La Direzione Investigativa Antimafia di Napoli confisca beni per un valore di 1,5 milioni di euro ad esponente dei Casalesi

4 febbraio 2013 0 Di admin

Nella mattinata odierna, personale della D.I.A. di Napoli, ha proceduto all’esecuzione di un provvedimento di confisca emesso dalla Seconda Sezione Penale del Tribunale di S.Maria C.V. divenuto irrevocabile in data 02.11.2012 nei confronti di ANDOLFI Arianna, nata a Napoli il 12.01.1977, moglie del collaboratore di giustizia AMATRUDI Massimo.
L’oggetto della confisca è costituito da un terreno ubicato in Giugliano in Campania, C.da Palmentiello, sul quale è stato realizzato un fabbricato abusivo composto da n. 6 appartamenti della superfice di circa 160 mq cadauno, comprensivo di cortile circostante ed altre pertinenze, dal valore complessivo di circa di 1.500.000 euro, beni riconducibili allo stesso AMATRUDI.
AMATRUDI Massimo, già affiliato al clan dei casalesi fazione Bidognetti, è stato poi organico al gruppo criminale facente capo a SETOLA Giuseppe promotore dell’ala stragista del clan attiva dal 2008 al 2009. Trasferitosi da anni nel territorio di Giugliano in Campania, fungeva, tra l’altro, da trait d’union con il clan MALLARDO.
Il suddetto provvedimento rappresenta la conclusione di un iter processuale che trae origine dalle indagini coordinate dalla Direzione Distrattuale Antimafia di Napoli che hanno portato, nel corso di questi ultimi anni, a condanne complessive per l’intero gruppo SETOLA a più di 300 anni di reclusione e numerosi ergastoli ed a numerosi provvedimenti di sequestro preventivo su beni riconducibili al clan dei casalesi, tra cui la palazzina oggi definitivamente sottoposta a confisca.
Quest’ultima, nel periodo in cui i gruppo stragista casalese imperversava tra le Province di Caserta e Napoli, è stata un vero e proprio quartier generale della pericolosissima e spietata banda criminale. Al suo interno vi si svolgevano importantissime riunioni operative mentre nei box venivano condotte le vittime delle estorsioni le quali, prelevate con la forza sui luoghi di lavoro, venivano incappucciate o bendate e lì trasportate e sottoposte ad ore di minacce e di violenze.
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