L’abate di Montecassino nel Te Deum: Appello agli insegnanti per l’emergenza educativa

1 gennaio 2011 1 Di redazionecassino

Affollato Te Deum nella  Chiesa Madre del SS.mo Salvatore a Cassino officiato dall’Abate di Montecassino dom Pietro Vittorelli. Questa l’interesante e critica omelia pronunciata dal capo della Diocesi.
La fine di un anno ci mette inevitabilmente a confronto con una parola che ha in sé la potenzialità del niente e del tutto. La Fine appunto. Termine, esaurimento, scadenza, consumo, limite, confine, linea estrema, punto di arrivo, traguardo. E scusatemi se fa male, inevitabilmente, inesorabilmente: morte. Quella morte che esorcizziamo in mille modi, quel pensiero che scacciamo ogni giorno ricoprendolo con milioni di cose, di lucine, di pacchetti e di cose da fare. Ecco allora siamo alla fine di un anno, alla scadenza di un tempo convenzionale ma fortemente simbolico. In un anno si può ripercorrere il ritmo stesso della vita: la nascita, la giovinezza, la fase adulta, la vecchiaia, la morte. Ci lasciamo oggi alle spalle tante cose compiute, tante promesse non mantenute, tanti piccoli e grandi successi, tanti piccoli e grandi fallimenti, tanti esempi di virtù e tanti peccati. Tante cose accadono in un anno ed ora tutto ciò termina con un termine del tutto provvisorio, transitorio, nel quale si coglie già la promessa di una vita nuova: tra poche ore accoglieremo nel grembo il vagito di un giovane e fresco tempo di grazia rinnovato, un nuovo anno nel quale siamo come misticamente invitati a cogliere ed accogliere il tempo nuovo della benedizione. Un tempo vero dunque come vera può essere solo una benedizione. Cominciare un anno nuovo è sempre l’occasione per augurarsi delle cose buone, delle cose belle… ma è anche l’occasione per sperare e augurarsi gli uni gli altri delle cose vere. Soprattutto vere. In un momento in cui tutti ci sentiamo stanchi, demotivati, depressi da una crisi che ci attanaglia e che, se anche risparmia noi, non fa vivere bene chi ci è vicino e questo comunque ci deprime. In un tempo dove finalmente prendiamo tutti un po’ più coscienza delle tante nostre ipocrisie che a Natale sembrano rinvigorire, tutti sentiamo anche un profondo sentimento di autenticità. Non ho nulla contro gli auguri ma ormai ci scambiamo auguri tutto l’anno per ogni minima cosa, occasione, mostrando ancor più quanto temiamo l’incombere dell’inevitabile, dell’ineluttabile e ci contorciamo in mille riti pagani perdendo di vista l’unico augurio, l’unica benedizione che ha un senso per la nostra vita, per la nostra gioia, per il nostro dolore: si chiama Dio ma si chiama anche Amore. Ecco perché stasera vorrei parlarvi di Dio guardando negli occhi alla concretezza del suo Amore. Dicendovi, annunciandovi che possiamo e dobbiamo continuare a fare bene quello che di buono facciamo ma con più amore!  Guardando negli occhi di Gesù per chiedere per voi, per il mio popolo, stasera e per i giorni a venire il dono della Speranza. La speranza che come sapete è un dono ma anche una virtù, in un tempo in cui non si parla più di virtù se non per farne una battuta comica, la speranza come ogni virtù va esercitata, va allenata. Il primo allenamento alla speranza si esercita proprio nella liturgia e la liturgia della Chiesa ci chiede di entrare in questo nuovo tempo consegnandoci alcune parole chiave con cui e attraverso cui consacrare questo inizio. E la prima di queste parole è proprio “BENEDIZIONE”. Il testo della prima lettura che con maggior splendore la liturgia pronuncerà all’alba di domani, del primo giorno del nuovo anno, ci rammenta un desiderio caro al cuore di Dio “Voi benedirete” come ordina a Mosè per il suo popolo. Un invito che per un cristiano si fa imperativo, un impegno che parte dalla liturgia ma investe la vita di ognuno di noi, di ogni battezzato che nel fronteggiare la vita è chiamato a benedire e non a maledire. Entrare in questo nuovo  tempo con questa sorta di mandato è un modo per creare, nel piccolo territorio del nostro cuore, ampi spazi di pace. E la pace comincia con una rinnovata e caparbia disponibilità a benedire, a dire tutto il bene possibile cercando di zittire il più possibile tutto il male di cui spesso siamo costretti a fare esperienza dentro e fuori di noi. Ma vi è pure un’altra “parola” che ci viene consegnata nella formula di benedizione del sacerdote Aronne: il volto. Ecco allora che per il nuovo anno di certo chiediamo come dono che “Il Signore faccia brillare il suo volto su di te” ( Nm 6,25) e ancora, che “ rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace”.  La Benedizione e il Volto ci vengono consegnati stasera come caparra di un anno che dal punto di vista economico, occupazionale, sociale, politico non si prevede facile. Con grave preoccupazione apprendiamo della scure dei licenziamenti  che si prevedono nei prossimi mesi al S. Raffaele di Cassino, conosciamo le difficoltà dell’indotto Fiat con un  piano di polo strategico che stenta a decollare nonostante le migliori intenzioni, attendiamo con preoccupazione le scelte politico-amministrative che saremo chiamati a compiere nei prossimi mesi, ci consta della difficoltà occupazionale che attanaglia specialmente il nostro territorio in ordine alla prima occupazione. In questo contesto di crisi, tutti aneliamo a trovare una soluzione, una via di fuga, una possibilità di salvezza e di redenzione per il nostro presente e per il nostro futuro. Il mio caro amico e grande economista Enrico Cucchiani in una sua recente pubblicazione afferma: “La parola crisi in cinese si esprime con un ideogramma composto da due parti: la prima descrive lo stato di “pericolo”; la seconda il concetto di “opportunità”. Questo ideogramma rispecchia la filosofia cinese che ispira quel popolo; da questa filosofia possiamo trarre utili spunti anche noi europei” (Enrico Tomaso Cucchiani, Riflessioni su crisi e ripresa. Monaco di Baviera. Luglio 2009). Dove e come possiamo allora ricucire i lembi di un tessuto consunto e a tratti lacerato? Come possiamo ridare speranza e riprendere speranza per il domani dei nostri figli?
Credo che uno degli ambiti primari e di fondamentale importanza nel quale ci giochiamo la possibilità di dare senso al nostro presente e al nostro futuro sia l’educazione. In occasione della scorsa festa dell’Immacolata parlavo di cantieri da aprire per la città e per il territorio. Uno di questi era ed è il cantiere dell’educazione. Per questo stasera, rimanendo nelle categorie della speranza e dell’amore vorrei rivolgermi più direttamente agli uomini e alle donne della scuola. Ad essi da sempre la società e la chiesa hanno affidato una parte importante della formazione della società, dell’umano convivere, che oggi vive un momento di grave difficoltà con una ricaduta fatale sulla stessa nostra società. Il modello al quale tutti culturalmente eravamo abituati conosceva una alleanza sociale andata dissolta o addirittura in frantumi. Mi riferisco alla alleanza sociale tra famiglia, chiesa e scuola che per secoli ha garantito un progressivo e armonico evolversi della società. Ciò comportava che tutti si sentivano responsabili della educazione e della formazione dei giovani tanto che se anche fuori dei tre contesti, scolastico ecclesiale e familiare, un giovane si comportava male in piazza veniva redarguito al momento e subito deferito, diciamo così, presso la famiglia di riferimento che prendeva provvedimenti immediati. Venuta meno questa alleanza certamente per tutte e tre le agenzie educative il compito è divenuto sempre più arduo non solo per la solitudine delle tre singole istanze formative ma  soprattutto per il contrasto e le dissonanze che spesso tra queste stesse si sono create. Penso sia invece possibile anche in un’ottica laica poter ritrovare un terreno comune su valori condivisi che possa ricucire questa alleanza.
Abbiamo ascoltato nel Vangelo di Luca che all’accorrere dei pastori alla grotta questi trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia. E il testo aggiunge . “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. L’educazione inizia con una presenza amorevole e silenziosa fatta di sguardi, di desideri puri, fatta di presenza amorevole e premurosa. Fatta dell’affermazione ripetuta all’infinito guardando i nostri ragazzi: “IO CI SONO”.

Cari Insegnanti, a tutti i livelli, a voi oggi più che mai è riconsegnato un compito dalla portata universale. È la stessa storia che ve lo consegna. Dobbiamo rifondare la società, dobbiamo ancorarla a un rinnovato umanesimo, a quella civiltà dell’amore, tanto cara al venerabile Papa Paolo VI. Voi Insegnanti di ogni ordine e grado dovete riprendere coscienza di questa missione e l’intera società deve riprendere consapevolezza del ruolo fondamentale che oggi più che mai svolgete per il bene del nostro futuro. Papa Benedetto XVI parlando ai docenti della St.Mary’s University College nella sua ultima visita pastorale a Londra così si esprimeva: “Il compito dell’insegnante non è solo quello di impartire informazioni  o di  provvedere ad una preparazione tecnica per portare benefici economici alla società, l’educazione non è e non deve essere mai considerata come puramente utilitaristica. Riguarda piuttosto formare la persona umana, preparare a vivere la vita in pienezza – in poche parole – educare alla saggezza.” Ecco: educare alla saggezza. Cari Insegnanti, cari uomini e donne della scuola, so quanto vi sentite soli in questo compito arduo ma io vorrei incoraggiarvi alla vigilia di questo nuovo anno a non perdere la speranza ma a continuare a sperare e a educare… ma con più amore, con più amore. Con quell’amore avete segnato generazioni e generazioni di cittadini e di cristiani. Il vostro non è un lavoro, o meglio non può essere solo un lavoro. L’esasperato razionalismo tecnologico aveva enfatizzato pochi decenni fa, una figura di docente dalle qualificate conoscenze, indispensabili in una inappuntabile attività didattica. Oggi la crisi  generale dei valori condivisi, il disorientamento più ampio, culturale ed antropologico, comune a tutto l’Occidente ed all’intero sistema economico e produttivo, il mutamento repentino degli schemi  e delle figure di riferimento nel sistema “famiglia”, rendono necessario un regime di urgenza e di emergenza educativa: dobbiamo puntare su insegnanti che siano EDUCATORI.
EDUCATORI ma con più amore che accettino su di loro di proporsi anche come modelli di identificazione, talora non solo ad integrazione di figure adulte di riferimento (penso alle mamme e ai papà) ma addirittura in “sostituzione” di esse allorquando assenti o latitanti.
EDUCATORI ma con più amore che sappiano vivere la “solitudine” dell’adulto, privi, non tanto delle “deleghe” genitoriali di un tempo ma anche della stessa alleanza dei genitori troppo spesso schierati confusamente a fianco dei figli contro la scuola e contro di essi.
EDUCATORI ma con più amore che trasmettano non solo nozioni ma favoriscano l’apprendimento e l’elaborazione di valori oggi indispensabili alla “CONVIVENZA CONSAPEVOLE”, quali il rispetto degli altri, l’accettazione attiva delle differenze e delle diversità che miri al superamento degli ostacoli o alla rimozione nel cammino evolutivo delle nuove generazioni.
Ne consegue che i nostri insegnanti non potranno perciò  che essere
EDUCATORI ma con più amore. Attenti ai velocissimi movimenti nella scena mondiale che favoriscano – questa è la sfida dei prossimi anni –  l’integrazione dei nuovi venuti, provenienti da culture diverse e che di fatto sono già entrati nelle nostre vite (ad esempio bambini stranieri a scuola, carceri, ospedali, coppie miste)
EDUCATORI ma con più amore che spesso, poco gratificati economicamente, poco riconosciuti socialmente, trovino, nonostante tutto, la forza di vivere oltre alla loro alta professionalità, anche l’ardua sfida del coinvolgimento personale e dell’impegno al cambiamento individuale e collettivo, alla crescita umana, fisica, psichica e spirituale dei giovani a loro affidati, alimentando così un circolo virtuoso di nuovo umanesimo e soprattutto di SPERANZA… ma con più amore.

Ma con più amore è il titolo di una splendida composizione realizzata per questo Natale dalla mia amica poetessa Francesca Merloni. Essa mi sembra evocativa della mission dell’Educatore
È nella segreta oscurità che il chiaro più risplende
è nell’amare ciò che manca il viaggio verso l’Uno

tra luce e mancanza di luce
l’unione degli estremi è ciò che tiene insieme
l’attimo dei mondi che è uno e per sempre

il Senza Nome genera ogni cosa nella scintilla che nasce eternamente
là dove gli uccelli del fuoco si alzano in volo due a due

nella circolarità dei luoghi ma con più amore
nell’inquieto della nostra pazienza ma con più amore

scegliere di restare è l’insegnamento sommo

che la nostra attesa resista ecco il miracolo
Cari Insegnanti, a nome della Chiesa stasera sento di dovervi un grazia, sento di dovervi una parola di incoraggiamento e di stima profonda. Sento di dirvi: coraggio, non temete, ce la possiamo fare. Voi siete importanti.
Il 22 dicembre scorso mi sono recato a visitare a Roma in una casa di ospitalità per anziani tenuta splendidamente dalle Suore di D. Guanella una nostra anziana concittadina: la signorina Immacolata Bianchi, oggi 89enne e da 66 anni ospite delle suore. Rimasta vittima del primo bombardamento che Cassino subì il 10 settembre 1943, non avendo altri parenti che potessero prendersi cura, – l’unico fratello era monaco della Badia di Cava – non è più stata autosufficiente e da allora, lontano dalla sua città ha continuato a conservare ricordi ed emozioni. In quasi due ore di colloquio incalzante, tra lacrime e sorrisi, quest’arzilla vecchietta in carrozzella aveva nitido nella mente il nome della sua maestra che le aveva trasmesso i valori che per una vita l’hanno sostenuta insieme alla sua fede. La maestra era Sr. Immacolata del glorioso Istituto delle Suore della Carità. “Una suora secca secca e intelligentissima…” così la ricorda la ottuagenaria Immacolata Bianchi. Ma chi di noi non ricorda con affetto e riconoscenza i nomi e i volti dei propri insegnanti ai quali dobbiamo quello che siamo? Io stesso conservo tanta gratitudine per la mia maestra e per tutti gli insegnanti che hanno lasciato una traccia nella mia vita e nella mia anima.
Recentemente visitando alcune scuole di Cassino ho avuto la gioia e l’onore di scambiare idee e opinioni con molti insegnanti. È stato per me un grande arricchimento perché ho percepito che, pur nel disagio e nella crisi, molti conservano una passione, e un  amore per i giovani che lascia ampio spazio alla speranza. A questo punto lasciatemi rendere onore al notevole contributo che Religiosi e Religiose hanno dato in questa nostra terra al nobile compito dell’educazione. Il prossimo 8 gennaio ricorderemo a cento anni dalla nascita, l’indimenticata Madre Amalia delle Suore Stimmatine: fu madre ed educatrice a tutto tondo. Lei come tutte le Suore,  i monaci e i preti che in questa Terra di S. Benedetto donarono e donano la vita per l’educazione dei nostri figli, meritano rispetto e ammirazione. E se la scuola tout court ha un ruolo fondamentale, la scuola cattolica ha una missione più specificamente dedita a dare anima ad animare il domani, il futuro delle nuove generazioni.
Dono, benedizione e volto dicevo all’inizio. Ma ogni dono esige una sorta di impegno a donare a propria volta. Per questo se ci viene chiesto, dopo aver accolto la benedizione di Dio, di benedire a nostra volta, parimenti – se desideriamo che per noi Dio mostri un volto mite e festoso – siamo invitati a offrirlo in dono a coloro che incontreremo in circostanze e modi svariatissimi durante tutto l’anno che sta iniziando. La dolcezza di Maria madre di Dio sia l’ispiratrice di ogni insegnate, di ogni educatore, di ogni maestra, maestro, professore, professoressa, e di tutti noi. Lei ci permette di immaginare e di contemplare con infinita tenerezza e stupore il reciproco illuminarsi del volto della Madre davanti al “Bambino” e quello del Bambino davanti all’amore stupito di “Maria e Giuseppe”. Voi educatori avete sempre davanti il volto dei nostri bambini, dei nostri ragazzi, li consegniamo ogni giorno nelle vostre mani come il tesoro prezioso del nostro popolo: trattatelo con cura, anche quando dovrete dire dei no fermi, anche quando dovrete mostrarvi saldi e apparentemente duri… con amore… sempre con più amore. E perché questo non vi sembri troppo romantico concludo con una considerazione laica sempre del mio amico economista Cucchiani “Questo è il tempo di raccogliere le migliori menti e le migliori energie per sviluppare strategie illuminate ed attuare con tenacia e determinazione progetti concreti”. È la speranza che stasera consegniamo nel cuore di Dio mentre con fede viva cantiamo Te Deum Laudamus. Benedire con un volto che brilli sempre di gioia divina significa portare nel proprio cuore e nella propria vita il vagito e il grido di ogni uomo e di ogni donna che attende – talora in modo dolorosissimo – il tempo “dell’adozione a figli” (Gal 4,5). Come “i pastori” andiamo a Betlemme e là, incontrando il volto di questo bambino a cui “fu messo il nome Gesù” ( Lc2,21), prendiamo forza, luce, benedizione, stupore, adorazione, lode… per il “santo viaggio” (sal 83,6) verso la “nuova Gerusalemme” (Ap 21,2) attraverso la nostra Gerusalemme. Auguri. Per un anno buono.  Pietro Vittorelli Arciabate di Montecassino