Categoria: Ilpuntodivista

6 dicembre 2014 0

Il Governo vuole tagliare le pensioni e le indennità d’invalidità, ma si dimentica dei privilegi della ‘Casta’!

Di redazionecassino1
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Che questo governo non sia diverso da quelli che lo hanno preceduto appare sempre più una realtà, specialmente quando si tratta di colpire le categorie sociali più deboli, con la scusa di ‘risanare la spesa pubblica’. Pare, infatti, che stia ipotizzando di ridurre drasticamente la spesa per pensioni di invalidità (circa 280 euro al mese) e per l’indennità di accompagnamento (500 euro al mese). Lo dimostrebbe una dichiarazione, di qualche tempo fa, del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio, poi puntualmente smentita, rilasciata ad un quotidiano nazionale, secondo cui il Governo ha intenzione di fare “tagli alla spesa pubblica inefficiente. Ci sono tantissimi margini di manovra. Pensiamo ai 12 miliardi sulle pensioni di invalidità e accompagnamento spesi dall’INPS: hanno dei picchi in alcune zone totalmente inspiegabili, se non con il fatto che ci siano degli abusi. Per garantire controlli, equità ed evitare abusi applicheremo l’ISEE». Ancora una volta, dopo il taglio al Fondo per i non autosufficienti, di oltre 400 milioni di euro, ora si sta operando nel solco del governo Berlusconi, quando l’allora ministro dell’economia, Tremonti, peraltro indagato per una mazzetta di vari milioni di euro ricevuta da Finmeccanica, aveva detto che “…un paese non può crescere con oltre due milioni di invalidi…”, come se gli sprechi nel sistema della Pubblica Amministrazione siano da imputare alle pensioni d’invalidità. Già la settimana scorsa la FISH (Federazione italiana per il Superamento Handicap) aveva protestato dinanzi alle insistenti voci sulle intenzioni del Governo in materia di indennità di accompagnamento e di pensioni di reversibilità, secondo cui «un significativo e repentino contenimento della spesa pubblica deriverebbe da interventi di riduzione nell’erogazione delle indennità di accompagnamento, prestazione assistenziale riservata agli invalidi totali e ai ciechi assoluti, non in grado di deambulare o non in grado di svolgere i normali atti della vita» e ancora «le pensioni di reversibilità». Viene da chiedersi se non siano, invece, i privilegi della casta di parlamentari e ministeri, manager pubblici e giri di tangenti a cui questo governo non ha posto rimedio, ad incidere realmente, in misura abnorme sul deficit pubblico. Al sottosegretario Del Rio, bisognerebbe ricordare che esiste, fin dal 1999, la legge N° 68 (la cd Legge Battaglia), che obbliga l’assunzione da parte delle imprese, pubbliche e private, di persone disabili, ma che è totalmente disattesa, anzi che le sanzioni per le suddette imprese oltre ad essere irrisorie, sono da sempre inapplicate nei confronti delle stesse. Ad ogni buon conto, bisogna ricordare al governo che molti imprenditori preferiscono pagare le sanzioni piuttosto che assumere persone disabili. È alquanto grottesco che si invochi l’equità in un quadro di taglio drastico alla spesa pubblica. È bizzarro, ma si potrebbe tranquillamente dire disonesto, che si evochino controlli come se negli ultimi anni non se ne fossero attuati massicciamente (oltre un milione negli ultimi 5 anni). È altrettanto miope che si consideri inefficiente una spesa sociale che è una delle più basse dell’Europa a 25. È di dubbio gusto ricorrere all’ISEE, indicatore che – guarda caso – considera quelle stesse pensioni e indennità come se fossero redditi da lavoro o rendite finanziarie. I linguaggi, gli slogan, i luoghi comuni sono quelli di sempre, dal governo Berlusconi, a quello ‘tecnico’ di Monti, fino a quello attuale, sono quelli già sentiti: le persone con disabilità sono considerate un peso. A questo punto occorre una mobilitazione forte che faccia sentire la voce di chi non vuole elemosine, ma rispetto delle leggi, a partire da quelle che prevedono l’inserimento lavorativo dei disabili a quelle che obbligano lo Stato, le amministrazioni locali all’abbattimento delle barriere architettoniche, ma prima ancora quelle mentali. Occorre ricordare al Governo che i tagli vengano fatti sulle pensioni d’oro, sugli stipendi e sui privilegi di manager pubblici, parlamentari e della ‘Casta’, in genere, sono questi che incidono sulla spesa pubblica in misura di gran lunga superiore a quelle misere pensioni ed indennità dei disabili! F.Pensabene

6 settembre 2014 1

Mostra del Cinema di Venezia: la disabilità documentata nelle difficoltà quotidiane

Di redazionecassino1

Si conclude questa sera la 71esima Mostra del Cinema di Venezia, tutti gli occhi sono puntati su chi si aggiudicherà il ‘Leone d’oro” e gli altri premi. C’è tuttavia un mondo che ha avuto poco risalto nelle cronache del Festival ed è quello della disabilità, quasi a conferma che di questo problema se ne parla solo per fare del pietismo o quando ci si imbatta in situazione di disagio estremo. In altre parole quando la disabilità entra nella cronaca e fa notizia. Vi è tuttavia, al di là delle “docce gelate” con l’immancabile parata di vip o storie strappalacrime, chi ha documentato la disabilità nella sua quotidianità. La routine difficoltosa e in salita, sempre, di chi con la disabilità divide i suoi giorni. Sono queste, storie di normale disabilità, le protagoniste del film-documentario “Vietato ai disabili” realizzato da Fabio Masi, una delle firma di Blob e prodotto da Rai 3, presentato ieri sera al Lido di Venezia nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia, all’interno della rassegna cinematografica “Festival del CinemadaMare”. Il mediometraggio, che dura 30 minuti, utilizza il racconto di storie quotidiane e mette in luce la situazione attuale delle persone con disabilità nel nostro Paese. Il film documentario si svolge attraverso le strade, le scuole e le case di Napoli e Roma, evidenziando realtà spesso sommerse nell’indifferenza sociale. Il racconto corale è il risultato della raccolta degli ultimi cinque anni delle tante esperienze personali e quotidiane – nelle quali in molti ritroveranno la propria storia – dei genitori con figli disabili dell’associazione “Tutti a scuola”, che ha anche promosso il dibattito dopo la visione del film. Una sorta di lente di ingrandimento sulle difficoltà delle famiglie con disabili ad accedere ai servizi, ma anche a trovare una sponda nelle istituzioni nel fronteggiare problematicità o anche solo far valere i propri diritti. Tutto questo raccontato in certi momenti con le tinte forti del documentario. Anche quando ripropone le proteste in piazza, le manifestazioni di rottura mediatica, i duri confronti con la classe politica per rivendicare diritti sanciti dalla Costituzione che hanno spesso visto, negli ultimi anni, crescere una protesta che si fa battaglia di civiltà. Impossibile dimenticare le proteste dei malti di Sla, dei disabili dinanzi ai Palazzi del potere, per rivendicare diritti e dignità, contro i tagli lineari allo stato sociale e al fondo per i non autosufficienti. Questo documentario ha lo scopo non solo di offrire spunti di riflessione per il pubblico, ma anche in qualche modo di sfidare la classe politica a intervenire nel concreto e non soltanto con le intenzioni affinché la disabilità esca dal cono d’ombra dell’indifferenza non solo della società ma, di tutta la politica. E speriamo che sia la volta buona…! F. Pensabene

20 luglio 2013 0

Educare al Fair Play, la strana visione dello sport di alcuni genitori

Di redazione

Sono stato a trovare mia figlia e mio nipote, da bravo nonno ho accompagnato mio nipote Mattia, pulcino della squadra di calcio cittadina al ritrovo organizzato per gli allenamenti. Uno spazio incredibile, campetti di calcio, piscine, luoghi di ristoro, di divertimento, di relazione, insomma un vero eden per giovanissimi e adolescenti, nonché per le famiglie, gli adulti in cerca di relax e di linee guida per ben educare i propri figli. Uno spasso osservare Mattia in campo, constatare che falli, sgambetti, gioco duro, erano banditi dal rettangolo di gioco, niente parolacce e niente grida sguaiate, tutta corsa, schemi, e consigli impartiti dalle panchine. Incredibile ma vero, su quel campo si giocava a calcio rispettando gli avversari, l’arbitro, e, ultimo ma non per importanza, gli allenatori, che decidevano senza timore di obiezioni chi usciva e chi entrava. Fair play verso i meno dotati, fair play nei riguardi di chi perde, fair play nell’esultare e nello stringere le mani dei coetanei, di chi inciampa e cade, insomma un bel vedere a cui non ero proprio più abituato. Non c’era ansia né frustrazione, tanta voglia di giocare, senza protestare quando il coach rimprovera, rivolti a lui con rispetto e ammirazione, chiamandolo Mister sempre e comunque, riconoscendogli capacità e ruolo, soprattutto autorevolezza “conquistata sul campo per l’appunto”. Sui campetti di calcio le squadre si susseguivano, i tornei approdavano ai gironi delle qualificazioni, e più ci si avvicinava allo stretto giro di boa, alle finali per intenderci, più accadeva quanto era da evitare come la peste, quel qualcosa che manda gambe all’aria un’intera architettura educativa costruita con fatica, professionalità e tanto amore. Irrompevano ai bordi del campo le schiere di mamme imbufalite, di papà inebetiti dalle proprie aspettative, di adulti con i cartellini dei propri figli ben appuntati sul petto, ognuno a incitare i pargoli, e cosa assai più imbarazzante, tutti insieme appassionatamente a fare a pezzi arbitri e guardialinee. Fair play e corretta interpretazione della reciprocità soccombevano sotto i cingolati dei nuovi conduttori di anime, dei nuovi costruttori di futuri Balo di periferia. Parolacce, bestemmie, inviti a entrare duro sull’avversario, a non badare troppo a chi cade, a chi non ce la fa più a starti dietro, un susseguirsi di ordini lanciati da dietro le reti di recinzione, urla così perentorie da coprire quelle dei coach delle due squadre. Fair play, rispetto, educazione, allenamento e sudore, un mondo di passi in avanti svolti uno per volta per non incappare nell’errore, improvvisamente messi da parte dall’incedere dell’orda genitoriale, del mondo adulto ancora una volta imputato e recidivo, ma assente alla sbarra, ben protetto dalle solite attenuanti prevalenti alle aggravanti, e così facendo ci rimetterà sempre il più debole, il più fragile, quello meno avvezzo a vestire i panni del più furbo per forza. Fortunatamente i “grandi” non sono tutti così, e ancora più fortunatamente i giovanissimi non sono tutti propensi a fare i gladiatori piuttosto che gli atleti. La partitella finisce con il Mister che stringe le mani dei propri campioni, tutti, nessuno escluso, ognuno è il suo campione, ciascuno è il campione di tutti noi, con i nostri magoni, le nostre lacrime, la gioia per i nostri figli che hanno perso, che hanno vinto, che hanno dato tutto quello che potevano dare per farci sentire orgogliosi di loro. A ben pensarci chi non potrà sentirsi orgoglioso del proprio operato-ruolo, sarà nuovamente il mondo dei formatori, di quanti mandano i propri figli a imparare cos’è la dignità, cos’è la libertà, ma fa di tutto per non apprendere che il rispetto si impara solo con il buon esempio. VINCENZO ANDRAOUS

8 luglio 2013 0

“Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi”

Di redazionecassino1

Da Ina Camilli del gruppo “Consulta le donne” riceviamo e pubblichiamo

Siamo un Paese fortemente indebitato, che non ha ancora trovato la via per uscire dalla crisi e dare una prospettiva ai giovani, alle donne ed agli anziani; su di loro il costo della crisi economica e del mercato del lavoro ricade in modo da comprometterne il futuro, di cui non si sentono  protagonisti.

Negli anni ’50 la crescente mobilità dei ceti sociali ha consentito a quelli meno abbienti di avvalersi dell’ “ascensore sociale”, un processo virtuoso che consentiva ai più tenaci e bravi di superare le modeste condizioni socio-culturali di partenza della famiglia di origine, transitando dalla classe povera a quella medio-borghese.

Oggi gli studenti e i precari soffrono davvero la crisi, si sentono accerchiati, imprigionati, immobilizzati, mentre altre classi sociali, al massimo, la temono; la differenza per i nostri figli non è solo una percezione, è la decisione di restare o partire e comunque di resistere.

In Italia il conseguimento della laurea è ancora condizionato dalle caratteristiche sociali, geografiche (nord-sud), economiche e culturali della famiglia di provenienza, perchè la selezione avviene ancora alla nascita.

Nella nostra recente storia il figlio di operai e contadini, base della piramide sociale, se voleva migliorare la sua condizione di vita poteva puntare sullo studio, sul merito e, attraverso l’impegno personale, realizzava il suo riscatto sociale; il meccanismo dell’ “ascensore” gli garantiva la possibilità di non restare ai nastri di partenza e di affermarsi professionalmente. Questo processo di cambiamento di status e di integrazione tra le diverse classi sociali, accompagnato da una elaborazione culturale, ha prodotto un elevato beneficio per il singolo e per la collettività.

Oggi i dati Ocse ed Eurostat mettono in evidenza che solo il 9% degli universitari proviene da famiglie in cui i genitori non sono laureati, situazione che, in prospettiva, preclude loro l’accesso ai livelli più elevati della società.

Per contro, una elevata percentuale di genitori può trasmettere ai propri figli, insieme al patrimonio ed al reddito, anche la professione e questo si ripercuote sulla mobilità sociale delle giovani generazioni, con effetti negativi per i meno abbienti, perchè crescono le iniquità e la ricchezza non si redistribuisce.

Si può non essere d’accordo, e molti infatti credono che in queste condizioni sia inutile studiare, laurearsi e specializzarsi, ma per le classi deboli l’istruzione, la Scuola, la formazione, l’Università, le competennze, i saperi, sono e restano ancora l’ “ascensore sociale”,  moltiplicatore di opportunità. La vera “trappola” per il futuro degli italiani è l’ignoranza e la condizione sociale di provenienza.

Le classi deboli non sono solo quelle che abbiamo conosciuto storicamente; i soggetti deboli sono i giovani, gli studenti, le donne, ma anche i professionisti, i tecnici, gli autonomi, cioè tutti coloro che oggi non si sentono più uomini liberi e che sono diventati precari, sono stati buttati ai margini del mercato del lavoro, espulsi dal mondo produttivo, per mancanza di riqualificazione, per età, per perdità di opportunità, ecc.

Anche la ripresa economica, che presto o tardi ci sarà, verrà sopportata dalle giovani generazioni, perchè, non essendo essi nei fatti una priorità, le misure governative e parlamentari andranno a sostenere altre categorie, altri settori, altri interessi; del resto nessuno pensa ad una vera riforma per rimettere in funzione l’ “ascensore sociale” e farlo ripartire.

Ormai da tempo l’Italia è travagliata da forti malesseri, è aggredita da un male che l’ha indebolita nelle sue fondamentali basi, come il declino e insieme il superamento della classe media, così faticosamente affermatasi nel dopoguerra.

Nonostante il grave stato in cui versa il Paese mancano riforme strutturali per sostenere l’occupazione dei giovani e delle donne e per contrastare l’evasione fiscale; le grandi ricchezze sono sempre più prospere, le ingiustizie sociali e giudiziarie sempre meno sopportabili; il nord sempre più vicino all’Europa e il sud sempre più illegale; la sfiducia si è dilatata al punto che per credere che le cose miglioreranno dobbiamo parlare continuamente di ripresa, di stabilità e di rilancio.

Tutti sappiamo che gli italiani salveranno l’Italia, attraverso la partecipazione ed il senso di responsabilità, perchè abbiamo chiaro che dobbiamo fare affidamento su noi stessi, anche quando la vita ci chiede troppo, oltre le nostre possibilità. Proprio quando gli altri non ci chiedono più nulla, dobbiamo dare di più e credere tenacemente come hanno creduto coloro che, prima di noi, hanno reso il nostro Paese libero e democratico. Oggi “non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi”.

21 gennaio 2013 0

Spesa più cara nel 2013. Aumenti anche per molti beni di prima necessità

Di redazionecassino1

Da Giovanni D’Agata riceviamo e pubblichamo.

Tutti gli indicatori economici sono inequivocabili: nel corso di quest’anno i prezzi nel commercio al dettaglio saranno stabili o in crescita. Termina quindi la tendenza al calo registratasi gli ultimi quattro anni.

Gli incrementi sono determinati soprattutto dal rincaro delle materie prime, ma l’evoluzione dipenderà anche dall’andamento della moneta unica.

Nel dettaglio secondo stime accediate i maggiori aumenti nel carrello della spesa riguarderanno prodotti di (quasi) prima necessità come frutta e verdura, prodotti freschi e pollame.

È inevitabile, per Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti” che a causa della corrispondente contrazione del potere d’acquisto delle famiglie il prossimo governo dovrà invertire la rotta rispetto a quelle seguite dagli ultimi due esecutivi, in particolare il governo “Monti”che è andato ad incidere in maniera assai negativa sui redditi, specie quelli della fascia media della popolazione, in maniera tangibile con l’aumento della tassazione.

14 gennaio 2013 0

Immigrazione: per i cubani sarà più facile viaggiare. Da oggi più agevole lasciare l’isola per chi ha un passaporto

Di redazionecassino1

Da Giovanni D’Agata riceviamo e pubblichiamo.

Da oggi entrano in vigore a Cuba nuove regole sui viaggi all’estero degli abitanti grazie alla riforma della legge sull’immigrazione varata dal presidente Raul Castro. Le possibilità di lasciare il paese saranno estese e la distribuzione di visti agevolata.

La riforma autorizza i cubani sopra i 18 anni a recarsi all’estero, purché forniti di un passaporto in regola. La legge dovrebbe favorire soprattutto i circa 2 milioni di cubani che vivono all’estero (l’80% negli USA) e gli sportivi e i professionisti fuggiti dal paese nel corso di viaggi oltreconfine.

Sull’isola sono stati aperti 195 uffici che potranno esaminare le richieste di privati cittadini per potere effettuare soggiorni in altri paesi, opportunità sinora fortemente limitata.

Sino a ieri, i cittadini potevano restare fuori da Cuba non più di 11 mesi, altrimenti venivano dichiarati espatriati definitivi, senza possibilità di ritorno, e si vedevano confiscare i beni.

La popolazione residente in Italia proveniente da Cuba al 1° gennaio 2013 è composta da circa 19.000 stranieri.

Per Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti” la notizia segna una svolta storica per il riconoscimento dei diritti civili e per il miglioramento delle condizioni di vita dei cubani, poichè fino ad oggi, i cittadini che volevano uscire dal paese dovevano chiedere al governo una autorizzazione e presentare una lettera di invito dall’estero. Altra buona notizia riguarda il personale medico e infermieristico, che potrà andare all’estero per corsi di perfezionamento professionali anche per periodi prolungati. Non sarà più necessario avere un invito da altri Stati.

13 gennaio 2013 0

Immigrazione e sfruttamento del lavoro: muore bracciante sotto il sole addetto alla raccolta dei meloni. Condannati in maniera esemplare gli imprenditori agricoli

Di redazionecassino1

In Italia lo sfruttamento del lavoro nei campi, specie degli immigrati, ritorna periodicamente sulle cronache perché sono quasi sempre notizie di giornale a riportare all’attenzione degli italiani un dramma che è in realtà la tragedia quotidiana di tantissimi migranti costretti a lavorare senza tutele nelle campagne in condizioni disumane e quasi sempre sottopagati.

Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, ritiene invece che queste forme di sfruttamento di retaggio feudale, dovrebbero essere perseguite e combattute quotidianamente dalle istituzioni e dalle autorità per evitare che il fenomeno possa continuare a persistere.

Fa notizia, quindi, la sentenza della Corte d’appello di Milano che ha deciso la condanna rispettivamente a 17 anni e 9 mesi e a 9 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio volontario due imprenditori agricoli, marito e moglie residenti a Salina (Mantova), che nell’ormai lontano giugno 2008 lasciarono morire sotto il sole un bracciante che lavorava per loro nella raccolta dei meloni.

L’esemplare decisione arriva dopo che la Corte di Cassazione, aveva annullato la mite condanna inflitta dalla corte d’appello di Brescia, a soli 4 anni e 9 mesi solo al marito per abbandono di incapace e impiego di manodopera irregolare, ed aveva assolto la moglie. Il procuratore capo di Mantova, Antonino Condorelli, aveva quindi proposto ricorso innanzi alla Suprema Corte che aveva ordinato un nuovo processo in corte d’appello a Milano.

Con l’ultima decisione, al contrario, i due coniugi sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio volontario anche se i due coniugi, al momento, restano a piede libero.

La storia di Vijai Kumar, 44 anni, d’origine indiana, è la stessa di migliaia di cittadini stranieri impegnati nei campi, specie nei mesi estivi ma la sua fine è stata ancor più drammatica.

Era una giornata caldissima d’estate, e il malcapitato si era sentito male mentre era impegnato nella raccolta dei meloni in un terreno di proprietà dei due imprenditori agricoli. Per quanto è dato di sapere i due coniugi avevano ordinato ad altri braccianti di spostare l’uomo in un altro campo vicino dove, in seguito fu trovato cadavere.

La corte di merito ha stabilito che se i due coniugi avessero contattato il “118” il giovane si sarebbe salvato ed invece, l’hanno lasciato spirare.

11 gennaio 2013 0

Ammorbidenti: aumentano le allergie nei neonati e nei bambini da detersivi sempre più profumati

Di redazionecassino1

Da Giovanni D’Agata riceviamo e pubblichiamo.

La tendenza tutta moderna alla iper profumazioni dei prodotti detergenti sia per la cura e la pulizia della persona, della casa, ma anche degli indumenti sta causando non pochi effetti collaterali nei confronti della popolazione, specie nei bambini e nelle donne che sono più delicati e maggiormente a contatto.

Il caso degli ammorbidenti utilizzati normalmente nei detersivi per gli indumenti è emblematico per le possibili conseguenze provocate, in particolare sulla epidermide dei neonati e dei bambini che come è noto è molto delicata e sensibile alle sostanze chimiche in generale. Le allergie cutanee causate dall’uso di queste sostanze che vengono aggiunte nel risciacquo degli indumenti, appunto per renderli più morbidi, sono note in allergologia.

Dev’essere precisato in prima istanza che l’uso di ammorbidenti può essere tranquillamente evitato, sia perché soventemente l’acqua erogata dal rubinetto di casa non è sempre “dura”, ossia contiene sali minerali, su tutti il carbonato di calcio, ma anche perché esistono dei sostituti naturali e tra questi l’aceto e l’acido citrico. L’acqua viene considerata “dura” sopra i 32° francesi, mentre sotto la soglia di 14° francesi è considerata “dolce”.

L’utilizzo indiscriminato di ammorbidenti profumati da anni a questa parte è tangibile maggiormente nelle aree più urbanizzate dove gli effluvi odorosi del bucato steso all’aperto si disperdono in vaste aree anche per 300-600 metri di distanza dal luogo ove è posto, e  si cumulano tra loro. Al contempo i capi di abbigliamento sottoposti a tali tipo di trattamenti profumano del prodotto anche dopo lavaggi su lavaggi.

Per non parlare della contaminazione delle acque di scolo che vanno a finire nei fiumi e nel mare perché non sempre completamente depurate dalle sostanze contenute con conseguente dispersione nell’ambiente in cui viviamo.

Ma venendo all’aspetto che più direttamente coinvolge la salute dei consumatori, al di là dei soggetti specificatamente allergici che naturalmente dovrebbero evitare il contatto anche solo olfattivo con gli ammorbidenti, vi sono, come detto, altre categorie molto esposte ed in particolare le casalinghe che respirano i vapori soprattutto durante la fase di stiratura, i neonati e i bambini che indossano i capi e li hanno a contatto della propria pelle giorno e notte.

È chiaro che la gran parte delle industrie produttrici di ammorbidenti rispetta la normativa europea e italiana vigente in materia, anche se sarebbe il caso, dato il crescente numero di allergie di adottare parametri ancora più stringenti specie per i capi che entrano a contatto con i soggetti più delicati ed esposti.

Il consiglio di Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, per ovviare agli effetti collaterali dell’utilizzo di tali prodotti è quello di lavare gli indumenti di neonati e bambini con detergenti naturali e risciacquarli più volte per eliminarne i residui.

8 gennaio 2013 0

Allarme Listeria in Europa per il formaggio francese commercializzato in 12 Paesi. In Italia nei magazzini Carrefour il prodotto è stato ritirato dagli scaffali

Di redazionecassino1

Da Giovanni D’Agata riceviamo e pubblichiamo

Batteri di tipo Listeria sono stati riscontrati in un formaggio “briques de Jussac” prodotto in Francia  per cui il 28 dicembre 2012 il Ministero delle politiche agricole francese ha diramato un’allerta alimentare  per la presenza di Listeria monocytogenes. Il formaggio è stato venduto in diverse catene di supermercati  dal 31  ottobre al 26 dicembre 2012. La lista comprende nomi come: Auchan, Carrefour, Leclerc, Metro. Il formaggio è stato esportato in 12 Paesi compresa l’Italia (Andorra, Austria, Belgio, Francia Germania, Libano, Spagna, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Vietnam); il numero dell’articolo è 2125.063.000 e la data di scadenza è fissata al 9 gennaio, 12 gennaio o 23 gennaio. I batteri di tipo Listeria possono causare sintomi simili a quelli di un’influenza: febbre, mal di testa e nausea.

Per Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti” poiché non e’ facile individuare la presenza del batterio negli alimenti dato che il cibo non risulta essere alterato ne’ nell’aspetto ne’ nel sapore invita a non consumare il formaggio e a restituirlo presso i punti vendita per il rimborso. Nel frattempo i cittadini che dovessero avvertire sintomi di malessere dopo aver mangiato il formaggio in questione, in particolare le donne incinte e le persone con deficienze immunitarie, consultino immediatamente un medico.

17 dicembre 2012 0

Sicurezza alimentare: tè verde cinese avvelenato da pesticidi

Di redazionecassino1

Da Giovanni D’Agata riceviamo e pubblichiamo.

Dopo la recente fila di scandali degli ultimi anni legati alla sicurezza alimentare che hanno colpito il Paese di Mezzo come quello della melamina nel 2008, agente chimico industriale che venne usata per migliorare la produzione di prodotti caseari fra cui il latte per neonati e che causò la morte di 300mila bambini, ora è la volta del  tè.

E’ quanto emerge in Cina e Giappone dove e’ allarme sulla vendita del tè verde Oolong avvelenato da pesticidi regolarmente venduto in Italia e nel mondo anche tramite il circuito di Internet.

Un’azienda alimentare con base in Giappone, grande consumatrice della bevanda, è stata infatti costretta a richiamare circa 400mila confezioni di tè importato dalla Cina dopo che i test di rito sul contenuto delle bustine ha rivelato la presenza di pesticidi a livelli troppo elevati. La Ito En, azienda alimentare giapponese, ha confermato l’accaduto e ha spiegato per bocca di un portavoce che “dopo la denuncia di un’altra azienda giapponese, che lo scorso mese ha trovato delle tracce di veleno nel tè cinese, abbiamo deciso per i test. Intanto anche in Italia non migliora lo stato di contaminazione da fitofarmaci e altre sostanze di sintesi nei prodotti ortofrutticoli. Come emerge dall’edizione 2012 del rapporto “Pesticidi nel piatto” di Legambiente, elaborato a partire dai dati ufficiali forniti da Arpa, Asl e uffici regionali competenti, è risultato fuorilegge lo 0,6% dei campioni esaminati, praticamente la stessa percentuale dello scorso anno.

Per Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, dopo la frutta e vino italiani contaminati da fitofarmaci e altri pesticidi sta al Governo recepire questo nuovo campanello d’allarme prevedendo le dovute contromisure anche se al momento non ci sono immediati rischi per la salute.