CORONAVIRUS LECCE. La fotografia urbana nel silenzio della pandemia

CORONAVIRUS LECCE. La fotografia urbana nel silenzio della pandemia

17 Marzo 2020 Off Di Dante Sacco

Un viaggio fotografico urbano che sfida il silenzio e l’apnea della pandemia. L’urgenza, intima e propria di chi scrive, di assicurare su fotografia un evento storico e inumano. L’approccio alla città di Lecce è routine, un percorso noto e reiterato; si parcheggia, ci si ferma, una sigaretta e apnea ancora. Manca il caffè, manca lo sguardo veloce al quotidiano. Manca il brusio, mancano le maledizioni e le risate, il buongiorno e il bicchiere d’acqua.

Foto Dante Sacco

In città si entra dalla Porta Rudiae, si sospende il fuori e si è dentro. In questo tempo che viviamo la fotografia diventa vorace. Un incontro tra antropologia umana, fotografia e flânerie. Un’idea, certamente comune, di raccontare lo spazio urbano di una città, senza però averne sceneggiatura e attori, vagando senza meta prefissata, vagliando anche le facciate più marginali, scrutando e fotografando dati secondari e inconsueti in cerca dell’anomalia, dell’imperfezione. E, in questo racconto personale, Italo Calvino è il solo compagno dell’attraversamento, nella disumanità del momento, con quelle descrizioni scritte e memorizzate nel romanzo Le Città invisibili, pubblicato nel novembre 1982, che un’altra volta ci svela la capacità letteraria di Calvino di divorare i sintomi dei tempi e di preavvisare un verosimile futuro che oggi si fa sempre più presente.

Foto Dante Sacco

La realtà perde la sua materialità e diventa fluida o semplicemente mentale, si realizza nelle frasi di Marco Polo di nuovo prese dal romanzo: “Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. E allora oggi cosa è Lecce? Pare Sofronia dopo il lavoro dei manovali. Pare una mezza città intenta a contare i secondi, i giorni, le settimane. Ora è in sospensione mentre un cane aspetta il prossimo che gli venga a lanciar la palla. Il gioco, nel Paese dei Balocchi, è cosa seria e lui, saggio spensierato, aspetta.

Un immaginario Davide sfida Golia; in vece della fionda agita una lancia che emette acqua polverizzata e disinfettante. È solo, sfida il gigante, non si sente eroe ma ci trasmette una pulita complicità.

 

Foto Dante Sacco

Foto Dante Sacco

Così è Lecce, una risposta ad una domanda talmente assurda da farsi del tutto Sofronia. “La città di Sofronia si compone di due mezze città. In una c’è il grande ottovolante dalle ripide gobbe, la giostra con raggiera di catene, la ruota delle gabbie girevoli, il pozzo della morte coi motociclisti a testa in giù, la cupola del circo col grappolo dei trapezi che pende in mezzo.

Foto Dante Sacco

L’altra mezza città è di pietra e marmo e cemento, con la banca, gli opifici, i palazzi, il mattatoio, la scuola e tutto il resto. Una delle mezze città è fissa, l’altra è provvisoria e quando il tempo della sua sosta è finito la schiodano e la portano via, per trapiantarla nei terreni vaghi d’un’altra mezza città. Così ogni anno arriva il giorno in cui i manovali staccano i frontoni di marmo, calano i muri di pietra, i piloni di cemento, smontano il ministero, il monumento, i doks, la raffineria di petrolio, l’ospedale, li caricano sui rimorchi, per seguire di piazza in piazza l’itinerario d’ogni anno. Qui resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre, con il grido sospeso dalla navicella dell’ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera ricominci.” (di Italo Calvino, Le città Invisibili).

In questa giornata di vite sospese e convergenze parallele interrotte, i muri continuano a raccontare le anomalie a lanciar segnali. O meramente gli occhi di chi fotografa leggono simboli coerenti col proprio vocabolario e li scioglie in una grammatica che pare essere fasciame di barca nel naufragio. Di tutto ciò restan parole segnanti che preferiscono non disperdersi in ricordi e confusioni future. Non ci resta che ringraziare, in modo inaspettato e paradossale, anche il poco educato epigrafista moderno, e forse anarchico, che con grafia timorosa e laica strafottenza scrive che “luce(v)an le stelle”; ricordandoci che in mente e cuor suo ognuno di noi oggi direbbe: “non ho amato mai tanto la vita! Tanto la vita!”

(progetto COVID-19#Lecce,13.03.2020. info: saccodante@libero.it; INSTAGRAM: summaocre_dante_sacco79)

Foto Dante Sacco

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 Dante Sacco
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