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20 luglio 2010 0

L’inspiegabile logica dei tagli a sicuerezza e giustizia

Di redazione
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In tempo di crisi iniziano i tagli. Si tagliano gli stipendi, ma non quelli d’oro che dovrebbero essere sforbiciati, le pensioni, ma non quelle milionarie dei grand commis di Stato o quelle dei politici, si tagliano le spese dello Stato e degli altri enti pubblici ed in questo vortice i comparti che finiscono con l’essere più penalizzati di tutti sono quelli della sicurezza e della giustizia che già prima dei tagli erano una sorta di cenerentola tra le pubbliche amministrazioni. Nel campo della giustizia si fa un gran parlare del fatto che i processi devono essere brevi tanto che il principio della ragionevole durata del processo è stato addirittura inserito nella nostra Costituzione ma è bene capire su che cosa si vuole veramente intendere con processo “breve”: un processo che abbia una durata ragionevole sia nel rispetto dell’interesse delle parti e dell’opinione pubblica ad ottenere una sollecita decisione e che, nel contempo, dia garanzie di democraticità del procedimento di accertamento dei fatti attraverso un completo diritto alla prova, principio che è la scoperta dell’acqua calda in quanto già teorizzato da Cesare Beccarla in “Dei delitti e delle pene” nella seconda metà del settecento, oppure il processo deve essere “breve” perché la legge, ad onta di quanto ancora scritto nei tribunali nei quali si legge che dovrebbe essere uguale per tutti, per i nemici si applica mentre per gli amici si interpreta? Non v’è dubbio che il modello processuale di riferimento del legislatore non sia il primo, tanto che vengono letteralmente sparate sui giornali norme spot, completamente inattuabili con gli attuali codici di procedura vigenti, che altro non sono che una rottamazione di un sistema che necessiterebbe invece di una profonda riforma e semplificazione che nessuno ha la voglia né la forza di fare: in una parola poche e chiare regole che conducano all’accertamento dei fatti in tempi ragionevoli. E che dire poi dei tagli alla sicurezza, quando oggi la criminalità lavora in internet, con i satelliti, opera con capacità e competenze assolute nei mercati globalizzati, nell’economia e chi più ne ha più ne metta? Tagli che aumentano sempre più il divario tra chi indaga costretto ad arrancare con disponibilità economiche sempre più esigue, e chi delinque che invece ha a disposizione mezzi e professionalità illimitati. Di fronte a questo panorama viene da domandarsi perchè anziché tagliare le risorse per la sicurezza non si impiegano a favore del settore tutti i patrimoni che vengono periodicamente sequestrati alla criminalità. Se lo Stato non ha soldi per acquistare auto per le Forze di Polizia perché non assegnargli quelle sequestrate ai criminali? Perché continuare a spendere miliardi di euro per affitti di immobili da adibire a caserme o commissariati o per costruirne di nuovi, quando ci sono, gratis, centinaia di immobili sequestrati alla criminalità che potrebbero essere utilizzati subito e che invece languono per anni, perché magari nessuno li acquista per paura, e che finiscono con il distruggersi per l’inesorabile lavoro del tempo che li rende inservibili o comunque ristrutturabili con costi più elevati che se dovessero essere costruiti ex novo. Su tutto si può risparmiare tranne che sulla sicurezza, anche se ciò che ho appena detto evidenzia il grande limite culturale del nostro paese nel quale quanto si spende per la sicurezza e la giustizia sono considerate delle voci di costo, delle passività per la macchina pubblica, mentre al contrario dovrebbero essere considerate come investimenti, perché solo un paese in cui lo Stato sa garantire la sicurezza di chi vi opera e la certezza nell’affermazione dei diritti, è un paese che può definirsi civile, destinato a crescere, e ad attrarre investimenti che creano lavoro e prospettive per le generazioni future.