pubblicato il11 novembre 2015 alle 22:33

Froda et Labora a Montecassino, lo scandalo del 191° Dominus abbatte la “Regula”

Cassino – Come ha detto papa Pio XII nell’enciclica Fulgens radiatur, Benedetto sembra “non tanto portare in Occidente dall’Oriente le regole della vita monastica, quanto adattarle e proporzionarle genialmente alle inclinazioni, alle necessità, alle condizioni delle popolazioni dell’Italia e di tutta l’Europa”. Ed oggi, dopo aver letto queste parole di Papa Pio XII, ci tocca prendere atto che le ” inclinazioni, le necessità e le condizioni” dei contemporanei sarebbero state talmente travisate da portare, a quanto precisa la magistratura, il 191° abate di Montecassino, già DOM Pietro Vittorelli, a beffarsi non solo dello spirito Benedettino ma dell’intera comunità.

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Di certo la scelta dell’allora Abate di fregiarsi del titolo di Dom, ovvero DOMINUS (Signore temporale), ci lasciava supporre che un briciolo di feudalesimo non di certo pauperista si stava riavvicinando al cospetto del sepolcro di San Benedetto. Negli anni di principato indiscusso abbiamo visto sorgere un enorme e monumentale scalone che si affaccia sulla terra di San Benedetto. Dove, nei piani di ricostruzione, non avevano potuto gli ingegneri o gli abati, lì Pietro Vittorelli era riuscito: cambiare l’aspetto fisico del Monastero.

montecassino

E così pare vederlo, come un novello satrapo, affacciarsi sulla valle da un terrazzo di pietre e marmo. Mentre tutto ciò accadeva, mentre la sacra terra del monastero cambiava corso e forma veniva meno la REGULA MONACHORUM, quella regola che in modo indiscutibile dice al Capitolo 33 che i monaci (e l’abate è un monaco scelto dal capitolo dei monaci come padre) non possono ” avere alcunché di proprio, nulla nel modo più assoluto: né libro, né tavolette, né stilo, proprio niente insomma; dal momento che ai monaci non è lecito disporre nemmeno del proprio corpo e della propria volontà”.

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Così, se quanto precisato dalle fonti giornalistiche in queste ore fosse completamente reale, dovremmo innanzitutto arrivare alla convinzione che un uomo solo al comando aveva deciso di uccidere nel modo più scellerato ed egoistico l’idea, la forza e lo spirito di un uomo di Norcia del sesto secolo che, in una primigenia solitudine, aveva stabilito l’ossatura stessa dell’Italia e dell’Europa intera. San Benedetto, protettore dei restauratori, provvide con un miracolo a riparare una semplice ciotola frantumata in mille pezzi. Questo racconto, ricordato da Papa Gregorio Magno, ci suggerisce l’intenzione stessa del monachesimo Benedettino, quello vero e sincero che mai avrebbe frodato l’uomo facendo della parsimonia e del rispetto dei beni materiali uno dei propri pilastri. Ogni Monastero Benedettino, gestito da Padri Abati coerenti alla regola segue gli esempi di San Benedetto e mai ne traviserebbe la sostanza perchè “Ciò che si coglie con immediatezza è la profonda umanità di cui è pervasa la Regola, che è prima testimonianza non solo della conoscenza che Benedetto aveva della natura umana, dei suoi limiti e delle sue debolezze, ma anche della delicatezza del suo spirito, che, diretta dalla carità, lo porta alla comprensione, generosa e prudente, anche se ferma e decisa, della necessità dei suoi figli. Uomo di preghiera, favorito da singolari doni dello Spirito, Benedetto fu un contemplativo che viveva come immerso nel divino; eppure la sua anima restava sempre in contatto d’amore con i deboli e con i miseri; sapeva chinarsi sulla povertà dei suoi figli con tenerezza e con un’accondiscendenza paziente e affettuosa” (introduzione a San Gregorio Magno, Benedetto da Norcia, Tipografia Editrice Santa Scolastica, 1980, p. 28).

GrEg

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