pubblicato il29 agosto 2016 alle 20:52

Terremoto – “Così abbiamo salvato Giulia”. Parla il primo pompiere arrivato ad Amatrice dopo il sisma

AmatriceHa estratto dalle macerie una bambina e di lei sa solamente che si chiama Giulia, che ha circa sette anni, e che sta bene. Tanto basta a Mauro D’Angeli, vigile del fuoco coordinatore in servizio presso il comando provinciale di Rieti. La sua squadra è stata la prima ad arrivare ad Amatrice sul lato del campo sportivo.
“Quando siamo arrivati era tutto buio e i fari del camion hanno illuminato una scena raccapricciante. Era tutto crollato e la gente ci è venuta incontro indicandoci più punti dove c’erano feriti e persone sepolte dalle macerie”. Alle 3.36, Mauro era a casa sua, fuori servizio. Svegliato dalla scossa, ha capito che qualcosa di grave era accaduto quando al centralino dei vigili le linee erano occupate. Non ha perso tempo, quindi, e ha raggiunto il comando contemporaneamente ad altri suoi quattro colleghi che hanno avuto la stessa intuizione. Formata la quadra, quindi, sono partiti diretti nella zona dell’epicentro senza sapere cosa avremmo trovato. Guidati dalla gente ci siamo avvicinati alle macerie e oltre alle persone ferite, alcune delle quali si erano liberate da sole, si sentivano grida e lamenti da sotto i cumuli di pietra. Ci siamo divisi in due squadre rinforzati da alcuni civili e abbiamo cominciato a rimuovere con le mani, pietre e travi.
Non appena liberata una persona, ferita ma viva, altri ci chiamavano gridando che sotto un altro cumulo si sentiva la voce di una bambina che chiedeva aiuto. Non so che ora potesse essere. Abbiamo completamente perso la cognizione del tempo. Era però ormai giorno. Abbiamo rimosso pietra su pietra guidati da quella voce. Al soccorso partecipava un uomo che la conosceva. Mi ha detto che si chiamava Giulia. La chiamava di tanto in tanto per rassicurarci che fosse viva, ma anche per guidarci nell’operazione di scavo. L’obiettivo era raggiungere quella voce. Cercavamo però di non stancarla immaginando che potesse avere problemi respiratori. Non so quanto tempo abbiamo impiegato per raggiungerla. Però ad un certo punto si è aperto un varco e l’ho vista. Lei era a pancia di sotto, forse con gli occhio chiusi. L’ho chiamata e le ho chiesto mentre finivamo di aprire il varco, se avesse problemi alle gambe, se poteva muoversi o se aveva dolori. Non aveva problemi evidenti. Le si era creata una piccola cupola attorno. Non so cosa sostenesse tutto il peso delle macerie. A volte basta una trave che cade e invece di uccidere, rimane appoggiata ad un comodino, un mobile e fa da sostegno a tutto quello che gli viene dietro. La piccola ha avuto lo spazio appena sufficiente per girarsi e lasciarsi prendere in braccio. Era nel suo lettino con il pigiama.
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L’ho stretta e tenuta fino a quando non l’ho lasciata alle braccia del padre”. Momenti forti, difficili. “E’ difficile da spiegare cosa accade in quei momenti. Durante l’intervento, la pressione e le emozioni vanno gestite altrimenti non si lavora”. Subito dopo aver salvato la piccola, Mauro e i suoi colleghi hanno nuovamente raggiunto la prima squadra e insieme hanno estratto vivo un uomo. “Tre persone le abbiamo estratte vive ed è ciò che ricordi in quei momenti. Il numero di chi non ce l’ha fatta è maggiore, e si cerca di dimenticarlo per continuare a lavorare e sperare di salvare altre vite”.

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