pubblicato il24 maggio 2017 alle 13:39

Ricostruire dopo la Guerra a Cassino, il racconto di nonno Michele ai nipoti

Il racconto di un nonno ai nipoti, il suo arrivo a Cassino da adolescente nel 1946 da un paesino dell’Irpinia, l’emozione e l’angoscia nel vedere la Città distrutta dall’atrocità della guerra, le macerie, i volti spauriti della gente, ma la grande voglia di ricostruire, di ricominciare, gettando alle spalle le sofferenze e il dramma del Conflitto appena terminato. Uno spaccato di vita di un uomo, della sua famiglia, un monito ed un incoraggiamento ai propri nipoti, ma anche a tutte le nuove generazioni e una riflessione sull’assurdità di tutte le guerre e sulla bellezza e l’importanza della vita.

“Cari nipoti,

spero che questo racconto non vi annoierà; se così fosse, invece, non esitate a dirmelo, ché farò ammenda e vi porterò subito a prendere un gelato per farmi perdonare.

Bene, dopo aver messo le mani avanti, è giunto il momento che vi parli un po’ di me: ho pensato molto alla domanda che mi avete posto, sul significato a tutto tondo del termine ricostruzione, e qualche cosa da dirvi, in proposito, credo di averla.

Non avevo neanche diciassette anni quando, il 2 marzo del 1946, arrivai a Cassino con la mia famiglia: alla stazione ci accolse una nebbia fitta, particolare abbastanza insolito per noi, che eravamo vissuti fino ad allora in un piccolo paese dell’Irpinia, in cui il freddo era sì pungente, ma privo di umidità, per fortuna. Un clima del genere, invece, che io mai avevo conosciuto fino a quel momento, mi fece venire un mal di testa tale che, credetemi! non mi è mai passato del tutto: mai, vi dico. Non si vedeva nulla, solo il grigio fumo delle locomotive e alcune figure dai contorni indefiniti. Persino le macerie degli edifici erano coperte da quella coltre spessa e questo, in fondo, era un bene, perché, appena il sole si fece largo, la devastazione della città si presentò ai nostri occhi in tutta la sua limpida atrocità. Osservavo le persone intorno a me e i loro sguardi erano vuoti e spenti: nessuna mimica dinamica sul volto, solo un’espressione mista di tristezza e angoscia, conforme al paesaggio.

Spesso, è nell’altezza che si cerca un conforto: volsi lo sguardo verso il colle che sovrastava la città, istintivamente, sperando di provare un senso di protezione, visto che ciò che è più grande di noi tende a rincuorare i nostri animi, quando si sentono piccoli e spaventati. Ebbene, avvenne il contrario: scorsi le macerie dell’abbazia di Montecassino e poco ci mancò che mi venisse un colpo al cuore. Conforto dall’esterno non ce n’era, dunque, e, con gli anni, ho imparato a interpretare il tutto come un segnale: era giusto che una nuova nascita partisse da ognuno di noi, dal motore immanente che smuove il mondo partendo dal fegato. C’era da rimboccarsi le maniche. Lo abbiamo fatto tutti.

Nonostante fosse così drammatica la visione di una tale desolazione, ciò faceva crescere in me una grande voglia di ridare vita a quella città fantasma, a partire dalle fondamenta. Mi sentii anche smarrito, sarei un cattivo bugiardo a negarlo: cattivo nel senso di pessimo, ovvero un attore niente affatto credibile; il timore dei nuovi inizi è sempre sacrosanto e legittimo.

La mia famiglia possedeva una fornace di mattoni nel nostro paese d’origine e avevamo deciso di trasferirci a Cassino per aprirne una anche qui. A diciassette anni – ancora da compiere, come vi ho detto: ero proprio un giovincello – il futuro davanti a me era ancora indefinito, ma nei miei sogni di ragazzo mi sforzavo di vederlo solido come i mattoni che mio padre mi aveva insegnato a fabbricare.

Di spazio per costruire una fornace ce n’era in abbondanza (non so se fosse un bene o un male) e scegliemmo la zona nei pressi della attuale villa comunale, poiché era ricca d’acqua e, all’epoca, anche se ora potrà sembrarvi piuttosto strano, era una zona periferica della città: negli anni si cresce, ci si espande, si torna a vivere.

In pochi mesi vidi materializzarsi davanti ai miei occhi quel futuro così a lungo immaginato con tanta speranza, fiducia e un pizzico di angoscia. Fu l’inizio di una lunga ricostruzione sia materiale che sociale, poiché in moltissimi furono impiegati come operai e questo risollevò anche la situazione economica delle loro famiglie.

Gli edifici realizzati nei primi anni erano in muratura con mattoni pieni; successivamente, grazie all’evoluzione delle tecniche di costruzione, furono utilizzati quelli forati e si passò, quindi, all’edificazione in cemento armato, che diede maggiore sicurezza e un aspetto più moderno agli edifici, che crebbero anche in altezza. Pian piano, con costanza e abnegazione, come fosse una persona in cerca di riscatto, Cassino cominciava a rifiorire e, con essa, la vita cittadina. Anche la mia, di vita, intanto, ebbe una svolta decisiva, perché, grazie alla famosa nevicata del ’56, rimasi bloccato nel mio paese d’origine, dove mi ero recato momentaneamente, e lì conobbi vostra nonna, che è mia compagna di vita da oltre cinquant’anni.

Gli anni, intanto, volavano via uno dietro l’altro e, nel mentre, si fabbricavano mattoni – quanti, quanti mattoni! – crescevano case e con esse i miei tre splendidi figli. La casa di famiglia era all’interno dello stesso fabbricato e tutti noi vivevamo all’unisono con i ritmi della produzione. Era bello vedere la polvere della fornace calpestata dai primi passi della nuova generazione, che quasi mi ricordava di quando io, da bambino, seguivo le orme di mio padre. Gli operai erano parte integrante della nostra famiglia e ricordo con grande nostalgia quando, sul finire dell’estate, dopo le ferie, organizzavamo tutti insieme una festa rituale in occasione della riaccensione dei forni: si ballava, si cantava e si mangiava in compagnia, allontanando i ricordi del passato e sfidando il pensiero del futuro. Nonostante la piacevolezza di questi bei momenti, lavorare nella fornace significava fatica, sudore e tanta stanchezza, ma anche soddisfazione nel vedere il frutto di tanto lavoro, che dava finalmente un tetto a persone che non ne avevano uno. E quei forni, quei forni! Sapeste! Due tunnel affiancati, lunghi cinquanta metri, che dovevano raggiungere i mille gradi centigradi come temperatura di cottura: una vera sfida, ogni volta, ma quante soddisfazioni!

Ricordare quei tempi mi riempie il cuore di orgoglio, perché, grazie alla determinazione di persone oneste e instancabili faticatrici, Cassino è rinata dalle macerie della guerra e della violenza, ergendosi maestosa e più forte di prima. Abbiamo costruito la nostra vita ricostruendo una città, che, in cambio, mi ha dato la stabilità di un amore duraturo e sicuro come il cemento armato; devo ammettere, comunque, che la mia produzione migliore, quella più bella e di cui sono maggiormente fiero, siete voi, i miei nipoti. Siate i pilastri della vostra generazione, io confido in voi.

Vi abbraccio forte e spero di non avervi annoiato.

Vi amo come un nonno e confido in voi come un sognatore.

Nonno Michele”

Nicoletta Clemente

Liceo-Ginnasio “G. Carducci” – Cassino

L’elaborato rientra nei numerosi scritti che hanno partecipato alla I edizione del Premio Letterario “Le storie nella Storia”, dal tema     “Le opere e i giorni della ricostruzione tra identità e memoria”, progetto ideato dall’Associazione Agorà Theodicea, svoltosi il 19 maggio scorso a Sant’Angelo in Theodice. In via eccezionale si è pubblicato uno stralcio di elaborato allo scopo di far comprendere ai Lettori l’alto spessore dei contenuti in perfetta aderenza al tema trattato nel concorso. Tutti gli elaborati verranno raccolti, a cura dell’Associazione Agorà Theodicea, in un opuscolo a disposizione e beneficio della comunità.

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