L’abate di Montecassino nel Te Deum: “La famiglia si dissolve, questo la vera causa della crisi”

31 dicembre 2011 0 Di redazione

Cari Fratelli e Sorelle,
Siamo alla fine di un anno speciale e all’inizio di un nuovo anno ancora più speciale. La specialità di questi due anni a confronto e che si sfioreranno appena tra poche ore non è tanto legata alla crisi, al crollo, alla decadenza, alla congiuntura, alla recessione, alla depressione. No, il fatto straordinario che renderà indimenticabili questi due anni e soprattutto il nuovo, è che ci siamo e ci saremo noi, cioè che noi saremo gli attori e gli autori del tempo che ci viene consegnato come dono, come opportunità, come occasione per manifestare il sentimento di gratitudine a Dio per il dono della vita e per il dono dell’intelligenza che ci aiuta a comprendere le situazioni, e per il dono del cuore che ci concede la sapienza dei sentimenti per il discernimento secondo la mente di Dio. Ritengo indispensabile questa premessa per poter iniziare alcune considerazioni che tradizionalmente alla fine di ogni anno si accompagnano al canto del Te Deum, un canto di ringraziamento antico, un canto che segna nella chiesa i passaggi importanti della vita dell’uomo e della comunità dei credenti.
Anche quest’anno ringraziamo Dio che ci concede la grazia di esserci e di costituire il suo patrimonio nel passaggio epocale che ci troviamo a vivere. Cari fratelli e sorelle, siamo nel guado e l’esperienza dei viandanti ci insegna che non ci si può fermare nel guado, bisogna proseguire con coraggio, determinazione, forza, avendo una speranza nel cuore, la speranza cioè di raggiungere la mèta. Siamo nel guado ma ne usciremo se sapremo valorizzare quanto di meglio e di più nobile la nostra tradizione, soprattutto cristiana, ci consegna. L’anno scorso al Te Deum sottolineavo il ruolo fondamentale della scuola per uscire dal guado. Era una partenza dal basso, per così dire, dalla periferia. Il vangelo che abbiamo ascoltato ci riferisce che dopo l’annuncio luminoso fatto ai pastori, la corsa di questi verso Betlemme, la Gloria e il canto degli angeli, dopo la poesia e la letizia di quella scena, arriva il tempo delle partenze, dei distacchi. “I pastori poi se ne tornarono” (Lc 2,20) dice il Vangelo, e noi possiamo immaginare che pian pino dalla scena della Natività si ritirano tutti: partono i pastori, vanno via i loro animali, passa la stella cometa, vanno via dopo un po’ anche i Re Magi. E cosa rimane su quel luogo così importante per tutta la storia futura dell’umanità? Se un pellegrino si fosse nascosto tra i cespugli per osservare la scena, cosa avrebbe visto alla fine di tutto il solenne viavai del giorno della Nascita? Avrebbe visto Maria, Giuseppe e quel Bambino di cui il vangelo dice: “Quando furono passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù” ( Lc 2, 21). Avrebbe visto quindi una Famiglia. Il potenziale più alto e significativo della società, il patrimonio più ricco dell’umanità. Avrebbe visto ciò che costituisce la base portante del nostro esistere. Il vero valore della borsa umana, lo spread più positivo del capitale umano. Avrebbe visto cioè una famiglia. Tutto riparte da lì. Tutto, anche per Gesù come per ciascuno di noi, è lì. Un padre, una madre e un figlio. Anche nella peggiore delle situazioni tutto parte da lì. È una storia che non possiamo eludere, che non possiamo cancellare. Tutti siamo il frutto di un padre e di una madre. Eppure non possiamo negare che questo istituto umano antichissimo è in crisi. La famiglia si è liquefatta, in alcuni casi si è dissolta, eppure la nostra anima la cerca con insistenza, la nostra anima ha bisogno della famiglia. A quel capitale dobbiamo riguardare tutti. Con fiducia e con fermezza.
Nella lingua italiana il termine "famiglia" è poco specifico. Copre una varietà di esperienze e di relazioni e ne esclude molte altre. Ad esempio, non permette di distinguere nettamente tra quei rapporti intergenerazionali che sono all'origine di una nuova famiglia e quelli che invece nascono da essa.
Un marito ed una moglie possono parlare contemporaneamente della "nostra famiglia", della "mia famiglia" e della "tua famiglia", alludendo di volta in volta alla famiglia che fanno insieme, alla famiglia di lui o a quella di lei.
E di una famiglia con un solo genitore si parla come di "famiglia incompleta" o "spezzata", con ciò alludendo ad un preciso criterio di "interezza". Analogamente si parla impropriamente di "famiglie ricostruite" per designare quelle che si formano tramite l'unione di divorziati. La famiglia è infatti una rete di calore e prossimità che si allarga negli affetti e nelle amicizie partendo da un nucleo originario.
Luogo in cui i due sessi si incontrano e convivono, la famiglia è infatti anche lo spazio storico e simbolico nel quale e a partire dal quale si spiega la divisione del lavoro, degli spazi, delle competenze, dei valori, dei destini personali di uomini e donne.
Quindi sotto il termine "famiglia", che allude ad una forte unità, si celano, in realtà, differenti destini, interessi, modelli di gerarchia e processi di negoziazione.
Il "tempo della famiglia" ha più orologi e scadenzari, che non coincidono necessariamente con i tempi individuali della donna-moglie-madre, cui è attribuita la gestione degli orari familiari come esperienza specifica rispetto all'uomo-marito-padre, nella tradizionale divisione del lavoro.

Eppure questa famiglia che oggi è spesso negata è il vero valore aggiunto della presente congiuntura. Sono le famiglie più salde a dare solidità al tessuto sociale. Noi cristiani in questo abbiamo una responsabilità.

L’assottigliamento dei ruoli non è un dato di poco conto, in quanto mina l’autorevolezza di un adulto che dovrebbe essere testimone di riferimenti, valori e norme utili alla fondazione della persona e della società.
Si tratta di un’abdicazione, in parte avvertita, che condiziona la maturazione dell’individuo in formazione, perché non lo prepara appieno ad affrontare quegli elementi di responsabilità, d’impegno e di frustrazione che compongono le scelte del domani.
Attraverso la coesione e l’organizzazione famigliare, conflittualità compresa, il bambino addestra anche le sue capacità d’adattamento alla realtà e agli eventi, modulando le capacità di flessibilità, in altre parole di risoluzione dei problemi, imparando a trasformare i vincoli in risorse.
Laddove manca sia quest’esperienza, sia la possibilità di misurarsi nell’esperienza del dialogo e del confronto, per carenza di tempo, di volontà o di figure adulte disponibili, la persona in crescita si percepisce abbandonata, senza riferimenti, e assimila la “normalità” all’insipienza.

Stante il quadro fin qui descritto, dovrebbe essere chiaro che né le conquiste della genetica né le arditezze di certe ideologie, che cercano di omologare nuovi modelli di famiglia, possono aiutare a decodificare o riformulare la famiglia del 21° secolo.
Non è inserendo nuove compagini legali o modificando cornici etiche che si aiutano la famiglia e la società a comprendersi. Non possiamo pensare, d’altra parte, che la Scuola possa essere l’unica interprete dell’inadeguatezza della famiglia, dato lo stretto legame che le avvicina.
La “famiglia multiproblematica” non è altro, infatti, che l’icona di una centrifuga sociale che prende sempre più velocità senza affrontare i problemi per cui, di fatto, li assomma fino ad arrivare a situazioni di disagio e/o devianza, interni al nucleo famigliare, che richiedono l’intervento della società stessa.
È possibile prevenire tale deriva puntando sia sull’educazione dell’adulto, programma pedagogico quanto mai ignorato, sia sulla qualità della vita.
La Scuola, a sua volta, per essere efficace trova il suo ruolo proprio nella prospettiva in cui tutela il benessere individuale e sociale.
Essa non può, perciò, parlare ad una famiglia ipotetica, né rivolgersi ad un modello standard di adulto o ignorare le dinamiche sociali e famigliari dalle quali sono sollecitati oggi i giovani.
La Scuola stessa è composta di adulti, a loro volta provenienti da nuclei famigliari. Di solito, però, tali adulti non s’interrogano; quasi vivessero due realtà estranee, se non dicotomiche, il privato e il lavoro.
Didattiche, metodologie e programmi d’insegnamento sono in continua evoluzione (forse troppa), contrariamente alla formazione dell’insegnante, che dovrebbe prendere le mosse da una riflessione comune ai fini di comprendere con e per quale uomo, quindi con quale famiglia e con quale società, la Scuola intende colloquiare e costruire il domani.
In definitiva, la Scuola dovrebbe smettere i “panni” del sostegno e della “protesi” sociale per indossare quelli della promozione umana; oggi, si tratta di educare l’adulto per potergli permettere di educare il bambino.
I bambini sono germogli genuini della pianta umana, non ancora contagiati da tutte le ipocrisie sociali né contaminati da leggi di convivenza e di convenienza. Solo la passione, quindi, li può salvare dal disinteresse che conduce al conformismo cui si piegano le anime spente.
E la cultura è passione.
La scuola deve essere passione. Perché, altrimenti, estingue l’ideazione e la creatività e, spingendo i ragazzi verso l’acquisizione del conformismo, li induce a fiutare l’interesse individuale della meschinità, dell’ambiguità e dell’opportunismo.
Tale modello li motiva a costruire una fitta rete di soggetti che condividono solo interessi individuali, scambiandoli per interessi collettivi.
Dovremmo essere ormai tutti consapevoli che per educare non basta istruire. Prima di istruire occorre educare al comprendere, aiutare a costruire un’identità.
Nel prossimo maggio 2012 si terrà a Milano uno degli eventi che segnerà il corso del nuovo anno: il VII incontro mondiale delle Famiglie, al quale parteciperà anche la nostra Diocesi con una sua Delegazione. Benedetto XVI parlando agli organi preposti all’organizzazione dell’evento ha detto: “La nuova evangelizzazione è inseparabile dalla famiglia cristiana”. E non poteva essere altrimenti. In tutte le epoche, fin dalle origini del cristianesimo, la famiglia è stata la principale via di trasmissione della fede. Ecco allora oggi la responsabilità delle famiglie cristiane convinte dell’amore che le lega a Dio e tra di loro. Alla Chiesa non sfugge la crisi dell’istituto familiare e non allontana le famiglie cristiane cadute nella crisi di separazioni, divorzi, allontanamenti. Cerca sempre di ascoltarne le ragioni, di esprimere amore e accoglienza anche e soprattutto per chi ha sbagliato o non ha saputo ben costruire. La Chiesa rimane sempre aperta a chi cerca Dio con cuore sincero ma indica con fermezza nella famiglia la cellula base della società e della chiesa. Come pastore di questa Chiesa di Montecassino rivolgo un invito a quelle famiglie cristiane che nelle comunità parrocchiali possono svolgere il ruolo straordinario di piccole comunità che irradiano il Vangelo con la vita e la partecipazione attiva alla missione evangelizzatrice, secondo il criterio dei “pochi per tutti”. È così difficile che nelle famiglie cristiane si smetta di vergognarsi e si riprenda a pregare insieme? A dire almeno un Padre Nostro insieme, a tavola o in altri momenti della giornata? Un segno di croce fatto a tavola senza neanche fiatare educa più di tante inutili paternali.
Tutti siamo piegati su noi stessi e diamo la colpa alla crisi economica. I singoli, le famiglie, le organizzazioni di cittadini, le Istituzioni, il Paese. Non solo la colpa per il fatto che dobbiamo stringere la cinghia, ridurre i servizi, tagliare i costi del benessere materiale faticosamente conquistato. Talvolta diamo la colpa alla crisi economica anche per il fatto che siamo sempre meno aperti agli altri. Siamo meno accoglienti, meno comprensivi, meno rispettosi, meno attenti, meno disponibili, meno propensi alla gratuità. Quando va bene riserviamo questi atteggiamenti all’ambito familiare. Come se ne avessimo una riserva da usare in maniera accorta. Come se non fosse vero che tutto ciò che doniamo agli altri ci ritorna poi cento volte.
Ecco, io mi auguro che il 2012 possa vedere la Famiglia come principale protagonista della soluzione alla crisi, non certo solo economica, che attraversa la nostra vita.
Voi direte: per risolvere la crisi ci vuole un governo forte. Forse sì, ma io credo che sia ancor più necessaria una famiglia forte.
Una Famiglia capace di compiere una rivoluzione dentro di sé e trasformarsi in un luogo di accoglienza, di condivisione, di ospitalità. Non solo per i parenti o gli amici più stretti ma per la società.

Pensate alla testimonianza straordinaria che ci offre la famiglia anonima che ha offerto ospitalità a Giuseppe e Maria la notte di Natale: praticare l’ospitalità può riservarci sorprese importanti, possiamo ritrovarci Gesù in casa attraverso il prossimo.

Solidarietà e accoglienza paiono a prima vista più difficili nelle stagioni dure, nei momenti di difficoltà, soprattutto per chi non le ha assunte come proprio habitus nei giorni più propizi. E invece la storia, anche quella “sacra” legata alla nascita di Gesù, ci insegna che proprio i poveri, i nomadi, i viandanti, gli emarginati, gli stranieri sono le persone più capaci di accoglienza, di apertura all’altro, di condivisione del poco di cui dispongono. E basta conoscerli, parlare con loro, lasciarsi accogliere da loro per sentirli narrare le meraviglie degli incontri gratuiti che hanno avuto: sono storie di ordinaria straordinarietà, vicende di rapporti nati nell’emergenza e divenuti amicizie solide, avventure di un momento burrascoso trasformatesi in storie di amore fedele.

Quest’anno molti vivono condizioni più difficili del solito, non solo in quei luoghi dove la vita è sempre faticosa o dove testimoniare la propria fede è sovente a rischio fino alla persecuzione, ma anche nel nostro paese, con sempre più persone in ristrettezze economiche. Questo dato si interseca con una sorta di ambivalenza legata alle festività natalizie: da un lato siamo quasi naturalmente più disposti ad atteggiamenti di benevolenza verso il prossimo, di bontà, di riconciliazione; d’altro canto tendiamo a vivere questi sentimenti “tra noi”, all’interno della ristretta cerchia degli intimi. Ambivalenza che rende ancor più pesante la solitudine e la sofferenza di chi non ha persone care attorno a cui stringersi, di chi le ha perse, di chi le ha lasciate lontano nella speranza di preparare un futuro migliore per loro... Sì, in questi giorni ci sentiamo tutti più buoni, ma verso chi vogliamo noi, verso chi decidiamo che sia destinatario del nostro affetto. E in tempo di difficoltà economiche la tentazione è quella di rinchiuderci ancora di più nei nostri piccoli nidi rassicuranti.

Il 2012 che avrà la Famiglia come protagonista potrà insegnarci molto: nello straniero che abita a pochi isolati da noi e che incontriamo per strada, nel senzatetto che si rifugia tra i suoi cartoni, nei nuovi poveri in coda per un pasto caldo alla Caritas, nell’anziano che fatica a riscaldare la sua stanza c’è un essere umano portatore di vita e di speranza, ci sono un cuore, un corpo e una mente che desiderano comunione, c’è una presenza dell’assenza lacerante della persona amata. Chi può dire cosa troviamo se ci accostiamo all’altro senza pregiudizi e paure, se gli apriamo la porta del nostro cuore, se gli restituiamo quella dignità che è suo diritto inalienabile? Chi di noi ha guardato, dico “guardato”, negli occhi un volto e si è sentito estraneo, soprattutto quando quel volto presenta i segni della sofferenza? Non lo si dimentichi: Dio si è mostrato in Gesù con tratti umanissimi perché ciò che era straordinario in Gesù non era nulla di religioso ma solo umano, umanissimo. Sì, Dio ha sembianze così umane che rischia di passare inosservato: per riconoscere l’altro in verità, l’unico sguardo lungimirante resta quello dell’accoglienza, oggi come a Betlemme duemila anni fa.

Ognuno di noi è ospite. Sin da quando nasciamo siamo ospitati dalla madre, dalla casa, dalla terra. Poi la nostra crescita ci porta ad accogliere una storia d’amore, dei figli. Quando un uomo si inchina di fronte ad un altro uomo, pur non conoscendolo ma riconoscendolo nel suo essere uomo noi realizziamo il Regno di Dio sulla Terra. E, attento, se non conosci Dio ma ami sinceramente il tuo prossimo, questa è una via che ti porta certamente a Dio!
Quando ci rifiutiamo di fare questo a causa della lingua diversa, del colore della pelle, del modo di vestire, del modo di credere o di comportarsi mettiamo le etichette e costruiamo i servizi.
Quello è tossico e va a Exodus, quello è senza tetto e va alla Casa della Carità, quello ha fame e va alla Caritas e così via... mentre nelle nostre case non c’è più, come un tempo, la cucina grande ed una tavola immensa al centro, di legno duro, con sopra pane, olio e vino capace di ospitare chiunque bussasse alla nostra porta. Oggi abbiamo degli angoli cottura ipertecnologici ed una mensola di formica che fa da tavolo. Organizziamo l’accoglienza per gli immigrati ma nel quotidiano siamo sempre meno capaci di ospitare gente dentro casa nostra.

Noi, attraverso la Famiglia, possiamo compiere una rivoluzione, trasformando le nostre case in avamposti, in luoghi aperti agli altri, in nidi caldi anche per chi quel calore non lo avverte più da anni e anni.

L’ospitalità, l’accoglienza, la condivisione della nostra vita con gli altri dobbiamo considerarla la beatitudine della Famiglia. L’ospitalità è per la famiglia il prerequisito della Comunione. La Famiglia fa la Comunione aprendo la propria casa e allungando la tavola e condividendo il pane.

Nel tentare di tracciare quindi un bilancio dell’anno che si sta concludendo le parole rischiano di essere opacizzate, rese fumose dall’emergere delle preoccupazioni pressanti che toccano tutti noi al pensiero del nuovo anno e delle previsioni che ne accompagnano l’inizio. Se come credenti, l’amore di Dio è il primo, il più “grande”, come cristiani l’amore e la preoccupazione per il prossimo e per quanti sono a noi affidati non è di ordine inferiore e perciò secondario, teniamoci per mano in questo tempo di bufera e insieme superiamo il guado. Mi ha colpito quanto ho letto in questi giorni in uno studio critico (Giorgio Pressburger, Studi su Italo Svevo, in “Avvenire” citato da A. Zuccari. 17/12/11. p.31) sul non-ottimismo di Italo Svevo. In Svevo, leggevo, la grande assente non è la fede ma la PROVVIDENZA. Quello che io temo, cari Fratelli e Sorelle, è che le prove che ci aspettano nel nuovo anno mettano a dura prova non tanto la fede di molti ma la fiducia e la capacità che la nostra gente ha più volte mostrato di abbandonarsi alla Divina Provvidenza, sperimentando il coraggio di andare avanti, di sostenersi a vicenda, di essere in comunione anche e soprattutto nel bisogno, di sorreggersi vicendevolmente superando rovine e disagi, di ricominciare a ricostruire. Con speranza la famiglia cristiana, la famiglia umana guardi avanti e superi il guado avendo nel cuore un’icona dell’anno che tra pochi minuti inizierà e un simbolo di fede.
L’icona mi è stata consegnata inconsapevolmente da una telefonata. Oggi mi ha chiamato una cara amica e parlando della difficoltà del momento presente mi ha detto: il simbolo di questo 2012 che si preannuncia difficile sia LA CAREZZA. Come emblema di premura e di tenerezza. La consegno a voi come l’emblema del 2012.
Quanto al simbolo di fede sapete che per ogni guado è necessario un bastone, l’unico bastone al quale appoggiarci è la croce, essa punta verso l’alto, sa di sofferenza ma preannuncia anche una Pasqua prossima ed una resurrezione certa. Non siete soli fratelli e sorelle, non siamo soli. Dio nel farsi uomo ci ha scelti, uno per uno, guardandoci negli occhi, uno per uno, e a Betlemme continua a farsi uomo. Per noi! Auguri di un anno vissuto nella fede, nella speranza e nella carità.

+Pietro Vittorelli
Arciabate e Ordinario di Montecassino