Il Paese affonda mentre il Governo e (l’inutile) Confindustria si concentrano sull’articolo 18

14 aprile 2012 0 Di redazione

di Max Latempa

L’abolizione dell’ articolo 18 interessa solo il 2% delle aziende italiane e solo il 15% dei lavoratori nel nostro paese.
Eppure da mesi Governo, Confindustria e sindacati sono impegnati in uno sfibrante confronto, come se si trattasse della chiave di volta per la risoluzione dei problemi dell’ Italia. Nel frattempo, migliaia di aziende con meno di 15 dipendenti, la spina dorsale dell’ Italia, sono lasciate alla deriva del proprio destino, strozzate da una crisi affrontata male, nell’ indifferenza delle istituzioni, quasi sempre causa diretta del male perchè incapaci di pagare beni e servizi nei tempi pattuiti.
Come mai, allora, Governo e parti sociali perdono tanto tempo su un argomento che, seppur risolto in qualunque direzione, non influenzerebbe in maniera decisiva le sorti dell’ economia italiana?
In un periodo in cui appare evidende che, decisioni e conseguenze di esse hanno sempre più una matrice sovranazionale e soprattutto non discrezionale da parte delle istituzioni nazionali, risulta chiaro che Governo, Confindustria e sindacati stanno combattendo una battaglia per affermare innanzitutto la propria esistenza. Non importa quale sia il tema, ma le parti si stanno affrontando con i criteri degli anni settanta ed ottanta: la contrapposizione dimostra innanzitutto che esisto. Se esisto allora posso conservare apparati e sfere d’ influenza che, ormai seppur inutili, sono “conquiste” irrinunciabili. E lucrose.
Il Governo aveva necessità di aprire una battaglia sociale per distrarre gli italiani dalle gravi manovre fiscali che si stanno abbattendo sulle nostre teste. Toccare l’articolo 18 è come fare un fallo a Zidane. La reazione è sicura. I sindacati non aspettavano altro, pronti a mettersi di nuovo alla testa di frotte di lavoratori minacciati gravemente dal rischio licenziamento facile. Come se nel resto della nazione i lavoratori non vengano già licenziati a migliaia tutti i giorni con o senza giusta causa: la crisi.
La Confindustria ormai non è né carne né pesce. Non sa se difendere le aziende o le multinazionali. Le prime sono talmente messe male che hanno la necessità prioritaria che si parli dei loro veri problemi. Le seconde sono le uniche interessate all’ abolizione dell’ articolo 18, così potranno delocalizzare ancora più velocemente senza tutte quelle rogne degli operai sui tetti o degli scioperi della fame. Altre, come la Omsa e la Stock, hanno delocalizzato a prescindere, fregandosene di tutto e di tutti. A scanso di equivoci, la Fiat, la più grande azienda italiana (ormai multinazionale vera), è uscita da Confindustria perché non si sente più rappresentata. E Confindustria senza Fiat è come il Barcellona senza Messi.
In questo quadro desolante appare chiaro che gli attori del teatrino stanno solo recitando bene l’ unica parte che sanno a memoria: fregare la gente, cioè i lavoratori.
Invece dovrebbero fare il proprio compito, quello per il quale hanno ragione di esistere nell’ immaginario collettivo.
Il Governo dovrebbe affrontare la crisi con politiche di vera crescita. Innanzitutto pagando i propri debiti velocemente, così come esso stesso chiede ai contribuenti per le tasse e l’iva. Poi facendo leggi che evitino l’ esodo delle aziende con la delocalizzazione. Su questo paghiamo anni di inettitudine, assenze e tangenti dei nostri politici in Europa. In questi anni la Germania si è costruita un’ Europa su misura per le proprie aziende favorendo la delocalizzazione ad est di quelle più sottoposte alla concorrenza cinese e mantenendo in patria quelle ad alta tecnologia, capaci di vendere in Asia senza problemi di concorrenza. In cambio la Cina ha avuto mano libera in Europa, con i suoi prodotti a basso costo. E gli Italiani lo stanno scoprendo solo ora. Gli europarlamentari italiani non hanno mai opposto alcuna resistenza. Mario Monti era addirittura uno di quelli che prendeva le decisioni nella Commissione. Chi aveva interesse ad aprire l’ Ue ad est?
Oggi ci troviamo due operai che svolgono lo stesso lavoro: costruire la Fiat Panda. Uno lo fa in Polonia a 600 euro al mese. L’ altro a Pomigliano a 1.200. In questo modo il futuro di Pomigliano, Cassino e Mirafiori è bello che segnato.
I sindacati dovrebbero rivolgere le proprie lagnanze a Bruxelles. E’ lì che si decidono le sorti dell’ industria italiana. Invece che fare il primo maggio a Piazza San Giovanni a Roma, lo andassero a fare nella capitale belga. Insieme a tutti gli altri sindacati europei. Con milioni e milioni di lavoratori assedianti gli uffici della commissione. Per la difesa di tutti i posti di lavoro.
La Confindustria decidesse finalmente cosa fare: difendere il Made in Italy o continuare a gestire la delocalizzazione silenziosa, come ha fatto la Marcegaglia in questi anni con le sue aziende?
Non c’è più tempo, signori.