Rowan Williams a Montecassino, l’omelia dell’abate

12 marzo 2012 1 Di admin

Vostra Grazia,
Signori Rappresentanti della Comunione Anglicana nostri fratelli e amici, fratelli e sorelle,
Ancora un’ora carica di significato, di senso e di storia. Dio ci chiama a vivere in questa preghiera comune con i nostri fratelli e sorelle anglicani raccolti intorno alla tomba di S. Benedetto, santo che come S. Edoardo il Confessore, non conobbe la ferita della divisione. Noi benché feriti, conserviamo viva la speranza, concreta la volontà, forte la perseveranza, audace la preghiera. Mentre disponiamo i nostri cuori all’incontro, mentre scrutiamo con perplessità le difficoltà che affannano le nostre Chiese, con ferma fiducia eleviamo lo sguardo a Dio e gridiamo a lui, all’Uno e Indivisibile Dio, il nostro desiderio di comunione profonda, il nostro desiderio di pace che si rispecchia nel sorriso dell’accoglienza e della ospitalità reciproche.
Animati e orientati dalla Parola di Dio confessiamo con mansuetudine la sua misericordia, la sua compagnia sulle strade di una Europa smarrita, a tratti confusa ed agitata eppure così ancora pregna dello Spirito di Dio. Lo spirito delle Beatitudini sembra a tratti infrangersi e sparire in una deriva che vede l’Europa affrontare una crisi grave. Jaques Delors, che fu Presidente della Commissione Europea dal 1985 al 1995, ricevendo il conferimento del Dottorato honoris causa all’Institut Catholique di Parigi, e che qui a Montecassino ricevette nel 1988 il Premio Fiuggi, ha detto: “Stiamo vivendo la fine o la metamorfosi di una grande idea attraverso il ritorno in Europa della politica degli stati…? O questo progetto ha ancora tutta la sua pertinenza, perché corrisponde alle esigenze della storia e della globalizzazione, e anche perché nasconde un supplemento di anima che trascende le attività umane?”. Prosegue infine affermando che i concetti che devono sostenere ancora oggi l’Europa sono il perdono e la promessa. “Il perdono, che non è oblio, perché senza memoria non si può concepire né costruire un avvenire. La promessa, perché l’altro, dopo i suoi crimini non sprofondi nella disperazione e nel desiderio di vendetta.”
Oggi siamo qui proprio a riaffermare nell’amicizia e nel dialogo tra le nostre chiese il desiderio di migliorare la nostra testimonianza, la nostra comunione. A dire che le nostre chiese non si tirano indietro nel dovere di accompagnare la donna e l’uomo contemporaneo in questo esodo, nel cammino di eterno cambiamento esplicitato nella simbolica attualizzante del tempo quaresimale. Quella metanoia dall’uomo vecchio all’uomo nuovo delle Beatitudini, in Cristo Risorto. Con fermezza e con dolcezza noi cristiani affermiamo con mansueta empatia per i popoli europei e mondiali: beati i poveri, beati gli afflitti, i miti, gli affamati di giustizia, i misericordiosi, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia. Lo affermiamo con la consapevolezza di esprimerci in un pluralismo sospettoso e guardingo ma con la fiducia che proviene dalla fede in Gesù il Cristo, Figlio morto e risorto di Dio Padre. Con la fiducia in una persona viva e vera che ha lasciato tanto efficace il segno della sua presenza da far affermare a Mons. Dalloz: “Una vera dimensione spirituale non è, oggi più di ieri, una questione di grandi parole e di grandi sentimenti. Se lo spirituale è in sé carnale, bisogna che anche il carnale sia in qualche modo spirituale”. È così cari Fratelli e Sorelle Anglicani che insieme a voi e con voi andiamo disvelando per i contemporanei il volto di Cristo che, anche nascosto nel carnale lascia sempre intravedere la luce della sua bellezza, la forza della sua vita, il fragore del suo passaggio. Come ha detto il Card. Mauro Piacenza, Prefetto della Congregazione per il Clero, nella prolusione ai corsi di teologia dell’Università cattolica del Sacro Cuore a Milano il 7 marzo scorso: “Paradossalmente, è proprio questo amore smisurato per Dio che si è fatto uomo, che porta la Chiesa ad amare appassionatamente ogni uomo. Anche chi non è cristiano, anche chi non fosse credente, è amato dalla Chiesa perché uomo, perché la Chiesa, comunità dei salvati da Cristo, fa autentica esperienza di liberazione e si spende, concretamente, in ogni parte del mondo, perché la libertà e la dignità, che ne è parte integrante e sostanziale, siano riconosciute a ciascuno… Una ragione che fa riconoscere innanzitutto la datità della vita e, quindi, il suo ineliminabile legame con Dio, e che, perciò, non mi fa appena tollerare l’altro, ma, molto più umanamente, lo fa rispettare e, cristianamente, lo fa amare”.
Cari Fratelli e Sorelle, è proprio questo amore che ci spinge a tenere vivo il dialogo ecumenico tra le nostre chiese, una vivacità che non ignora le difficoltà e le tensioni ma che tutto spera dall’Unico e Indivisibile Dio, una unità che la tradizione monastica ha sempre ricercato in quel solco naturale della preghiera incessante che dai cori monastici sale a Dio come pegno di salvezza, di vita, di comunione. Una unità gridata al cielo con la responsabilità dell’ “Ut unum sint”. Una responsabilità avvertita come impegno al dialogo soprattutto in questa crisi dell’Occidente cristiano che sollecita l’Europa ad essere fedele al meglio di se stessa come proponeva Vaclav Havel, scrittore, drammaturgo e primo Presidente della Repubblica Ceca, scomparso lo scorso dicembre: “La missione dell’Europa non è più e non sarà mai più quella di governare il mondo, né quella di diffondervi con la forza la sua rappresentazione della felicità e del bene, né quella di inculcargli la sua cultura, e neppure quella di dargli delle lezioni. L’unica missione pertinente è quella di essere il meglio possibile sé stessa, cioè di risuscitare e proiettare nella sua vita le sue tradizioni spirituali migliori, e così contribuire a creare un nuovo modo di coesistenza a livello mondiale”.
S. Benedetto che qui riposa da ormai quindici secoli, incarna con la sua vita e insegna ai suoi figli e ad ogni discepolo con la sua Regola, l’esigenza del rinascere e del cambiare nella conformazione continua al Signore. “Chiunque tu sia …che ti accingi a servire il vero Re Cristo Signore…” apre così la sua Regola dando sempre e a ciascuno la possibilità di ricominciare: ricominciare dalla propria vita, dalla propria volontà, dalla propria retta coscienza, dalla propria bontà, dalla propria solidarietà, dal proprio servizio, dalla propria missione.
Noi oggi siamo ancora qui per ricominciare dalla nostra volontà di comunione, dal nostro sentimento di reciproca accoglienza ed ospitalità.
È per questo motivo che desidero concludere rivolgendo un cordialissimo ringraziamento a Sua Grazia il dr. Rowan Williams Arcivescovo di Canterbury e Primate della Comunione Anglicana per aver accettato il mio invito a Montecassino, in questa Casa di S. Benedetto e a pieno titolo Casa d’Europa. La Sua presenza ci onora e, mentre rivolgiamo il nostro comune pensiero al Santo Padre Benedetto XVI con il quale, nell’incontro di sabato scorso, ha già potuto gustare la gioia dell’amicizia, desideriamo ora ascoltare la sua parola perché il nostro dialogo sia pieno ed efficace. Nell’accogliere Benedetto XVI nell’Abbazia di Westminster il 17 settembre 2010 Ella volle ricordare il ruolo di S. Gregorio Magno del quale oggi, eccezionalmente, celebriamo il pio Transito nella data tradizionale, e dei monaci benedettini nella evangelizzazione del Regno Unito e di questo La ringrazio. Oggi sulla tomba di Benedetto rinnoviamo i nostri voti di pace e di amicizia mentre “con gioia di soprannaturale desiderio” (Regola di s. Benedetto, 49) attendiamo la santa Pasqua.
Pietro Vittorelli
Abate di Montecassino
Foto Alberto Ceccon