Prc-Cassino: la sanità pubblica non si tocca

10 aprile 2013 0 Di redazionecassino1

            Il sistema sanitario italiano che finora è stato invidiato da buona parte del resto del mondo rischia di diventare un sistema che fa acqua da tutte le parti. Chiusure di Ospedali, riduzione di posti letto, accorpamenti e spostamenti di reparto. Gli ospedali rimasti attivi sono intasati da interminabili code ai Pronti Soccorso, reparti sempre più affollati, tempi di attesa per esami diagnostici sempre più lunghi. Il risparmio ricavato dalle controriforme dove è andato a finire? Il personale recuperato dagli ospedali chiusi? Per riparare alla carenza del personale si chiede agli stessi di fare tantissime ore di straordinario appesantendo il carico di lavoro a discapita della qualità del servizio. A Pontecorvo il Pronto Soccorso è passato da 24H a 12H. Occorre invertire la rotta a partire da una razionalizzazione delle spese e di uniformazione degli standard qualitativa e dei costi nelle varie regioni. In Europa la media della spesa sanitaria è del 9% rispetto al PIL , in Italia è del 7,1%. Quindi non è vero che spendiamo più degli altri paesi semmai il contrario. Occorre invece andare a colpire il clientelismo, le infiltrazioni mafiose, corruzione e approssimativismo amministrativo invece di subire tagli lineari. Perché non si dice che l’Eurispes ha calcolato che la riduzione di un solo 10% degli incidenti sul lavoro comporterebbe un risparmio di 4,4 miliardi? E che un omologo risparmio potrebbe essere ottenuto tutelando l’ambiente e la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini (Ilva docet), attraverso la  diminuzione delle spese derivanti dalle cure necessarie alle malattie da inquinanti atmosferici (spese che ci vedono classificati fra i primi in Europa). Perché non si riconosce che questo risultato potrebbe essere ottenuto semplicemente incrementando il numero di ispettori a disposizione dei Dipartimenti di prevenzione.
E a proposito di sprechi, che dire degli innumerevoli primariati inutili che ci sono in Italia? Nel Lazio sono 1600! Degli accreditamenti e delle convenzioni fasulle che contribuirono a far dilapidare, nella stessa regione, alla giunta Storace oltre 10 miliardi, inaugurando lo spaventoso disavanzo della regione più in rosso d’Italia; dei prezzi manicomialmente diversi dei presidi medici nelle varie regioni; del fatto che si spende un miliardo l’anno solo per la prescrizione degli inibitori dell’acidità gastrica; dei costi pazzeschi della medicina difensiva e cioè di quegli esami inutili prescritti dai medici esclusivamente per tutelarsi da eventuali azioni legali. Ma ancora come si fa a non tener conto dei 15 miliardi spesi per i cacciabombardieri F 35 e dei 60 miliardi che ogni anno vanno persi in corruzione. E’ chiaro che l’elenco potrebbe allungarsi all’infinito e che quindi esiste la possibilitàattraverso una razionalizzazione nemmeno troppo sofisticata delle spese inutili dannose e persino anticostituzionali, di ottenere straordinari risparmi.

            Ma l’attacco al servizio sanitario nazionale parte da lontano. al totale fallimento di quel processo di aziendalizzazione della sanità che con i decreti 501, 517 e 229 negli anni Novanta fecero a pezzi la splendida riforma 833 del 1978. L’insieme di questi decreti trasformò la salute in merce, impose le regole del marketing e dell’impresa, quelle della politica clientelare e della corruzione.  Le aziende sanitarie sono state trasformate in monarchie assolute dove i direttori generali venivano nominati direttamente dalla politica e ad essa rimanevano legati a catena. Qualsiasi controllo democratico dal basso veniva cancellato. Il foraggiamento dell’impresa privata e l’esternalizzazione dei servizi, piuttosto che l’eccezione, divenivano la norma. La sanità territoriale distrutta e l’attenzione rivolta (male) solo agli ospedali. In pochi anni oltre 35 miliardi di tagli e 45 mila posti letto in meno. Per arrivare al fatidico rapporto di 3, 7 posti letto ogni 1000 abitanti, quando questo rapporto è di 5  nella media europea. Insomma un mix perverso di iperliberismo, clientelismo politico e corruzione da anni sta ammazzando la Sanità pubblica. Ma se ci limitassimo a questa analisi non faremmo ancora un buon servizio alla causa di una vera e propria rinascita del SSN. Occorre ritrovare lo spazio politico per gridare ad alta voce le cose urgenti da fare a partire da

1) Attingere ai principi di una Sanità pubblica universalistica e solidale. Dire basta alla devastazione dei tagli lineari. Ridurre i tickets (9 milioni e mezzo di persone hanno smesso di curarsi perché non arrivano a sostenerne il costo).
2) Invertire la logica dell’aziendalizzazione che ha portato alla rovina il SSN. Liberare le  aziende sanitarie dalle logiche politicistiche. Combattere il dilagare della corruzione e delle infiltrazioni mafiose.
3) Istituire un albo nazionale a cui attingere per la nomina dei direttori generali. Sottoporre a controllo pubblico l’accreditamento delle strutture private. Centralizzare e rendere vincolanti i tariffari.
4) Rivedere una visione della sanità centrata esclusivamente sull’ospedale. Sviluppare l’Assistenza domiciliare in alternativa ai ricoveri evitabili. Riportare il fondo per la non autosufficienza a 500 milioni e prevederne un progressivo incremento a 1.500 milioni.
5) Rilanciare la Sanità territoriale (prevenzione, cure primarie e riabilitazione) e l’integrazione  socio-sanitaria. Arrestare il taglio dei posti letto, adeguandone il numero agli standard europei. Abbattere  le liste di attesa, introducendo il principio dell’appropriatezza prescrittiva e limitando la pratica dell’intramoenia.
6) Rifondare fin dalla formazione universitaria la figura del medico, affermando una cultura unitaria che avversi le divisioni più esasperate del sapere e del fare, e riconosca la centralità dell’uomo e della donna nella loro indivisibile complessità.
Non resta che dare gambe a queste proposte per tenere lontane le mani di chi da destra e da sinistra vuole affossare la Sanità pubblica a partire dal governo regionale per fissare i livelli minimi di assistenza sanitaria.