pubblicato il14 novembre 2013 alle 19:26

Lomardia ed Emilia le “regine” della vivisezione

Da Aidaa riceviamo e pubblichiamo:
Sono la Lombardia e l’Emilia Romagna le regioni ad avere il discutibile titolo di “regine della vivisezione”in Italia. Infatti secondo gli ultimi dati disponibili relativi alla vivisezione in Italia pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale numero 53 del 3 marzo 2010 in Lombardia esistono ben siti dove si pratica la vivisezione e la sperimentazione animale, subito dopo viene la regione Emilia Romagna con 99 siti, a seguire Lazio (62) e Toscana (55) a quella data solo la Valle d’Aosta e la provincia di Bolzano (Alto Adige) non avevano strutture dove si praticava la tortura sugli animali. I siti presi in considerazione da questa classifica degli orrori sono: industrie chimiche, industrie farmaceutiche, laboratori ospedalieri, università ed istituti pubblici. Venendo ai numeri: gli animali utilizzati (torturati ed uccisi per la vivisezione) nel periodo 2007-2009 sono stati 2.603.671 di questi le razze maggiormente utilizzate sono i topi (1.648.314) e ratti (682.925), seguono uccelli (97.248), altri roditori e conigli (73.362), pesci (59.881): animali largamente impiegati a causa del loro basso costo e perché facilmente maneggiabili. E’ in aumento il ricorso alle scimmie (con una “preferenza” per i macachi). I primati non umani, come anche i cani, sono utilizzati per esperimenti fortemente invasivi che comportano alti e prolungati livelli di dolore: studi di tossicità e indagini legate a problematiche nervose e mentali umane e cancro. Oltre 1.500 cani, in gran parte della razza beagle, muoiono ogni anno nei laboratori italiani e questo avviene anche con la nuova legge sulla vivisezione e nonostante il divieto di allevare in Italia cani, gatti e primati destinati alla vivisezione. “Vogliamo che sia chiaro- ci dice Lorenzo Croce- che nulla è cambiato se non una leggera diminuzione degli animali utilizzati e che la tanto sbandierata nuova legge sulla vivisezione che ha avuto il plauso di molti animalisti continua a mietere circa 900.000 vittime l’anno e nemmeno una ne viene salvata dal decreto Brambilla su Green Hill che proibisce di allevare in Italia questi animali ma non di importali, se si voleva davvero combattere la vivisezione basta proibire l’importazione degli animali e questa sarebbe crollata in pochissimo tempo, invece si è voluto fare altro, sapendo che non sarebbe cambiato nulla”.

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