società, c’è chi sostione che la via sia un’altra. La psicoterapeuta Margherita Spagnuolo Lobb, direttore dell’Istituto di Gestalt HCC Italy e condirettore del Master sulla Fenomenologia delle Relazioni Intime e della Violenza a Palermo, sostiene che il lavoro va fatto a monte, nelle scuole. e la sua convinzione la espone in questi termini.

Il 25 novembre ricorre la Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne: istituita dall’Onu nel 1999, la data ricorda l’assassinio, nel 1960, delle tre sorelle Mirabal, torturate, massacrate a colpi di bastone, strangolate e quindi gettate in un precipizio con la loro auto per via del loro tentativo di contrastare il regime del dittatore dominicano Trujillo. In Italia, anche sulla scia dell’indignazione degli ultimi anni per la crescente ondata di femminicidi, sono previste tantissime iniziative: incontri, spettacoli, mostre, flash mob in ogni parte d’Italia per chiedere rispetto e parità.

Ma servono davvero, queste manifestazioni, per sensibilizzare l’opinione pubblica e combattere alla radice il fenomeno della violenza sulle donne? Per la psicoterapeuta Margherita Spagnuolo Lobb, direttore dell’Istituto di Gestalt HCC Italy e condirettore del Master sulla Fenomenologia delle Relazioni Intime e della Violenza a Palermo, “una cosa è sensibilizzare l’opinione pubblica, un’altra è combattere il fenomeno, difficilmente risolvibile con l’opinione pubblica o con il convincimento.​ Certo, l’opinione pubblica va sensibilizzata al fatto che non è normale che una donna venga picchiata, che i bambini vanno educati al rispetto delle donne e che occorre denunciare i fatti di violenza sulle donne: chi usa violenza contro le donne non deve sentirsi nel giusto, e chi subisce violenza deve sapere che il mondo è dalla loro parte. Ma nonostante tutte le manifestazioni che da anni si svolgono a questo fine, la violenza sulle donne rimane un fatto tristemente ricorrente. E quindi questa grande mobilitazione, alla fine, si riduce a un evento folkloristico come lo è ormai l’8 marzo”.

Perché, spiega la psicoterapeuta, “se una donna viene picchiata dal marito e vede per strada il flash mob contro la violenza, certo non trova lì il coraggio di andare a denunciarlo. E il marito che picchia la propria moglie non cambierà idea se sente al telegiornale che oggi è la giornata contro la violenza sulle donne. Quello che veramente serve, al di là delle manifestazioni, sono le azioni concrete, come quelle delle associazioni e dei centri che assistono le donne vittime di violenza, con professionisti che volontariamente le aiutano dal punto di vista legale e psicologico”.

Per contrastare la violenza sulle donne, secondo l’esperta, il fenomeno si deve combattere alla radice, “grazie all’istruzione, al fatto di affrontare questi argomenti fin dalla tenera età nelle scuole, alla nascita di una diversa consapevolezza interiore che si ottiene educando non solo al rispetto delle donne ma soprattutto al rispetto della bellezza e dell’unitarietà​ delle relazioni umane. Il vero pericolo è nel modo di concepire l’umano: la violenza nasce dalla tendenza a vedere ciò che non funziona nell’altro, che dà il senso di essere dalla parte della ragione, e abbassa la soglia di tolleranza della diversità. L’uomo che usa violenza sulla donna è convinto di essere dalla parte della ragione, non riesce a concepire che esistano prospettive diverse dalla propria. Così quando sente che la propria “ragione” è messa in crisi (per una frustrazione sociale, per un no ricevuto, o semplicemente per un rituale di sfogo) si sente autorizzato a picchiare chi è fisicamente più debole. Dall’altra parte la donna cha non riesce a denunciare chi le usa violenza, è affettivamente dipendente da lui e non sente né nell’ambiente né in se stessa il sostegno necessario per compiere un atto di separazione. L’educazione deve ritornare ai sensi, deve dare ai bambini la possibilità di usare il proprio sentire per conoscere l’altro. Solo se si impara a conoscere l’altro attraverso la sensorialità, e non attraverso criteri esterni (la donna deve obbedire all’uomo, oppure l’uomo deve essere più forte della donna) si può rispettare la diversità e apprezzarne la bellezza, come pure si può avere il coraggio di difendere se stesse”.

La violenza sulle donne ai nostri giorni “si potrebbe leggere semplicisticamente come la rivincita dei maschi che vogliono riconquistare una supremazia perduta, ma in realtà la situazione è molto più complessa. Occorre infatti considerare la desensibilizzazione corporea ed emozionale che caratterizza i giovani, perennemente connessi, perennemente stimolati dall’esterno, perennemente con le cuffiette nelle orecchie e lo smartphone in mano. E cosa resta di un uomo che non può sentire sensazioni e emozioni, che non può dare senso al proprio amore? Diventa primitivo, con poche idee e molta rigidità, che gli danno una visione semplicistica del mondo, compresa la semplificazione di usare violenza su una donna che vuole separarsi o si oppone ai suoi voleri. Ma perché gli uomini sono più violenti delle donne? L’assenza o la debolezza del padre nella nostra società entrano in questo fenomeno. Che un uomo sia violento con una donna è un gesto contro natura: è come annientare il genere che lo ha generato e cresciuto. Ogni volta che un uomo usa una violenza di genere contro le donne, violando i suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, usando maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale, egli rifiuta l’autonomia, la diversità della donna. Sarà bene educare i bambini, sia maschi sia femmine, alla capacità di essere autonomi, così che non diventino abusanti verso i più deboli e crescano con il coraggio di dire di no a chi usa violenza”.

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