Autore: redazionecassino

12 dicembre 2011 0

Mercati, fiere, storiche di Roma e del Lazio

Di redazionecassino
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Giovedì 15 dicembre alle ore 17.30, nella Sala Convegni Santa Marta in Piazza del Collegio Romano 5, Roma, nell’ambito degli incontri letterari “Giovedì di Santa Marta” verrà presentato il volume “ Mercati, arti e fiere storiche di Roma e del Lazio” a cura di Rita Padovano. Dopo i saluti di Ariel Di Porto e Maurizio Fallace intervengono Marina Caffiero, Anna Spadini, Giuseppe Benelli, Mario Pirani. Nel mondo della cultura e delle arti il nostro Paese vanta numerose eccellenze. Creatività, sensibilità e genialità rappresentano da sempre i tratti tipici dell’identità degli italiani ma anche i fattori del successo del made in Italy in cui le conoscenze intellettuali e le capacità manuali si fondono. L’obiettivo che si propone questa ricerca non è tanto quello di offrire un’analisi esaustiva e sistematica dei principali avvenimenti che caratterizzano oltre ottocento anni di storia, quanto quello di mettere in evidenza come i processi di trasformazione socio-economici abbiano contribuito all’espansione e articolazione delle nostre città, innovato antichi mestieri, creato nuovi saperi. Il quadro di sintesi delle dinamiche economiche europee, esaminate sul lungo periodo – dal medioevo all’età contemporanea –, fa da cornice ad approfondimenti microstorici su particolari settori produttivi, a torto considerati d’importanza minore, approfondimenti che sono relativi alla realtà romana e laziale, finora non sufficientemente analizzata dalla storiografia. Un quadro composito e variegato, quindi, una sorta di “galleria di ritratti urbani”, che mette in evidenza come gli elementi specifici e simbolici emersi dalle singole monografie siano l’emblema di un paradigma utile ad analizzare uno degli aspetti identificativi del nostro Paese: la nascita di quel complesso di piccole attività artigiane che pone in essere le radici dell’attuale sistema imprenditoriale. In seguito, sarà l’innovazione tecnologica ad operare una profonda evoluzione di questo settore sottoponendolo ad una costante modernizzazione sia in termini aziendali che produttivi, a cui potranno sottrarsi solo alcuni articoli di particolare rilevanza artigianale. Un percorso lungo e – a nostro parere – avvincente, che approda sino all’attualità.

2 marzo 2011 0

La rivolta in Libia. Un libro di Mary Pace sul tiranno Gheddafi

Di redazionecassino

La rivolta infuria in Libia, una rivolta che interessa anche l’Italia. Una scrittrice ha completato a tempo di record un libro sul dittatore nordafricano. Il volume s’intitola “Il segreto di Gheddafi” di Mary Pace stampato da Book Sprint. Mary Pace scrittrice e giornalista, esperta in tattica-strategia militare e intelligence. Si è fatta notare al grande pubblico con il libro “Dietro Priebke” edizioni Piemme. Ha pubblicato di recente con la casa editrice Curcio “Piazza Fontana, l’inchiesta, Parla Giannettini”, poi “Mino Pecorelli, il delitto irrisolto”. Con l’edizione Vida “Il caso dell’onorevole Gex, omicidio o fatalità”. Con la Book-Sprint ha pubblicato “Operazione Ryan, alto rischio per l’agente Zeta”. Esperta di armi, ha fatto un corso di paracadutismo e ha lavorato con il generale De Lorenzo.

Nella prefazione al libro Mary Pace scrive:”Venni invitata da Gheddafi nel 1997 tramite l’ambasciata libica di Roma. Per me si avverava un sogno durato 28 anni, conoscere il leader libico e scrivere la sua biografia. Non ero mai stata in Libia e mi interessava visitare anche i luoghi storici, che furono teatri di battaglie cruenti durante il secondo conflitto mondiale. Ciò non mi fu possibile e leggendo questo libro conoscerete il perché. Vi renderete conto anche della ribellione del popolo libico in atto in questo periodo, dopo aver sopportato per ben 42 anni la forte dittatura di Gheddafi. Negli anni passati anch’io ho dubitato che tutte le azioni di terrorismo che gli venivano attribuite portassero la sua firma. Il leader libico non è un agnellino, ma se qualcuno pensa di poterlo sacrificare per appropriarsi del suo petrolio allora Gheddafi combatterà fino all’ultima goccia di sangue, anche se dobbiamo ammettere che le sue reazioni sono esagerate. Ed ancora una volta verrà definito criminale, ed è giusto che sia così. Per me è solo un uomo frustato ed anche il lettore ne converrà.”

17 febbraio 2011 0

L’artista cassinate Lucio Salvatore espone al museo brasiliano di scultura

Di redazionecassino

Donare il sangue nel nome dell’arte: è questo il cuore del progetto “One Blood” di Lucio Salvatore che inaugurerà il primo marzo la prima mostra a Sao Paulo Brasile, nell’importante museo MuBE (Museo brasiliano di scultura) con il patrocinio dell’istituto italiano di cultura. Salvatore espone nella capitale culturale del Sudamerica 12 ritratti di persone realizzati con il proprio sangue delle persone ritrattate. La mostra sarà aperta al pubblico il mese di marzo. Il tema centrale di One Blood e’ l’unicità di ogni individuo e la necessità dell’essere-insieme dell’essere umano. “Pur essendo tutti differenti, siamo un’unica cosa, siamo parte dello stesso elemento… il sangue simbolizza il corpo umano, condizione necessaria della nostra esistenza: il corpo non e’ un oggetto semplicemente materiale, ma il cammino attraverso il quale il mondo si apre – dice Salvatore – because we all bleed red”.

11 febbraio 2011 0

Arrestati due rapinatori dopo un colpo in banca a Cassino

Di redazionecassino

Sono stati arrestati dentro la Banca Popolare del Cassinate nella filiale di via casilina sud due rapinatori che avevano appena incassato oltre seimila euro. I due arrivati da Napoli in sella ad uno scooter rubato nei giorni scorsi erano entrati in banca, verso le 13,15, e minacciando il cassiere con una pistola, risultata poi un  giocattolo, e un taglierino,  si sono fatti consegnare l’incasso. Nel frattempo, però, un collega aveva fatto scattare l’allarme alla polizia che è arrivata subito sorprendendo i due ancora dentro la banca. Sono stati bloccati  ed arrestati.

11 febbraio 2011 0

Svaligiata tabaccheria a Cassino

Di redazionecassino

La notte scorsa ignoti ladri hanno svaligiato la tabaccheria di Andrea la Torre in via Bari. I malviventi hanno scardinato con un piede di porco la  serranda e una volta dentro con il volto coperto per non farsi riprendere dalle telecamere hanno portato via sigarette per un valore di seimila euro e blocchi di Gratta e Vinci. La scoperta del furto è avvenuta alla riapertura del negozio da parte del titolare che ha avvisato la polizia. Sono state subito bloccate le serie delle lotterie.

9 febbraio 2011 0

La lirica al teatro Manzoni di Cassino

Di redazionecassino

Ritorna la lirica al teatro Manzoni di Cassino domenica alle ore 17,30 con l’opera  “Un ballo in maschera”, melodramma  in tre atti di Antonio Somma, musica di Giuseppe Verdi. L’orchestra “Latina Lirica”  sarà diretta dal maestro Nicolas Giusti con la regia di Sandro Santillo. L’opera è stata rappresentata con successo di recente a Torino e fra un mese sarà al teatro di Latina.  Tra gli interpreti spicca il soprano Olga Romanko che  impersona  Amelia mentre il conte di Warwich sarà Ignacio Encinas.  C’è attesa tra gli appassionati per questo spettacolo che segue  Il Rigoletto rappresentato a novembre scorso. Sono in programma, sempre per la compagnia di Domenico Cappelli, il prossimo 24 aprile il Nabucco con musiche di Verdi e il 29 maggio il Barbiere di Siviglia con musiche di Rossini. Prevendita alla biglietteria del teatro: poltronissime 38 euro;  poltrone 28 euro.La prima ebbe luogo il 17 febbraio 1859 al Teatro Apollo di Roma. Inizialmente l’opera doveva essere rappresentata al Teatro San Carlo di Napoli e si doveva intitolare Una vendetta in domino, ma il soggetto non fu accettato dalla censura borbonica. La storia di un marito che uccide il presunto rivale, niente meno che il re di Svezia, fu considerata troppo oltraggiosa, soprattutto in pieno clima risorgimentale. Di conseguenza Verdi introdusse alcune modifiche, spostando in particolare l’azione dalla Svezia a Boston e trasformando il re in un governatore. L’azione si svolge a Boston alla fine del XVII secolo.

9 febbraio 2011 0

Cibus in fabula, nuovi gusti alimentari

Di redazionecassino

ROMA – L’Associazione culturale “Progetto Arkés” presenta “CIBUS IN FABULA”, un ciclo di incontri sull’alimentazione e il suo divenire. Un focus sul passato tra storia e tradizione e uno sguardo  al presente,  volto a soddisfare le urgenze dei cambiamenti dei gusti alimentari del mondo globalizzato.  Inserite accanto all’attività di ricerca le conferenze rappresentano un’occasione per approfondire temi di interesse collettivo. L’evento si svolgerà a Roma il 10 Febbraio alle h. 17.00 – c/o la Libreria ADP, via degli Astalli n.17 (Complesso Chiesa del Gesù).L’apertura dell’incontro è affidata a Rita Padovano, Promotrice dell’iniziativa e Presidente di “Progetto Arkés”. Nel primo ciclo interverrà l’Antropologa Eloise Longo dell’Istituto Superiore di Sanità che tratterà un interessante excursus storico-culturale sul come ci nutrivamo. Una breve metanalisi sul cibo e salute verrà condotta nell’intervento di Gaetano Sabetta, Resp. Dipartimento del Metabolismo dell’Ospedale Bambino Gesù. L’incontro si concluderà con “La Psicoalimentazione” di Marilù Mengoni, biologa della nutrizione, che esporrà un metodo che permette di agire sulla persona in toto, uno stile di vita che tiene conto delle connessioni mente/corpo/spirito affinché si possa mantenere nel tempo l’integrità del corpo e  della mente. “Ogni atto legato al cibo porta con sé una storia ed esprime una cultura complessa, dalla coltivazione, alla elaborazione alla messa a tavola. Il ciclo di conferenze – ha dichiarato la Padovano – nasce dalla considerazione che uno degli elementi di contrasto che segna la modernità è il conflitto tra cibo e natura. Il ciclo di conferenze parte dalla considerazione che l’uomo è l’unico animale in natura che lo modifica, lo trasforma a seconda delle sue esigenze, delle sue preferenze, della sua identità e dunque per questo da elemento della natura diventa elemento della cultura in quanto inventa e trasforma il mondo. Un piatto di spaghetti al pomodoro non è solo un cibo, ma è il simbolo dell’identità culturale di un paese. Il cibo è cultura quando si consuma perché l’uomo lo sceglie con criteri legati sia alla dimensione nutrizionale che a valori simbolici. Questa serie di conferenze vuole affrontare il teme dell’alimentazione e il suo divenire. Un focus sul passato tra storia e tradizione e uno sguardo al presente, volto a soddisfare le urgenze dei cambiamenti dei gusti alimentari del mondo globalizzato”.

16 gennaio 2011 1

“Volti nuovi nel prossimo Consiglio comunale di Cassino”

Di redazionecassino

Un consiglio comunale completamente rinnovato  e senza le vecchie facce. Lo sostiene il presidente del consiglio regionale del Lazio Mario Abbruzzese in vista della campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale di Cassino. Abbruzzese  annuncia che non si ricandiderà a consigliere comunale e stessa cosa farà la collega    Annalisa D’Aguanno. E aggiunge:“E’ auspicabile che lo facciano anche altri che hanno altri incarichi a livello regionale o nazionale per dare un segnale di rinnovamento agli elettori.”  Sulla   scelta del candidato a sindaco  dice che  sarà fatta a Cassino e non a Roma  “perché questa città ha la fortuna di avere qui due consiglieri regionali del Pdl. La scelta ricadrà sul candidato capace di attrarre più consensi possibili.” Per ora nell’area del centrodestra  ci sono  tre aspiranti  all’investitura. In ordine alfabetico i tre ex assessori: Michele Nardone (ex An e vicino ad Alemanno), Carmelo Palombo ( ex Forza Cassino e vicino ad Abbruzzese)  e Giuseppe Sebastianelli  (ex Forza Italia). “Esamineremo – spiega il presidente del consiglio regionale in una intervista al Messaggero di domenica – al nostro interno la posizione dei tre e poi faremo un passaggio all’esterno, ossia con i nostri probabili alleati, e se ci sarà una scelta unanime allora indicheremo il candidato.”  I  tre gruppi si stanno muovendo separatamente con proprie manifestazioni ma alla fine sarà  possibile una riunione. La casa delle liste civiche guidata dal dottor Carmelo Palombo ha presentato nei giorni scorsi il proprio sito web. “Il nostro raggruppamento – dichiara Palombo – ha varato un progetto politico aperto alle esigenze della società civile e perciò  al dialogo con altri partiti e movimenti civici  dell’area moderata. Mira al rinnovamento  del consiglio e ad una gestione comunale  trasparente.”  L’obiettivo è ora di trovare alleati autorevoli per poter vincere al primo turno. Questi alleati potrebbero essere le altre frange del Pdl rimaste fuori da questo progetto ma anche l’Udc od altri raggruppamenti. (Redazione politica)

1 gennaio 2011 1

L’abate di Montecassino nel Te Deum: Appello agli insegnanti per l’emergenza educativa

Di redazionecassino

Affollato Te Deum nella  Chiesa Madre del SS.mo Salvatore a Cassino officiato dall’Abate di Montecassino dom Pietro Vittorelli. Questa l’interesante e critica omelia pronunciata dal capo della Diocesi. La fine di un anno ci mette inevitabilmente a confronto con una parola che ha in sé la potenzialità del niente e del tutto. La Fine appunto. Termine, esaurimento, scadenza, consumo, limite, confine, linea estrema, punto di arrivo, traguardo. E scusatemi se fa male, inevitabilmente, inesorabilmente: morte. Quella morte che esorcizziamo in mille modi, quel pensiero che scacciamo ogni giorno ricoprendolo con milioni di cose, di lucine, di pacchetti e di cose da fare. Ecco allora siamo alla fine di un anno, alla scadenza di un tempo convenzionale ma fortemente simbolico. In un anno si può ripercorrere il ritmo stesso della vita: la nascita, la giovinezza, la fase adulta, la vecchiaia, la morte. Ci lasciamo oggi alle spalle tante cose compiute, tante promesse non mantenute, tanti piccoli e grandi successi, tanti piccoli e grandi fallimenti, tanti esempi di virtù e tanti peccati. Tante cose accadono in un anno ed ora tutto ciò termina con un termine del tutto provvisorio, transitorio, nel quale si coglie già la promessa di una vita nuova: tra poche ore accoglieremo nel grembo il vagito di un giovane e fresco tempo di grazia rinnovato, un nuovo anno nel quale siamo come misticamente invitati a cogliere ed accogliere il tempo nuovo della benedizione. Un tempo vero dunque come vera può essere solo una benedizione. Cominciare un anno nuovo è sempre l’occasione per augurarsi delle cose buone, delle cose belle… ma è anche l’occasione per sperare e augurarsi gli uni gli altri delle cose vere. Soprattutto vere. In un momento in cui tutti ci sentiamo stanchi, demotivati, depressi da una crisi che ci attanaglia e che, se anche risparmia noi, non fa vivere bene chi ci è vicino e questo comunque ci deprime. In un tempo dove finalmente prendiamo tutti un po’ più coscienza delle tante nostre ipocrisie che a Natale sembrano rinvigorire, tutti sentiamo anche un profondo sentimento di autenticità. Non ho nulla contro gli auguri ma ormai ci scambiamo auguri tutto l’anno per ogni minima cosa, occasione, mostrando ancor più quanto temiamo l’incombere dell’inevitabile, dell’ineluttabile e ci contorciamo in mille riti pagani perdendo di vista l’unico augurio, l’unica benedizione che ha un senso per la nostra vita, per la nostra gioia, per il nostro dolore: si chiama Dio ma si chiama anche Amore. Ecco perché stasera vorrei parlarvi di Dio guardando negli occhi alla concretezza del suo Amore. Dicendovi, annunciandovi che possiamo e dobbiamo continuare a fare bene quello che di buono facciamo ma con più amore!  Guardando negli occhi di Gesù per chiedere per voi, per il mio popolo, stasera e per i giorni a venire il dono della Speranza. La speranza che come sapete è un dono ma anche una virtù, in un tempo in cui non si parla più di virtù se non per farne una battuta comica, la speranza come ogni virtù va esercitata, va allenata. Il primo allenamento alla speranza si esercita proprio nella liturgia e la liturgia della Chiesa ci chiede di entrare in questo nuovo tempo consegnandoci alcune parole chiave con cui e attraverso cui consacrare questo inizio. E la prima di queste parole è proprio “BENEDIZIONE”. Il testo della prima lettura che con maggior splendore la liturgia pronuncerà all’alba di domani, del primo giorno del nuovo anno, ci rammenta un desiderio caro al cuore di Dio “Voi benedirete” come ordina a Mosè per il suo popolo. Un invito che per un cristiano si fa imperativo, un impegno che parte dalla liturgia ma investe la vita di ognuno di noi, di ogni battezzato che nel fronteggiare la vita è chiamato a benedire e non a maledire. Entrare in questo nuovo  tempo con questa sorta di mandato è un modo per creare, nel piccolo territorio del nostro cuore, ampi spazi di pace. E la pace comincia con una rinnovata e caparbia disponibilità a benedire, a dire tutto il bene possibile cercando di zittire il più possibile tutto il male di cui spesso siamo costretti a fare esperienza dentro e fuori di noi. Ma vi è pure un’altra “parola” che ci viene consegnata nella formula di benedizione del sacerdote Aronne: il volto. Ecco allora che per il nuovo anno di certo chiediamo come dono che “Il Signore faccia brillare il suo volto su di te” ( Nm 6,25) e ancora, che “ rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace”.  La Benedizione e il Volto ci vengono consegnati stasera come caparra di un anno che dal punto di vista economico, occupazionale, sociale, politico non si prevede facile. Con grave preoccupazione apprendiamo della scure dei licenziamenti  che si prevedono nei prossimi mesi al S. Raffaele di Cassino, conosciamo le difficoltà dell’indotto Fiat con un  piano di polo strategico che stenta a decollare nonostante le migliori intenzioni, attendiamo con preoccupazione le scelte politico-amministrative che saremo chiamati a compiere nei prossimi mesi, ci consta della difficoltà occupazionale che attanaglia specialmente il nostro territorio in ordine alla prima occupazione. In questo contesto di crisi, tutti aneliamo a trovare una soluzione, una via di fuga, una possibilità di salvezza e di redenzione per il nostro presente e per il nostro futuro. Il mio caro amico e grande economista Enrico Cucchiani in una sua recente pubblicazione afferma: “La parola crisi in cinese si esprime con un ideogramma composto da due parti: la prima descrive lo stato di “pericolo”; la seconda il concetto di “opportunità”. Questo ideogramma rispecchia la filosofia cinese che ispira quel popolo; da questa filosofia possiamo trarre utili spunti anche noi europei” (Enrico Tomaso Cucchiani, Riflessioni su crisi e ripresa. Monaco di Baviera. Luglio 2009). Dove e come possiamo allora ricucire i lembi di un tessuto consunto e a tratti lacerato? Come possiamo ridare speranza e riprendere speranza per il domani dei nostri figli? Credo che uno degli ambiti primari e di fondamentale importanza nel quale ci giochiamo la possibilità di dare senso al nostro presente e al nostro futuro sia l’educazione. In occasione della scorsa festa dell’Immacolata parlavo di cantieri da aprire per la città e per il territorio. Uno di questi era ed è il cantiere dell’educazione. Per questo stasera, rimanendo nelle categorie della speranza e dell’amore vorrei rivolgermi più direttamente agli uomini e alle donne della scuola. Ad essi da sempre la società e la chiesa hanno affidato una parte importante della formazione della società, dell’umano convivere, che oggi vive un momento di grave difficoltà con una ricaduta fatale sulla stessa nostra società. Il modello al quale tutti culturalmente eravamo abituati conosceva una alleanza sociale andata dissolta o addirittura in frantumi. Mi riferisco alla alleanza sociale tra famiglia, chiesa e scuola che per secoli ha garantito un progressivo e armonico evolversi della società. Ciò comportava che tutti si sentivano responsabili della educazione e della formazione dei giovani tanto che se anche fuori dei tre contesti, scolastico ecclesiale e familiare, un giovane si comportava male in piazza veniva redarguito al momento e subito deferito, diciamo così, presso la famiglia di riferimento che prendeva provvedimenti immediati. Venuta meno questa alleanza certamente per tutte e tre le agenzie educative il compito è divenuto sempre più arduo non solo per la solitudine delle tre singole istanze formative ma  soprattutto per il contrasto e le dissonanze che spesso tra queste stesse si sono create. Penso sia invece possibile anche in un’ottica laica poter ritrovare un terreno comune su valori condivisi che possa ricucire questa alleanza. Abbiamo ascoltato nel Vangelo di Luca che all’accorrere dei pastori alla grotta questi trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia. E il testo aggiunge . “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. L’educazione inizia con una presenza amorevole e silenziosa fatta di sguardi, di desideri puri, fatta di presenza amorevole e premurosa. Fatta dell’affermazione ripetuta all’infinito guardando i nostri ragazzi: “IO CI SONO”.

Cari Insegnanti, a tutti i livelli, a voi oggi più che mai è riconsegnato un compito dalla portata universale. È la stessa storia che ve lo consegna. Dobbiamo rifondare la società, dobbiamo ancorarla a un rinnovato umanesimo, a quella civiltà dell’amore, tanto cara al venerabile Papa Paolo VI. Voi Insegnanti di ogni ordine e grado dovete riprendere coscienza di questa missione e l’intera società deve riprendere consapevolezza del ruolo fondamentale che oggi più che mai svolgete per il bene del nostro futuro. Papa Benedetto XVI parlando ai docenti della St.Mary’s University College nella sua ultima visita pastorale a Londra così si esprimeva: “Il compito dell’insegnante non è solo quello di impartire informazioni  o di  provvedere ad una preparazione tecnica per portare benefici economici alla società, l’educazione non è e non deve essere mai considerata come puramente utilitaristica. Riguarda piuttosto formare la persona umana, preparare a vivere la vita in pienezza – in poche parole – educare alla saggezza.” Ecco: educare alla saggezza. Cari Insegnanti, cari uomini e donne della scuola, so quanto vi sentite soli in questo compito arduo ma io vorrei incoraggiarvi alla vigilia di questo nuovo anno a non perdere la speranza ma a continuare a sperare e a educare… ma con più amore, con più amore. Con quell’amore avete segnato generazioni e generazioni di cittadini e di cristiani. Il vostro non è un lavoro, o meglio non può essere solo un lavoro. L’esasperato razionalismo tecnologico aveva enfatizzato pochi decenni fa, una figura di docente dalle qualificate conoscenze, indispensabili in una inappuntabile attività didattica. Oggi la crisi  generale dei valori condivisi, il disorientamento più ampio, culturale ed antropologico, comune a tutto l’Occidente ed all’intero sistema economico e produttivo, il mutamento repentino degli schemi  e delle figure di riferimento nel sistema “famiglia”, rendono necessario un regime di urgenza e di emergenza educativa: dobbiamo puntare su insegnanti che siano EDUCATORI. EDUCATORI ma con più amore che accettino su di loro di proporsi anche come modelli di identificazione, talora non solo ad integrazione di figure adulte di riferimento (penso alle mamme e ai papà) ma addirittura in “sostituzione” di esse allorquando assenti o latitanti. EDUCATORI ma con più amore che sappiano vivere la “solitudine” dell’adulto, privi, non tanto delle “deleghe” genitoriali di un tempo ma anche della stessa alleanza dei genitori troppo spesso schierati confusamente a fianco dei figli contro la scuola e contro di essi. EDUCATORI ma con più amore che trasmettano non solo nozioni ma favoriscano l’apprendimento e l’elaborazione di valori oggi indispensabili alla “CONVIVENZA CONSAPEVOLE”, quali il rispetto degli altri, l’accettazione attiva delle differenze e delle diversità che miri al superamento degli ostacoli o alla rimozione nel cammino evolutivo delle nuove generazioni. Ne consegue che i nostri insegnanti non potranno perciò  che essere EDUCATORI ma con più amore. Attenti ai velocissimi movimenti nella scena mondiale che favoriscano – questa è la sfida dei prossimi anni –  l’integrazione dei nuovi venuti, provenienti da culture diverse e che di fatto sono già entrati nelle nostre vite (ad esempio bambini stranieri a scuola, carceri, ospedali, coppie miste) EDUCATORI ma con più amore che spesso, poco gratificati economicamente, poco riconosciuti socialmente, trovino, nonostante tutto, la forza di vivere oltre alla loro alta professionalità, anche l’ardua sfida del coinvolgimento personale e dell’impegno al cambiamento individuale e collettivo, alla crescita umana, fisica, psichica e spirituale dei giovani a loro affidati, alimentando così un circolo virtuoso di nuovo umanesimo e soprattutto di SPERANZA… ma con più amore.

Ma con più amore è il titolo di una splendida composizione realizzata per questo Natale dalla mia amica poetessa Francesca Merloni. Essa mi sembra evocativa della mission dell’Educatore È nella segreta oscurità che il chiaro più risplende è nell’amare ciò che manca il viaggio verso l’Uno

tra luce e mancanza di luce l’unione degli estremi è ciò che tiene insieme l’attimo dei mondi che è uno e per sempre

il Senza Nome genera ogni cosa nella scintilla che nasce eternamente là dove gli uccelli del fuoco si alzano in volo due a due

nella circolarità dei luoghi ma con più amore nell’inquieto della nostra pazienza ma con più amore

scegliere di restare è l’insegnamento sommo

che la nostra attesa resista ecco il miracolo Cari Insegnanti, a nome della Chiesa stasera sento di dovervi un grazia, sento di dovervi una parola di incoraggiamento e di stima profonda. Sento di dirvi: coraggio, non temete, ce la possiamo fare. Voi siete importanti. Il 22 dicembre scorso mi sono recato a visitare a Roma in una casa di ospitalità per anziani tenuta splendidamente dalle Suore di D. Guanella una nostra anziana concittadina: la signorina Immacolata Bianchi, oggi 89enne e da 66 anni ospite delle suore. Rimasta vittima del primo bombardamento che Cassino subì il 10 settembre 1943, non avendo altri parenti che potessero prendersi cura, – l’unico fratello era monaco della Badia di Cava – non è più stata autosufficiente e da allora, lontano dalla sua città ha continuato a conservare ricordi ed emozioni. In quasi due ore di colloquio incalzante, tra lacrime e sorrisi, quest’arzilla vecchietta in carrozzella aveva nitido nella mente il nome della sua maestra che le aveva trasmesso i valori che per una vita l’hanno sostenuta insieme alla sua fede. La maestra era Sr. Immacolata del glorioso Istituto delle Suore della Carità. “Una suora secca secca e intelligentissima…” così la ricorda la ottuagenaria Immacolata Bianchi. Ma chi di noi non ricorda con affetto e riconoscenza i nomi e i volti dei propri insegnanti ai quali dobbiamo quello che siamo? Io stesso conservo tanta gratitudine per la mia maestra e per tutti gli insegnanti che hanno lasciato una traccia nella mia vita e nella mia anima. Recentemente visitando alcune scuole di Cassino ho avuto la gioia e l’onore di scambiare idee e opinioni con molti insegnanti. È stato per me un grande arricchimento perché ho percepito che, pur nel disagio e nella crisi, molti conservano una passione, e un  amore per i giovani che lascia ampio spazio alla speranza. A questo punto lasciatemi rendere onore al notevole contributo che Religiosi e Religiose hanno dato in questa nostra terra al nobile compito dell’educazione. Il prossimo 8 gennaio ricorderemo a cento anni dalla nascita, l’indimenticata Madre Amalia delle Suore Stimmatine: fu madre ed educatrice a tutto tondo. Lei come tutte le Suore,  i monaci e i preti che in questa Terra di S. Benedetto donarono e donano la vita per l’educazione dei nostri figli, meritano rispetto e ammirazione. E se la scuola tout court ha un ruolo fondamentale, la scuola cattolica ha una missione più specificamente dedita a dare anima ad animare il domani, il futuro delle nuove generazioni. Dono, benedizione e volto dicevo all’inizio. Ma ogni dono esige una sorta di impegno a donare a propria volta. Per questo se ci viene chiesto, dopo aver accolto la benedizione di Dio, di benedire a nostra volta, parimenti – se desideriamo che per noi Dio mostri un volto mite e festoso – siamo invitati a offrirlo in dono a coloro che incontreremo in circostanze e modi svariatissimi durante tutto l’anno che sta iniziando. La dolcezza di Maria madre di Dio sia l’ispiratrice di ogni insegnate, di ogni educatore, di ogni maestra, maestro, professore, professoressa, e di tutti noi. Lei ci permette di immaginare e di contemplare con infinita tenerezza e stupore il reciproco illuminarsi del volto della Madre davanti al “Bambino” e quello del Bambino davanti all’amore stupito di “Maria e Giuseppe”. Voi educatori avete sempre davanti il volto dei nostri bambini, dei nostri ragazzi, li consegniamo ogni giorno nelle vostre mani come il tesoro prezioso del nostro popolo: trattatelo con cura, anche quando dovrete dire dei no fermi, anche quando dovrete mostrarvi saldi e apparentemente duri… con amore… sempre con più amore. E perché questo non vi sembri troppo romantico concludo con una considerazione laica sempre del mio amico economista Cucchiani “Questo è il tempo di raccogliere le migliori menti e le migliori energie per sviluppare strategie illuminate ed attuare con tenacia e determinazione progetti concreti”. È la speranza che stasera consegniamo nel cuore di Dio mentre con fede viva cantiamo Te Deum Laudamus. Benedire con un volto che brilli sempre di gioia divina significa portare nel proprio cuore e nella propria vita il vagito e il grido di ogni uomo e di ogni donna che attende – talora in modo dolorosissimo – il tempo “dell’adozione a figli” (Gal 4,5). Come “i pastori” andiamo a Betlemme e là, incontrando il volto di questo bambino a cui “fu messo il nome Gesù” ( Lc2,21), prendiamo forza, luce, benedizione, stupore, adorazione, lode… per il “santo viaggio” (sal 83,6) verso la “nuova Gerusalemme” (Ap 21,2) attraverso la nostra Gerusalemme. Auguri. Per un anno buono.  Pietro Vittorelli Arciabate di Montecassino

26 dicembre 2010 0

L’omelia di Natale dell’Abate di Montecassino

Di redazionecassino

L’omelia dell’abate di Montecassino nella notte di Natale. NATALE DEL SIGNORE 2010 “Nella notte”. Cari Fratelli e Sorelle, Siamo nella notte santa del Natale del Signore e anche per noi essa è l’invito a incamminarci nella notte della nostra vita per  poter vedere ciò che ci è stato dato di udire nella prima lettura: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce”. Anche noi tutti stanotte siamo accorsi in chiesa, tanti, desiderosi di ricevere una luce. Arriviamo tutti stanchi , agitati, ansiosi per una preparazione al Natale che ci vede sempre più sovraffaticati dalle tante complicazioni della vita. Tutto è sempre più frenetico, tutto è così di corsa, tutto così fatto perché si deve fare. Siamo sommersi di biglietti augurali prestampati, tutti uguali magari scritti al computer e dopo aver cliccato invio rimane ancor l’affanno della spedizione. In tanta fretta siamo spesso delusi, abbiamo nel fondo un  gusto amaro: lavoriamo di più, abbiamo raggiunto anche degli obiettivi eppure quasi disperatamente andiamo ricercando il vero spirito del Natale. Ci sembra di averlo smarrito e cerchiamo ovunque: sui volti degli amici, dei colleghi, dei parenti, dei confratelli, dei passanti… niente. Ci sembra di non ritrovarlo. Eppure tutti ricordiamo che c’è stato un tempo, un anno, un giorno nel quale ci è sembrato di possederlo….e oggi? Che peccato… sembra sfuggirci di mano. Ecco allora che il nostro popolo si incammina nelle tenebre e va. Finalmente, dopo aver tanto cercato  entra finalmente anche in Chiesa come noi stasera. Come milioni di nostri fratelli e sorelle nel mondo. In punta di piedi, stretti nei nostri cappotti, entriamo nella penombra e nel silenzio di una chiesa, di questa chiesa. Subito capiamo che dobbiamo riadattarci. Il frastuono delle nostre case, delle nostre cene ancora danza nelle nostre orecchie… il passaggio, il cammino dal rumore della mente al silenzio del cuore non è facile. Nella penombra o popolo di Dio cosa vuoi questa notte? chi sei venuto a cercare? Vorremmo forse anche commuoverci ma il cuore è talmente indurito che neanche una lacrima scende a irrigare l’aridità del nostro volto, del nostro cuore. Dio mio dove sei? Dio mio se sei nella mia carne esulta per me esulta con me. Un popolo camminava nelle tenebre. Ma  stasera saliti sulla montagna di Dio, su ogni montagna di Dio volgiamo lasciare per un attimo il buio dei nostri pensieri, il buio delle nostre non-azioni, il buio della nostra cattiveria del nostro egoismo e vogliamo, lo desideriamo tanto  o Dio, ricevere la tua luce. Vogliamo riaccostarci a te riscoprendoti bambino tenero, fragile e in questo contatto vitale desideriamo che una luce rifulga dall’alto per noi. Giunti con queste attese nel cuore , immaginiamo per un attimo di essere presso quella grotta. Giunti come spettatori un po’ disincantati, un po’ cinici, un po’ sprezzanti e arroganti buttiamo lo sguardo distratto a quell’umanissimo presepe. La luce ci attira, come quando fissiamo la fiamma di un fuoco acceso in uno dei nostri camini, Gesù ci attira ma attende paziente che siamo noi a prenderlo in braccio. “Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone” . Possiamo anche non crederci ma quel popolo puro e ricco di opere buone siamo noi, noi anche con tutte le nostre fragilità, purificati dall’offerta di Dio fatto uomo, ricchi delle opere buone che compiamo nel nascondimento, nell’umiltà o anche nel desiderio. Si perché spesso desideriamo in profondità di essere buoni, capaci di opere buone ma non ne troviamo la forza . Eppure in quel desiderio si è già inserito Dio e con la sua grazia sta già lavorando in noi. Fermi e silenziosi allora davanti a quella grotta santa, rapiti dalla luminosità di quel bambino osiamo avanzare una richiesta, un desiderio così umano, così spontaneo ogni volta che vediamo un bambino. Quale è questo desiderio? Cosa desideriamo quando vediamo un tenero neonato? L’aspirazione immediata è quella di chinarci su di lui e prenderlo in braccio. Guardiamo allora con pudore il volto della Madre di Dio, di Maria cercando di interpretarne i pensieri, i sogni, gli aneliti. Lei dolcissima continua a metterlo ogni giorno in braccio a ciascuno di noi, serena accondiscende ma ancor più ci invita. Giuseppe il Giusto osserva e custodisce il bene più prezioso di quel Bambino: la vita. In quel bambino scorre la vita dell’umanità, scorre la nostra vita. Ecco allora che preso coraggio, in punta di piedi, come siamo entrati nella comunione ecclesiale di questa chiesa, della Madre Chiesa, ci chiniamo con gesto di umiltà, l’unico che consente la presa, l’unico gesto che garantisce l’accoglienza di Dio nella nostra vita e chinati, tendiamo le nostre mani alle sue manine e finalmente possiamo prendere quel tenero corpo, quella soffice vita tra le nostre braccia. A quel punto qualcosa cambia. Appena sentiamo che quel bambino ci abbraccia forte, con tutta la forza del suo piccolo corpo allora tutti noi non possiamo non sentire forte il desiderio di essere madri, di essere padri per avere un bambino così da amare, da educare e nel suo abbraccio avvertire con percezione chiara , l’abbraccio di Dio.  Questo bambino è “il Verbo fatto carne”, perché la nostra carne, la nostra storia, il nostro oggi possano diventare la mangiatoia in cui Gesù riposa, illuminando con la sua dolce presenza e animando la speranza nella nostra vita poiché “egli ha dato se stesso per noi” ( Tt 2,14). Mettersi accanto a Dio come ci si mette accanto a un bambino appena nato è il grande dono di questa notte: non abbiamo nulla da temere e abbiamo invece tutto da sperare. Ecco il senso di questa notte, ecco il senso di quel disagio non chiaramente compreso che ognuno di noi avverte come un fastidio sopito, non compreso. L’oscurità allora di questa notte è fin troppo eloquente: in essa ogni ricerca, ogni indagine sarebbe impossibile. L’uomo da solo non trova la mèta, è possibile solo con una rivelazione che con la sua luce squarci la tenebra e faccia di questa notte oscura una notte santa. La santa notte. È questa la notte che celebriamo, una notte vinta per sempre dalla luce e dalla santità di Cristo. La liturgia orientale, ricca di spunti poetici canta per il Natale del Signore queste parole: “L’autore della vita è nato nella nostra carne dalla madre dei viventi. Un bambino da lei è nato ed è il Figlio del Padre. Con le sue fasce scioglie i legami dei nostri peccati e asciuga per sempre le lacrime delle nostre madri. Danza e sussulta, creazione del Signore, perché il tuo Salvatore è nato…Contemplo un mistero strano e inatteso: la grotta è il cielo, la Vergine è il trono dei cherubini, la mangiatoia  è il luogo dove riposa l’incomprensibile, il Cristo di Dio. Cantiamolo ed esaltiamolo”. Possiate scendere stanotte da questa montagna con una speranza più forte nel cuore, con una fede più robusta nell’anima, con un amore infinito rispecchiato nel volto. + Pietro Vittorelli Abate di Montecassino