Condannata da un linfoma, il fratello le nega la speranza

12 maggio 2009 Non attivi Di redazione

Sono una donna di 50 anni, abito in un paesino vicino Cassino, Sant’Elia Fiumerapido, sono sposata, madre di due figli, e nonna di due nipoti. Ringrazio Dio di avere loro, i miei cari, perché grazie a loro trovo la forza per andare avanti. Ho fratelli e sorelle ma con loro non vado d’accordo. Da circa un anno ho scoperto di avere un malattia, un linfoma nel sangue e da circa 6 mesi sono in trattamento con CBVD (caelix, vindlastina, bleomicina dacarbazina cioè chemio terapia) secondo un programma di sei cicli e pertanto sono in lista di trapianto. La mia storia è un po’ diversa dalle altre. Sono nata in una famiglia numerosa e ho lavorato sin da piccola. Oggi lavoro per non pensare alla malattia; è stato molto dura accettarla ma più duro è stata quando la mia famiglia mi ha escluso nel momento in cui ho detto la verità! Io ho aiutato tutti quando hanno avuto bisogno, mi sono anche resa disponibile aiutando loro a crescere i figli, ho dato loro la mia vita mettendo da parte la mia! Ho avuto pietà per tutti (loro per me non ne anno avuta) tutt’ora mi trovo in terapia da sola (ho solo il conforto di mio marito e dei figli). Quando capisci è troppo tardi; la mattina mi guardo allo specchio e ringrazio Dio che mi da la forza di andare avanti. Ma quando ti senti che va meglio, la volta che prendi un’altra batosta. Il medico mi dice: “Signora abbiamo la compatibilità per il trapianto però? – mi disse il dottore – il donatore ha rifiutato”. In un momento ho perso tutto perché la persona compatibile è mio fratello, sangue del mio sangue, che ha rifiutato di darmi una speranza di sopravvivenza. La sua compatibilità era stata accertata alcuni anni fa quando un nostra fratello si ammalò di leucemia e la nostra famiglia si sottopose ad un esame di compatibilità. Il medico mi ha detto: che razza di famiglia rifiutare sangue al proprio sangue. Eppure lui si dovrebbe sottoporre solo ad un prelievo di cellule. Ho capito che si stava giocando a pallone con la mia vita e la perdente sono io. Rifiutando non mi ha dato la possibilità di guarire, ma non solo, non ha neanche avuto la bontà di firmare un foglio di rifiuto per mettermi il lista ed essere messa in banca dati. Anche di questo mi ha privato. Io dopo la terapia sto male, non ho più la sensibilità nella mani e negli arti; se mi trovo sola in casa non posso neanche aprire una bottiglia d’acqua. Non solo devo lottare per sopravvivere ma devo lottare anche contro il dolore di essere trattata così. Sono rimasta sola, ho tante sorelle e fratelli ma io ora, in questo momento, mi sento figlia unica di padre vedovo. Ma sopratutto mi ritengo persa in giro dal mondo intero. Scrivo questo lettera non per mettermi in mostra, ma solo per rabbia, in particolare per dire: state attenti a chi vi è vicino in particolare se sono parenti. La mia famiglia si è allontanata da me come si io avessi una malattia contagiosa, ma alla fine, i contagiosi sono loro che non danno ad un essere umano la possibilità di guarigione. Posso solo dire di non provare rancore ma solo delusione perché mi hanno abbandonato nel momento del bisogno; e il bisogno c’è adesso, non quando sarò morta.
Chiunque può raccontare la sua storia, anche in maniera anonima, inviandola, con un recapito telefonico, all’indirizzo redazione@ilpuntoamezzogiorno.it