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28 settembre 2017 0

Da Frosinone bloccavano computer e chiedevano riscatti in bitcoin per sbloccarli, 2 arresti e 5 denunce

Di admin
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FROSINONE – Il sistema ideato da un gruppo di ciociari rappresenta l’ultimo baluardo tecnologico in fatto di estorsione. A finire in manette è stato un programmatore e disegnatore di siti web di Frosinone e un suo aiutante di Prossedi. Altre cinque persone di Frosinone, sono state denunciate. L’indagine svolta dai militari del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della guardia di Finanza ha permesso di tracciare  i contorni del gruppo composto da sette persone tutte indagate per associazione per delinquere finalizzata all’estorsione, alla frode informatica ed all’autoriciclaggio.

Il provvedimento, emesso dal GIP di Frosinone su richiesta del Procuratore della Repubblica, Giuseppe De Falco, ha disposto la custodia cautelare in carcere per due soggetti e la misura dell’obbligo di firma per altri cinque membri dell’organizzazione nonché il sequestro del capitale sociale e del complesso aziendale di una società e di tutte le disponibilità finanziarie giacenti sui conti correnti riconducibili all’organizzazione.  Le articolate indagini condotte dagli uomini dl Tenente colonnello Calogero Scibetta,  hanno tratto origine dall’analisi di numerose “segnalazioni per operazioni sospette” con le quali gli intermediari finanziari evidenziavano un anomalo utilizzo di carte ricaricabili sulle quali era transitato, in circa un anno, oltre 1 milione di euro.

“L’operazione denominata “Virtual Money” – si legge in una nota della Guardia di Finanza – ha permesso di smantellare l’organizzazione criminale che aveva una particolare metodologia delinquenziale: in sostanza alcuni sodali inoculavano nei personal computer di ignari utenti, il virus denominato criptolocker con il quale bloccavano l’utilizzo dello strumento informatico. Per riottenerne la disponibilità gli utenti erano costretti a pagare un riscatto, rigorosamente in bitcoin, da acquistarsi su siti di cambiavalute riconducibili agli indagati. Il controvalore, di circa 400 euro per ogni estorsione, veniva accreditato su carte di credito ricaricabili intestate a soggetti prestanome e comunque nella disponibilità del vertice dell’organizzazione. I finanzieri hanno anche ricostruito i successivi movimenti di denaro che, dalle carte ricaricabili, confluiva su conti correnti nazionali e, da quest’ultimi, all’estero Guardia di Finanza nucleo speciale polizia valutaria per l’acquisto di ulteriori bitcoin”.

Le vittime venivano scelte in tutta Italia e in particolare in Toscana e Lombardia. La mente dell’organizzazione sarebbe l’informatico di Frosinone. L’arrestato di Prossedi era, invece il suo aiutante diretto, mentre gli altri cinque indagati, sarebbero coloro che provvedevano a procacciare teste di legno a cui intestare conti correnti. L’associazione provvedeva inoltre alle spese legali. I finanzieri, infatti, avrebbero accertato che quando uno dei solidali veniva individuato e denunciato per truffa, l’organizzazione provvedeva a sostenere le spese legali in sua difesa.

Ermanno Amedei