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20 aprile 2010 0

Il gruppo Hopit smantellato dalla Guardia di Finanza

Di redazione
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Abusivismo bancario per oltre 200 milioni di euro, 9 milioni di euro di fatture false, 80 milioni di euro di fittizi aumenti di capitale sociale, bancarotta fraudolenta per Hopit Spa, Net.Tel. Spa, Editoriale Dieci Srl e Segem Spa, tentata truffa aggravata nei confronti della Regione Abruzzo per l’ottenimento illecito di fondi pubblici, falsità, calunnia aggravata e resistenza a pubblico ufficiale per il patron del gruppo, suo figlio ed altri collaboratori e professionisti: 14 le persone denunciate dalla GdF e 7 le misure cautelari emesse dal GIP di Roma su richiesta dei PM Giuseppe Cascini e Andrea Mosca. Hopit Spa e Kuban Bank Rappresentanza per l’Italia: due realtà risonanti riconducibili ad un gruppo intricato di società finanziarie, editrici e di telecomunicazioni facenti capo ad un noto imprenditore romano G.G.C. ed al figlio F.C., entrambi protagonisti di variegate iniziative imprenditoriali già note alle pagine di cronaca. Tra queste vi è il giornale “Dieci”, un quotidiano sportivo nato nel 2007 e chiuso dopo alcuni mesi di vita, con sostenute proteste dei giornalisti che non venivano pagati; la presunta rinascita della testata “Il Globo” nei primi anni 2000, quale iniziativa della società PmEdit Srl attualmente in fallimento; le attività della Laer (società sulle cui ceneri è sorta poi la Ghenda Srl) affidata a un soggetto vicino al patron del gruppo, R.L., che nel settembre 2006 ha dovuto gestire la fine dei “call center” in Sardegna di fronte ai lavoratori che reclamavano i mancati pagamenti. Sempre la Hopit Spa, holding finanziaria del gruppo, compare nel 2005 tra i potenziali “salvatori” dello stabilimento casertano di San Marco Evangelista della multinazionale 3M Spa e, nel 2008, viene citata tra i pretendenti del giornale L’Unità. I militari del Nucleo Speciale Polizia Valutaria della Guardia di Finanza accedono per ispezioni antiriciclaggio nel febbraio 2008 nella sede principale del gruppo a Via XX Settembre 5 e presso altre unità operative che, tutte insieme, stimano una capitalizzazione da oltre 90 milioni di Euro. Da quel momento il castello delle numerose società del gruppo – la Hopit Spa, la Net.Tel. Spa, la Segem Srl, la Ghenda Srl, la Caso Editori Srl, la Editoriale 10, la Editoriale 7 Srl, la Editoriale 11, la G&A Giornali Associati, supportate da altre equivoche realtà economiche come le società nicaraguensi Central America Adventures SA e Mediterranea SA, detentrici di importanti quote multimilionarie della capogruppo Hopit e delle altre partecipate, e la Kuban Bank Rappresentanza per l’Italia che poco ha da spartire con l’omonima banca russa da cui ha preso il nome – ha cominciato a vacillare. Le Fiamme Gialle cominciano così a ripercorrere trasversalmente le intricate e complesse vicende societarie ed economiche del gruppo e ne escono individuando un’associazione a delinquere che aveva realizzato abusiva attività bancaria effettuata attraverso raccolta del risparmio per 130 milioni di euro, abusiva emissione di polizze fideiussorie per oltre 90 milioni di euro, 9 milioni di euro di fatture false ed altri delitti tributari, sei fittizi aumenti di capitale sociale per valore superiore agli 80 milioni di euro, la bancarotta fraudolenta della Hopit Spa, della Net.Tel. Spa, della Editoriale Dieci Srl, della Segem Spa, una tentata truffa aggravata nei confronti della Regione Abruzzo per l’erogazione di fondi pubblici, una serie di falsità in scritture private ed atti pubblici, e, infine, una calunnia aggravata e resistenza contro pubblici ufficiali. Le vicende portate alla luce nascono a Managua, capitale del Nicaragua, dove una società denominata Central America Adventures SA nell’anno 2005 decide di emettere delle obbligazioni per 130 milioni di euro in titoli denominati “TEMPLAR 2005-2015”. La Hopit, allora una piccola Srl, ne compra 90 milioni ad un prezzo di 40, ma li iscrive in bilancio con tecniche di vera e propria “contabilità creativa”, trasformandosi in una holding da 50 milioni di euro di capitale sociale e 40 di riserve. Parte di questi titoli vengono messi nelle casseforti della Rappresentanza per l’Italia della KUBAN BANK”, una banca “apparente” spacciata per un’articolazione dell’omonimo istituto russo, di cui G. G. C. stava fraudolentemente sfruttando il nome. Questi titoli multimilionari sono poi passati, con tormentati escamotages contabili infragruppo, alla Net.Tel. Srl, che si trasforma in una Spa da 20 milioni di euro, alla Editoriale Dieci Srl, che viene capitalizzata per 2 milioni di euro, alla G&A Giornali Associati Srl, il cui capitale sociale si impenna fino a 10 milioni di euro, ed anche alla Segem Srl che gonfia fino ad 1 milione di euro il suo capitale. In realtà però, gli uomini del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria hanno accertato che tutto è stato frutto di un ingegnoso quanto fraudolento meccanismo di costituzione e di vendita di certificati obbligazionari esteri tra società facenti parte dello stesso gruppo e tutte riconducibili, alla fine, a G. G. C., compresa la rappresentanza italiana della Kuban Bank, finta banca che del vero istituto bancario russo prende solo il nome ed attraverso la quale sono state emesse fideiussioni per oltre 90 milioni di euro, con lo scopo principale di garantire una serie indiscriminata di operazioni commerciali avviate a vario titolo dalle stesse società del gruppo. Quest’ultimo negli ultimi anni si è quindi dotato di capitali e strutture apparentemente degne dell’economia d’elite, ma di fatto esaurendosi, per la Procura, in un generale disegno volto a far figurare – falsamente – un solido gruppo imprenditoriale in grado di stipulare vantaggiosi contratti di locazione immobiliare, di fornitura di beni e servizi con terzi che poi, invece, non sono stati mai onorati. La conseguente esposizione delle varie società, che nel frattempo avevano acquisito sedi di lusso senza pagare i canoni – come quelle romane di Via XX Settembre nr. 5, di Piazzale degli Archivi 40/42 all’Eur e di Via del tritone 87, o quella milanese in Via Vitruvio 43 –, noleggiato autovetture di rappresentanza in leasing senza onorare le rate, acquistato merci senza saldare le fatture, ristrutturato immobili senza dare compensi ai fornitori, assunto personale senza pagare gli stipendi, le ha inesorabilmente condotte verso il fallimento, per un passivo globale di diversi milioni di euro.

Le indagini sono state eseguiti per la parte di competenza anche dal Nucleo di polizia tributaria di Frosinone che nella mattinata odierna ha eseguito,in Frosinone, una ordinanza di custodia cautelare per i reati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati di natura finanziaria,tributaria,societaria e contro il patrimonio. Nel corso dell’operazione sono state eseguite diverse perquisizioni.

Le indagini, coordinate dai Pubblici Ministeri Giuseppe Cascini e Andrea Mosca della Procura di Roma, si sono chiuse oggi 20 aprile 2010 con l’esecuzione di nr. 7 provvedimenti cautelari, di cui due in carcere e cinque agli arresti domiciliari, nei confronti di G. G. C., R. L., F. C., l’Avvocato C. B., il commercialista C. DI M., M. M. e M. M., e con i sigilli al finto castello societario che recentemente si era ricollocato sempre a Roma, dapprima a Via del Tritone 87 e, da ultimo, nella centralissima Via Nazionale 66.