Categoria: Me la racconti la tua storia

22 settembre 2015 0

Sughereta di Villa San Vito in “festa delle mele” a Monte San Biagio

Di admin
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Valorizzare le tradizioni arricchendole, giorno dopo giorno, con spunti ed elementi di contemporaneità: è l’obiettivo del Gruppo Folk di San Vito che si è dotato di una coreografa esperta di balli e danze classiche e moderne. Il suo nome è Cinzia Ciofo, maestra della scuola di ballo New Melody di Monte San Biagio e, come il resto del gruppo, profondamente legata alle usanze e alle tradizioni del suo territorio. E’ quanto deciso lunedì sera nell’ambito dell’ultima assemblea del direttivo sia del Gruppo Folk che dell’associazione socio culturale “Sughereta Villa San Vito”. Oltre a migliorare le coreografie e le esibizioni della squadra di ballerini, Cinzia Ciofo si adopererà anche per portare i balli folcloristici nelle scuole affinché, proprio come accaduto durante l’ultima edizione della Sughereta in Festa, sempre più persone possano imparare e veicolare le danze e le antiche tradizioni monticellane. Quella di ieri, comunque, non è l’unica importante novità, l’associazione “Sughereta Villa San Vito” e la Pro loco di Monte San Biagio, presieduta da Michele De Bonis, sono infatti state invitate alla tradizionale “Festa delle Mele” di Gressan. Un appuntamento, quello valdostano, che si rinnova ormai da 33 anni la prima domenica di ottobre e che, in questa edizione, darà la possibilità ad una folta delegazione monticellana di esporre e far conoscere i propri prodotti tipici come la salsiccia, il formaggio mazzolino e il moscato di Vallemarina. Dopo aver accolto gli amici di Gressan quest’estate nel corso della manifestazione “Sughereta in festa”, dando loro la possibilità di far assaggiare ai visitatori dolci e piatti tipici, i cittadini di Monte San Biagio stanno quindi per essere a loro volta accolti in una città completamente diversa dal punto di vista delle usanze e delle tradizioni. Uno scambio culturale, quello in programma per il prossimo 4 ottobre, che promette grandi sorprese. Reginette dell’evento saranno le Renette e le Golden Delicious.

19 giugno 2013 0

Sequestrati cinque centri scommesse clandestini a Frosinone

Di redazione

Cinque centri scommesse clandestini sono stati sequestrati dalla guardia di Finanza a Frosinone. Una indagine, quelle delle fiamme gialle,innescata da telefonate di cittadini preoccupati per le dipendenze da gioco di loro parenti, e si è concentrata sulle attività di locali, ampiamente pubblicizzati, ma facenti capo a bookmakers esteri non autorizzati ad operare sul territorio italiano, poiché sprovvisti delle autorizzazioni dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato e del Questore di Frosinone. I centri controllati effettuavano tutte le operazioni connesse alla raccolta delle scommesse sportive, compreso il pagamento della vincita in denaro ed esercitavano una vera e propria attività di intermediazione nel booking delle scommesse, convogliate verso allibratori esteri che le gestivano dalla propria sede europea, attirando i giocatori con scommesse apparentemente più redditizie di quelle proposte dai centri autorizzati. Nei cinque centri scommesse sono state sequestrate anche tutte le attrezzature utilizzate tra cui 10 computer, 8 stampanti e le ricevuto comprovanti le giocate e le somme giocate. Tutti i cinque responsabili delle sale scommesse sono stati denunciati per organizzazione ed esercizio abusivo di pubbliche scommesse sportive, esercizio del gioco d’azzardo ed inosservanza del provvedimento disposto dall’Autorità di Pubblica sicurezza.

17 ottobre 2011 3

Che fortuna essere invalidi!

Di redazione

Salve sono Casolaro Rosa una persona invalida di San Giorgio a Cremano. Percepisco solo 500 euro di pensione al mese mentre mio marito ne percepisce solo 200 al mese in quanto anche lui invalido. Abito in piazza Trieste e Trento N 10. Parlo a tutela di tutte le persone invalide di San Giorgio a Cremano. Da oggi la nuova società strisce blu ha deciso che noi invalidi possiamo solo parcheggiare sul singolo posto invalidi (precisando che c’è un solo posto invalidi ogni 40 posti macchine), e se lo troviamo occupato, dobbiamo parcheggiare sulle strisce blu e pagare (fortunatamente solo 40 cent rispetto a 1 euro che paga il comune cittadino… che fortuna esse invalidi si risparmia sulle strisce blu 60 cent). Se trovo poi il posto invalidi occupato sotto casa mia, ovviamente la devo parcheggiare come dicevo sulle strisce blu e la nuova societa’ ha deciso che ogni ora l’invalido siccome gode di ottima salute deve scendere ogni ora per mettere il grattino, mettendo in conto che io abito al 8° piano e se l’ascensore si guasta io siccome sono appunto sana come un pesce devo scendere a piedi e risalire a piedi ogni ora. Io mi reputo fortunata ad avere l’ascensore, pensate a quanti invalidi devo scendere e salire a piedi non avendo l’ascensore. Mi chiedo una giornata tipo dove esco e mi accompagnano con l’auto al mercato per fare la spesa, trovo il posto invalidi occupato e quindi per parcheggiare pago le strisce blu, poi mi reco alla posta idem e pago, poi all’Asl, idem… ma insomma questi pochi soldi al mese li devo spendere per pagare i parcheggi?Vi ricordo che noi invalidi abbiamo la macchina non per lusso, ma per necessità, (non mensionando poi l’assicurazione, il bollo e le altre spese per essere in regola. D’altronde il parcheggio della vesuviana dove abito si paga anche di notte, cosa inesaudita, non si è mai sentito che un parcheggio è a pagamento anche di notte. Noi invalidi non solo abbiamo problemi fisici e nel mio caso anche economico, ma dobbiamo anche essere presi in giro in questo modo con articoli su internet ‘agevolazioni STRISCE BLU per invalidi a San Giorgio, ma quali agevolazioni se non veniamo tutelati da nessuno, io mi sento trscurata dalle autorita’ che invece dovrebbero venire incontro ai problemi del cittadino in generale. Siccome la situazione e’ molto grave e nessuno ha cercato di evitare tutto questo disagio alle categorie deboli, io vado avanti e chiamero’ in causa tutte le autorita’ competenti di San giorgio a Cremano. E mettero’ in evidenzia ai giornali regionali e se necessita Striscia la notizia, mi manda rai 3 tutta la vergogna e l’assurdita che si attua nei confronti di coloro che sono deboli da parte di amministrazioni che non hanno un briciolo di umanita’ e sensibilita’ nei confronti dei cittadini che hanno difficolta’.,con la speranza di trovare qualcuno con più sensibilita’ nei nostri riguardi. Spero che si risolva la situazione nel piu’ breve tempo possile altrimenti non mi fermero’ davanti a niente e a nessuno. RICORDADEVI L’INVALIDO NON SI TOCCA, PER NESSUN MOTIVO. Ci dicono di aspettare ancora giorni per prendere una decisione al riguardo al nostro comune, ma intanto noi dobbiamo pagare, come possiamo fare? Rosa Casolaro una sangiorgere + che arrabbiata

2 ottobre 2011 0

La drammatica lotta (giudiziaria) di un uomo per non dimenticare i delitti dei “liberatori stupratori”

Di redazione

Ascoltate bene quel che vi dico: oltre quei monti, oltre quei nemici che stanotte ucciderete, c’e una terra larga e piena di donne, di vino, di case. Se voi riuscirete a passare quella linea senza lasciare vivo un solo nemico, io, che sono il vostro generate, vi prometto che quell donne, quelle case, quel vino e tutto quello che troverete sara vostro, a vostro piacimento e volonta. Per cinquanta ore potrete fare tutto quello che volete, prendere distruggere e portare via ogni cosa. Per cinquanta ore avrete carta bianca!». E il 25 maggio del 1944, le parole del generale francese Alfonse Juin, comandante delle truppe marocchine che combattono a fianco degli Alleati, danno il via a una delle pagine piu vergognose della seconda guerra mondiale: cinquanta ore di violenze, stupri, omicidi, saccheggi corapiuti dai soldati marocchini, i cosiddetti Goumiers, marchieranno in maniera indelebile la terra di Ciociaria, dove circa duemila donne subirono l’onta dello stupro. Una vicenda terribile, resa notissima al grande pubblico dal film La Ciociara, con Sofìa Loren, e tornata alla ribalta in questi giorni per iniziativa di un avvocato di Pastena, Giancarlo Corsetti, 48 anni. Sembrava una notizia come tante: un avvocato annunciava che il 27 marzo la Corte dei conti avrebbe discusso il ricorso della sua assistita, certa Caterina R.S., di 77 anni, volto ad ottenere il riconoscimento della pensione, come vittima civile della seconda guerra mondiale. E giù i ricordi e le rievocazioni, le prese di posizione e le speranze riaccese: tutto normale, tutto scontato… anche il paragone con il film di De Sica e la certezza che proprio dalla storia di Caterina Alberto Moravia avesse preso spunto per raccontare, nel suo libro, il terribile dramma di una sconosciuta madre ciociara. Ma Oggi, scavando nella vicenda, ha scoperto una verità ancora più drammatica e dolorosa, una storia nella storia che, in esclusiva, proponiamo ai nostri lettori con il rispetto e il pudore che merita un dolore senza limiti: la donna protagonista del ricorso alla Corte dei conti non si chiama Caterina, ma Rosa De Lellis ed è l’anziana madre di Giancarlo Corsetti. Così, a cinquant’anni da quei tragici fatti, il racconto del figlio di una madre ciociara ci aiuterà a capire quanto dolore e quanta sofferenza siano stati sparsi nel nostro Paese, così come recentemente in Bosnia stesso dolore, stessi drammi sono stati vissuti dalle madri stuprate dalle truppe serbe. «Sì, è mia madre», ammette con le lacrime agli occhi l’avvocato Corsetti dinanzi al cronista. «Ma cosa cambia? Io da anni combatto questa battaglia non per il danaro, ma perché venga riconosciuto alla donna che mi ha messo al mondo nel 1947 ed alle altre che vivono in Ciociaria e che hanno subito la stessa violenza la dignità di vittime civili della guerra. «Ho cercato dì tenere nascosta la sua identità perché lei è anziana e malata ed anche per evitare speculazioni o false interpretaziom. Avete scoperto la verità ormai, tanto vale raccontarvi tutta la mia storia, e quella dì mia madre partendo dalla mattina del 26 maggio del 1944, quando 14 marocchini violentarono lei ed altre sei donne che pregavano nella chiesa della Madonna delle Macchie. «Era poco prima di mezzogiorno, il 25 maggio le truppe tedesche erano state viste ripiegare disordinatamente verso nord e qualcosa di funesto si aggirava per l’aria, non una sensazione di liberazione, ma di morte. Mia madre e le sue amiche erano scese da Pastena il loro piccolo paese, arrivando sino alla chiesa per pregare; all’improvviso sbucarono 14 marocchini vestiti solo con un lenzuolo bianco ed iniziarono lo scempio su quelle disgraziate, ripetuto, brutale, ossessivo, fino a sera. «Mia madre venne anche ferita con un coltello e nei giorni successivi stette male, malissimo, la curarono con acqua e sale, perché non c’era altra medicina disponibile nei dintorni». Giancarlo è disperato, il fazzoletto non riesce ad asciugare le lacrime che sgorgano dagli occhi celesti, singhiozza ed alzandosi in piedi indica con il dito la chiesa che si intravede in lontananza. «Lì, è lì che hanno brutalizzato mia madre», dice, e a fatica continua a rievocare la sua vicenda ed il dolore nel quale è cresciuto. «Dopo la guerra, Pastena era un villaggio di martiri, ma la dignità e la forza di reazione prevalsero. Quasi tutte le donne vittime dei marocchini si sposarono, mia madre conobbe Francesco Corsetti, un costruttore edile di Sperlonga, e lo sposò. Era un uomo straordinario che, come tutti quelli maritati con le donne vittime dei marocchini, non sollevò mai il problema: il dolore divenne patrimonio comune degli abitanti di Pastena, la voglia di dimenticare anche. «Nacqui io e, verso i cinque anni, in casa cominciai a sentire strani discorsi, anche perché mio zio, all’epoca, era autorevole esponente locale dell’Associazione vittime civili della guerra e si faceva un gran parlare di marocchini e violenza, di dolore fisico e morale, di risarcimenti e pensioni come vittime civili. «Pian piano, ho iniziato a capire cosa era successo alla donna che, più d’ogni altra, amavo e che oggi mi fa sentire fiero di essere suo figlio. Un figlio che viene a conoscenza di quello che ho appreso io, nel corso degli anni deve recuperare il dono della ingenuità e della meraviglia dinanzi alle cose, restando sempre in adorazione della propria madre.«Io questo dolore me lo sono portato dentro e sono cresciuto e maturato in fretta, al punto di arrivare ad asciugare tante lacrime agli altri, senza trovare nessuno che asciugasse le mie. Ma non fa niente perché io credo, come dice il Vangelo, che coloro che hanno fame e sete di giustizia saranno prima o poi saziati. «Quando i giudici si riuniranno per decidere sul mio ricorso, vorrei che pensassero che, quando la mente dell’uomo viene offuscata dalla violenza, proprio allora occorre lottare per la conquista dell’idea di giustizia. Il dolore che io mi porto dentro dall’infanzia è stato come un aratro che ha aperto la mia anima, ma dentro sono stati seminati, da mia madre e da mio padre, i semi della forza e della tolleranza. «No, non ho mai nutrito sentimenti di vendetta, perché la violenza non costruisce nulla. «Sì è vero, i marocchini mi fanno paura, tanta paura, quando ero bambino li sognavo spesso avvolti in lenzuola bianche, così come me li aveva descritti mia madre, ma non mi sento, né sono razzista. Qualche volta, quando sento particolare il bisogno di stare solo, vado alla chiesa della Madonna delle Macchie e mi raccolgo in preghiera: sì, proprio nel posto dove mia madre e le altre donne di Pastena subirono la violenza dei 14 marocchini. Ma non ce l’ho con il loro popolo. «Quello che sto facendo dal 1966, quando si sono riaperti i termini per le domande di pensione, è il più grande atto d’amore che potessi rivolgere a mia madre e lei sa che la mia battaglia è per lei. Ecco, io voglio chiudere questa pagina nera della vita di mia madre e delle altre donne ciociare con una sentenza che le riconosca vittime della guerra. «Vorrei che questa sentenza illuminasse la terribile vicenda dei Goumiers che, agli ordini del generale Juìn, hanno devastato la nostra terra e le vite delle nostre madri». Giancarlo Corsetti ha riaperto una ferita che, in realtà, non s’è mai rimarginata del tutto; nei paesi della Ciociaria pochi hanno voglia di parlare, come conferma Domenico Merfì, 58 anni, sindaco di Castro dei Volsci, paese a pochi chilometri da Pastena, dove sorge il monumento alla Madre Ciociara, che sottolinea con vigore la necessità che la tragedia degli stupri rimanga avvolta nel silenzio e nel pudore. «Anni fa ho dovuto fare una ordinanza per la rimozione di una lapide che ricordava, con nome e cognome, una donna vittima della bestialità delle truppe marocchine», dice, rammentando le proteste dei familiari di quella infelice donna e rimandando il cronista alla consultazione del lavoro di indagine condotto da uno storiografo di Castro, Filippo Palatta, che sulla vicenda ha scritto un libro. «Qui in ogni famiglia c’è una vittima», afferma Palatta, 66 anni, che fa l’animatore nella Basilica Vaticana, «ma di quella dolorosa vicenda nessuno ama parlare e del resto questo è comprensibile. L’unica persona che non si sottrae è Jolanda Pacioni, una sopravvissuta che non ha mai avuto paura di raccontare la sua storia». «Erano le 23 del 27 maggio», ricorda Jolanda, 69 anni che allora aveva 18 anni. «Le cinquanta ore stavano per scadere. Un gruppo di marocchini mi prese assieme ad altre ragazze, uno tentò di trascinarmi dietro una macchia per violentarmi. «In quel momento capì che opporgli resistenza sarebbe stato peggio e dall’ora lo presi sottobraccio ed insieme ci incamminammo verso un fossato. Il marocchino era meravigliato e non credeva ai suoi occhi, perché il mio atteggiamento apparentemente disponibile lo sconcertava. «Fu così che il Goumier, distraendosi, scivolò lungo un pendio del fossato, allora ne approfittai e gli diedi uno spintone che lo fece precipitare in fondo do alla cavità, ma lì iniziò la mia sofferenza, perche lo vidi imbracciare il moschetto e sparare un colpo che mi prese nel collo senza però ledere nessun organo vitale. «Il dolore fu forte, ma attorno a me accadeva ben di peggio. «Ho assistito a molte scene di violenza, la madre di mia cugina, per difendere la figlia, fu ammazzata come un cane Oggi si riparla della pensione, ma io ci credo poco, ci hanno dato quei quattro soldi nel 1953 e la storia è finita. «Mi ricordo che, quando andai a Roma per ritirare le 50 mila lire che mi spettavano, la metà la consegnai a quello che mi aveva fatto la pratica qualche soldo lo spesi per comprare un portafoglio di pelle nuova e quando tornai a casa feci la distribuzione del denaro ai parenti ed i soldi finirono subito. A quel punto gettai via anche il portafoglio, perché non avevo più niente da metterci dentro». Racconto gentilmente concesso dal blog http://vittimemarocchinate.blogspot.com

20 maggio 2010 0

In una settimana perde i genitori e, per lo studio, viene “adottato” dall’Università di Cassino

Di redazione

di ELENA PITTIGLIO Una storia assurda, ma vera. Una storia che, al solo racconto, lascia sbalorditi tutti. Sembra una favola dal sapore amaro e, invece, è la dura realtà con cui è stato costretto a scontrarsi un ragazzo di appena quattordici anni. Alessandro (nome di fantasia) vive in un centro dell’hinterland cassinate. La sua vita, fino a qualche settimana fa, trascorrere tranquilla tra la famiglia, la scuola e gli amici, quando un destino infausto si accanisce contro di lui privandolo, a distanza di pochi giorni, degli affetti più cari. Soltanto, pochi mesi fa, un destino avverso e tragico strappa ad Alessandro la giovane madre, affetta da un male incurabile. Nel giro di poche settimane, un altro dolore mette a dura prova il ragazzo. A causa dello stesso male, Alessandro viene privato anche dell’amore del padre, 51 anni, dipendente dell’università di Cassino, in servizio presso la Biblioteca della facoltà di Lettere. La sofferenza segna profondamente il ragazzo affidato, ora, ad uno zio. Nonostante le tante sventure, Alessandro è un ragazzo dotato di un talento naturale per lo studio. Una qualità che ha ottenuto la stima e il riconoscimento del rettore Ciro Attaianese. Il Consiglio d’Amministrazione dell’Università, accogliendo con un applauso la proposta dello stesso rettore, ha deciso di adottare il ragazzo sostenendolo per tutta la durata degli studi, fino al completamento della laurea. “Come università – annuncia il rettore Attaianese – abbiamo deciso di sostenere le spese di studio del figlio di un nostro dipendente, morto prematuramente. Per tutta la durata degli studi, compresi quelli universitari, l’Ateneo si farà carico del pagamento dei contributi, delle tasse d’iscrizione e dell’acquisto dei libri. E’ un contributo finanziario finalizzato alla formazione ed in linea con la mission dell’Università. Credo che sia un dovere – sottolinea ancora il rettore – esprimere la solidarietà a questo ragazzo; solidarietà che non si limita alla semplice emergenza. La vita, purtroppo, si è accanita contro un ragazzo di appena quattordici anni, tra l’altro, molto bravo negli studi. E’ un modo per fargli sentire il nostro affetto e il nostro calore”.

31 marzo 2010 0

Umberto Magni, un eroe civile nel racconto della figlia

Di redazionecassino1

“Finalmente avete dato un nome all’”anziano” di Ferentino, aggredito, massacrato e ucciso come ho letto nei diversi titolo degli articoli, estratti dai quotidiani locali. Dal sette dicembre 2009 leggo: un “anziano” eroe “anonimo””. Lo scrive in un commento Stefania, figlia di Umbrerto. “Mio padre:Umberto Magni. Mio padre che non è conterraneo dello Iori, ma nato e vissuto a Bologna fino all’età di trentatre anni e poi per lavoro e amore si è trasferito a Ferentino, e che lunedì 29 marzo avrebbe compiuto e festeggiato come ogni anno con i suoi figli, il suo compleanno. Il suo settantaseiesimo compleanno. Per un gesto di responsabilità civile, di amore, generosità, è stato ridotto in un letto di Ospedale e privato della sua stessa vita. Dopo l’aggressione ha riportato: trauma facciale, trauma addominale, trauma cranico. Purtroppo da subito la tac cranica ha sentenziato quella che sarebbe stata la vita futura di mio padre: appesa ad un labile filo. Filo che noi figli abbiamo trasformato in un cordone di Speranza e Fede. E’ stato tentato un intervento alla vasta e rovinosa emorragia cerebrale, ma parte del suo cervello era ridotta in poltiglia. E’ stato riportato dopo pochi giorni d’urgenza in sala operatoria per una emorragia inarrestabile, durata diverse settimane. Ha subito non so quante trasfusioni. E’ stato trentasei giorni in sala di rianimazione a Latina, dove puntualmente ogni giorno con i miei fratelli mi sono recata. Il tredici dicembre i Rianimatori ci informano che papà sarebbe stato trasportato a Cassino, dove vi è rimasto fino al venticinque di marzo 2010 (tre mesi e undici giorni), giorno in cui ci hanno annunciato che papà straziato e sfinito dalla sofferenza patita e da tutto ciò che ne è conseguito, non c’era più. Mio padre non ha mai riacquistato conoscenza, attaccato ad un respiratore (tracheotomizzato), nutrito da un sondino naso gastrico, vari cateteri, decine di fili e tubi che gli attraversavano quel povero corpo. Mio padre era paralizzato in quel letto. Anche solo per essere lavato, pativa un dolore indescrivibile perchè gli arti semi paralizzati. Ringrazio Dio di avermi dato lui come padre, e la forza per vederlo soffrire quotidianamente in quel letto senza poterlo aiutare. Mio padre un uomo esile, generoso, gentile, e sempre sorridente con tutti. Ieri l’ultimo strazio su quel povero corpo: l’esame autoptico. Per noi un dolore incommensurabile. Oggi finalmente quel povero corpo appartenuto al mio amato papà troverà pace , le Esequie. Questo è il mondo in cui vivono i ragazzini a cui mio padre ha scansato le botte, dove un ragazzo di trenta anni forte come un toro si accanisce contro un povero uomo anziano, Umberto Magni, che conosce cos’è un gesto di responsabilità civile, e rifletto sulla dignità di chi protegge sotto le diverse forme simili comportamenti dannosi socialmente”.

3 marzo 2010 1

Chi ha paura di una detenuta incinta?

Di redazione

Una storia d’amore tra persone recluse non dovrebbe suscitare alcun scandalo, ma l’immagine del “carcere a luci rosse” solletica sempre le coscienze… e le pruderie. È paradossale che faccia più notizia e scandalo una nuova vita concepita in un carcere che tante morti che vi avvengono per suicidio, malasanità, cause “oscure”. Nella Casa di reclusione di Bollate (Mi), che ha, fra gli altri, il grande merito di garantire una equità di trattamento alle donne consentendo loro anche di frequentare corsi di scuola superiore, il clima è così umano che, proprio a scuola, può succedere qualcosa di straordinario come una storia d’amore tra detenuti. Ora è caccia alle responsabilità, e quella storia d’amore è diventata una cosa sporca e pericolosa, che pare abbia messo in crisi l’intero sistema di sicurezza. Eppure stiamo parlando di due persone adulte, anche se in carcere, ritenute capaci di intendere e di volere, malgrado la colpa, e quindi di scegliere, oltre la pena. Ma il fatto è che in carcere si comprime in tutti i modi il diritto alle emozioni, alla sessualità e all’affettività. Questa “caccia alle streghe sessuali” è la riprova, se mai ne avessimo avuto bisogno, che la pena detentiva è una pena corporale e ciò che si vuole controllare è solo il corpo del recluso. Se poi è una donna si deve negare ancor di più il suo diritto alla maternità, perché è questo diritto fondamentale che si vuole sminuire, facendolo passare come “atto strumentale”, per cercare di ottenere l’uscita dalla galera. E così si preferisce alimentare il volgare stereotipo del carcere “a luci rosse”, come titolano alcuni quotidiani oggi, e titolavano identici anche nel maggio del 2009, quando a Genova una detenuta marocchina abortì, dopo essere rimasta incinta sembra a seguito di rapporti sessuali con operatori penitenziari… “luci rosse” che smuovono sempre le coscienze delle persone troppo “perbene”. Ha fatto meno scalpore la recente “ricerca” di Everyone secondo la quale si “verificano nelle Case Circondariali italiane almeno 3 mila casi di stupro e riduzione alla schiavitù sessuale ogni anno” (Ansa, 28 febbraio 2010) e che l’incidenza degli stupri e degli abusi sessuali è causa dei suicidi dei detenuti. Conclusione che è tutt’altro che credibile, oltre a non essere verificabile per quanto riguarda l’attendibilità dei dati sostenuti, ma che avrebbe dovuto, questa sì, sollevare uno scandalo… Una riflessione va fatta, riguardo alla tutela della dignità e dell’umanità della persona: la restrizione dell’affettività, della genitorialità, della maternità sono giustificabili con le esigenze della pena? Oppure solo con la gestione della pena stessa? Gli “affetti” sono un’ancora di salvezza per chi sta dentro il carcere e anche la garanzia della presenza di una rete sociale all’uscita, ma nessuno ha il coraggio di spiegare che una legge sugli affetti, oltre a costituire un atto di civiltà e di umanità, forse consentirebbe anche un abbassamento del tasso di suicidi e di autolesionismo: il legame con la famiglia e con le persone amate è infatti il più grande “controllo sociale” che un detenuto possa volere e desiderare! In Spagna, Svizzera, Russia, e tanti altri Paesi, l’incontro intimo è previsto per legge, solo una mancanza di attenzione e di rispetto da parte della politica per le famiglie delle persone detenute non permette che questo avvenga in Italia, malgrado la proposta di legge presentata il 12 luglio 2002 (Pdl 3020: “Modifica della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di affettività in carcere”) poi sparita perché le famiglie dei detenuti sono ritenute famiglie di serie B. Ma noi “Vogliamo tenere assieme cose che possono apparire impossibili, ma non devono esserlo, cioè un carcere vivibile in cui la pena non abbia nulla di afflittivo oltre la perdita della libertà”, così come disse Alessandro Margara, allora Direttore Generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nell’audizione alla II Commissione della Camera dei deputati in ordine al nuovo regolamento di attuazione dell’Ordinamento penitenziario (11 marzo del 1999). E il grandissimo rischio è che si prenda spunto da questo non-problema della detenuta incinta, o che lo si manipoli, per bloccare progetti di rieducazione, di formazione e socializzazione importanti come quelli di Bollate, riportando le carceri ad una modalità di trattamento obsoleta e inutile. Perché Bollate è purtroppo un carcere, nella sua innovatività e libertà, scomodo. Laura Baccaro (Psicologa e criminologa, collabora con Ristretti Orizzonti)

1 febbraio 2010 2

Prigioniero di un documento troppo innovativo. Lo fermano i Belgio e lo scambiano per un criminale

Di redazione

Il giorno 14/01/2010 sono partito dall’aereoporto di Roma Fiumicino per recarmi a leeds in Gran Bretagna per un corso di inglese di durata di circa 2 mesi. Il volo prevedeva uno scalo che in questo caso sarebbe stato all’aeroporto di brussell Zaventem. Una volta arrivato all’aereoporto con circa un’ora di ritardo dovuto alle condizioni metereologiche, ho capito che la mia coincidenza con l’altra compagnia aerea che mi avrebbe portato a Leeds era ormai persa così ho dovuto aspettare alcune ore in aereoporto. Giunta l’ora del nuovo imbarco mi sono recato al controllo di dogana superato il quale sarei salito finalmente sul volo. Al controllo ho esibito il mio biglietto e il mio documento valido l’espatrio. Questo documento è la nuova carta di identità elettronica rilascitami qualche mese prima dal comune di Fossacesia in provincia di Chieti. Al controllo dopo diversi tentativi effettuati dall’addetto mi hanno invitato dentro gli uffici della polizia aereoportuale e mi hanno fatto attendere senza alcuna spiegazione. A quel punto ho chiamato i miei familiari per far cercare il numero di telefono del consolato italiano a Bruxell. Ho quindi chiamato il console che mi ha detto di aspettare e attendere le motivazioni. Nel frattempo ho perso anche il secondo volo e ma senza che nessuno mi dicesse cosa stava accadendo. Dopo un paio di ore circa mi hanno spostato dentro un ufficio dove vi erano diversi agenti. In un primo momento mi hanno perquisito da cima a fondo facendomi anche spogliare, dopo mi hanno portato dentro un altro ufficio dove mi hanno preso le impronte digitali e mi hanno scattato delle foto segnaletiche. Al quel punto, alla rabbia per il ritardo, è subentrata la preoccupazione per ciò che poteva essere accaduto e nessuno mi dava spiegazioni. Io parlavo un inglese scolastico (non buono per dire la verità) mentre non riuscivo a capire che lingua parlassero loro, scoprendo poi che la loro prima lingua fosse un Fiammingo (credo che si scriva cosi). Successivamente sono riuscito a capire che il mio documento, la nuova carta di identità rilasciata dal comune di Fossacesia, secondo loro, fosse falsa e quindi ero sospettato di produrre documenti falsi e, di conseguenza, di essere un soggetto a rischio per la sicurezza. Hanno continuato a farmi domande che non capivo io rispondevo che non sapevo che quel documento fosse falso. Nel frattempo il console italiano in Belgio mi chiamava ma non potevo rispondere perchè il mio teefonol era sequestrato dagli agenti. Mi avevano sequestrato tutto quello che avevo. Mi hanno fatto capire che la carta era falsa e, in seguito me l’hanno anche strappata per effettuare ulteriori controlli. A quel punto ero seriamente preoccupato. Dopo 3 ore circa di interrogatorio senza esito perchè non capivo e non mi capivano, si sono decisi a farmi chiamare il consolato che nel frattempo aveva fatto svariate chiamate. Alchè il console non so con che lingua si è fatto chiarire la situazione, ha chiamato il Comune di Fossacesia i quali gli hanno spedito tutti i documenti relativi alla mia cittadinaza e residenza. Altri controlli invece sono scattati tra la polizia belga e la polizia di Stato italiana accertandosi della mia nazionalità e se avessi precedenti penali. A quel punto si sono decisi a lasciarmi andare costringendomi a tornare in italia. Ho parlato con il console spiegandogli che dovevo continuare il viaggio perche iniziava il corso a cui ero iscritto, perchè avevo l’hotel pagato per 3 notti, perchè avevo già fatto il biglietto e non potevo assolutamente tornare in italia. Intanto la Polizia mi aveva rilascito con il mio documento strappato e non potevo comunque stare in giro con la mia carta di identità manomessa. Chiesi al console di farmi continuare il viaggio e di rifarmi la mia carta di identità. Ma il tutto fu immediatamente negato. Cosi sono stato costretto a ritornare in Italia per rifarmi il documento e il passaporto perdendo tutto quello che mi ero accuratamente preparato. Non so di chi è la responsabilità di tutto questo anche perchè il console mi diceva che era il comune a rispondere di questa situazione. Al Comune mi hanno detto che quel tipo di carte gli erano state inviate dal Ministero e che quindi fossero regolarmente valide. Dopo un paio di giorni il Cumune ha ricevuto un messaggio di posta elettronica dalla polizia di Stato sul quale è stata confermata la regolarità della carta. E’ un caso strano che tutt’ora non riesco a capire. Ho fatto seguire il caso da un avvocato che in un primo momento non è riuscito a dirmi granchè. Il Comune ha inviato una lettera al Ministero degli Esteri e degli Interni, al Prefetto e alla stessa polizia aereoportuale. Stiamo attendendo risposte. Emilio M.

7 dicembre 2009 2

Emigranti per necessità, accorato appello al sindaco per poter rimpatriare

Di redazione

Caro sindaco di Cassino spero che riceverà questo messaggio e che mi possa aiutare. Sono una ragazza di 27 anni, italiana, sposata con un argentino da 2 anni e, finalmente, stiamo per diventare genitori: sono incinta di 5 mesi. Il mio problema e che siamo dovuti venire in Spagna per motivi di lavoro da parte di mio marito. Io ce l’avevo un lavoro, però mio marito no. Nessuno lo pagava il giusto, mio marito è un buon lavoratore, non si tira mai indietro, però non lo trattavano nei modi giusti e adeguati, e decidimmo di venire qua per cercare un lavoro migliore, e grazie a Dio lo ha trovato, lo pagano molto bene, si è comprato una casa qui in Spagna,e anche una macchina, tutto in soli due anni di lavoro, cosa che in Italia non è stato mai possibile. Nessuna ci dava un prestito eppure lavoravamo in due. Pero io qua non ci voglio stare, anche se si sta bene; io voglio tornare nella mia terra, dove sono nata, cresciuta, però mio marito a Cassino che lavoro può trovare se nessuno gli paga quello che gli spetta realmnte, se trovasse un lavoro non dico da milionario, però che prenda un buon stipendio almeno per mantenere la famiglia. La prego ci aiuti, perché è là che voglio crescere mio figlio, a Cassino; lo faccia per questo bambino che sta per nascere ci dia la possibilita di avere un futuro a Cassino non avrei mai voluto abbandonare il mio paese ma per amore e per colpa di gente che se ne approfittava di mio marito l’ho dovuto fare, pero non voglio passare il resto della mia vita in un paese che non e mio. Mi aiuti lei perfavore gli dia un posto di lavoro sicuro, lui in Italia c’e stato per 4 anni con documenti in regola… ci aiuti a tornare nel mio paese natale… Grazie, Patrizia

29 ottobre 2009 1

Io, trans… senza veli

Di redazione

Caro direttore, ho letto con disagio la vostra rubrica “il punto di vista” e non ho per niente apprezzato l’ironia con cui si parla dei trans, di questi strani “invertiti” di cui, ormai, purtroppo per voi, è pieno il mondo. In questi giorni c’è quasi un’affannosa corsa al commento, chiunque deve dire qualsiasi cosa, non importa che non si sappia neppure di cosa si  sta parlando: quel che conta è dire la propria. In un primo momento mi ero limitata a mandarvi al diavolo, a voi e a tutti quelli come voi, ma poi ho pensato che farvi comprendere anche il mio punto di vista poteva risultare quantomeno più costruttivo. Mi chiamo Flavia, ma non sono mai stata una bambina, perchè da piccolo ero un bel maschietto. Era questo che la natura aveva scelto per me. Ben presto, però, mi resi conto che qualcosa non andava, che potevo passare ore a pattinare bambole e dar loro la pappa ma che macchinine e soldatini non m’intrigavano affatto. Gli amichetti, terribili, mi prendevano in giro per questo, e le amichette, terribili anche loro, mi esludevano dai loro incontri civettuoli. Un vero inferno. Dopo un’adolescenza trascorsa in solitudine, spiando dalla finestra un coetaneo che abitava poco distante e che mi turbava fino a perdere la ragione, ho provato con tutte le mie forze a farmi piacere le donne e a reprimere quell’incontenibile senso di attrazione per quelli del mio stesso sesso. Non volevo far morire di vergogna mia madre, non volevo dare alcun tipo di dispiacere a chi mi aveva messo al mondo e non avrebbe mai accettato il vero senso delle cose. Ma era più forte di me, era tutto più forte di me: arrivata a Roma per studiare, nella solitudine della mia casa tarscorrevo parte del tempo ad acconciarmi i capelli, a depilarmi, a truccarmi gli occhi e le labbra come solo una vera donna sa fare; poi, la sera mi struccavo, riponevo i vestiti corti e le calze autoreggenti nell’armadio e andavo a prendere la mia fidanzata, quella che i miei genitori amavano e che io mi sforzavo di amare, quella della bella facciata. Terminati gli studi, trovai anche un ottimo lavoro presso un’agenzia, ma purtroppo il lavoro era a tempo determinato e quando scoprirono (perchè arrivò il brutto giorno in cui tristemente tutti scoprirono) con un pretesto il contratto non mi fu rinnovato. Fu così che mi vidi costretto a fermarmi e riflettere: avevo sbagliato tutto, perchè per evitare il male ne avevo fatto molto di più a chi non lo meritava. Da allora tutto è stravolto, tutto è cambiato: non posso dire che mi piaccia del tutto, la mia voce tradisce un’impronta di uomo e anche i tratti somatici non sono morbidic ome li vorrei, però vesto da donna, mi trucco, trascorro ore in profumeria a scegliere le fragranze migliori, indosso vestiti, gonne, camicette e tacchi, eppure a dispetto della mia ritrovata identità, l’unico impiego che ho trovato per il momento è lavare scale e portoni di uno stabile in periferia. Dopo alcuni anni, mia madre ha accettato di rivedermi, mio padre no; lui dice di avere un figlio, da qualche parte, che si chiama Antonio e che Flavia non sa e non vuol sapere chi sia. Vi ho fatto un racconto breve di quella che è stata ed è la mia storia, perchè i dettagli del dolore e delle amarezze, del disprezzo e del male che ho vissuto non sono poi così importanti. A fronte di questo spaccato, vi chiedo di riflettere prima di bollare qualcuno con strani epiteti come “checca”, “ricchione”, “frocio”, “chiappa chiacchierata”, ridendoci su come se voi foste dalla parte giusta. Piuttosto ritenetevi fortunati anche per il solo fatto di esser nati in un corpo che vi ha accolti, che ha accolto la vostra natura, che non andava controtendenza rispetto ai gusti e le passioni che avrebbero dovuto animarlo. Ammettere questo divario tra chi si è e chi si vorrebbe essere è difficile, presuppone dolore e coraggio che non tutti (io per primo) hanno, e se fossi in voi non biasimerei tutta quella gente che non ce la fa, e si nasconde dietro la parvenza di una vita normale, con una famiglia come tante altre, un lavoro di prestigio e tanti altri privilegi che, se confessassero, probabilmente perderebbero. Non biasimatelo neppure se in certi momenti lascia in un angolo tutto ciò che ha conquistato per concedersi un’ora disesso vero, un sesso “diverso”, nel modo in cui più gli piace e a qualsiasi prezzo sia disposto a pagarlo.