pubblicato il16 marzo 2016 alle 19:14

Svic a Cassino, la ex fabbrica di vernici abitata da decine di immigrati

Cassino – Non tutti gli immigrati vivono in alberghi o residence come spesso si racconta, molti altri vivono in luoghi di fortuna ben oltre la soglia dell’indecenza. Le immagini proposte non arrivano da qualche angolo di miseria dell’Africa, ma da Cassino, a pochi chilometri dal centro urbano. È la Svic, la fabbrica in via Varlese, in cui un tempo venivano prodotte e commercializzate vernici, è diventato una fabbrica dormitorio nonostante le forze dell’ordine avessero sottoposto a sequestro giudiziario l’intero perimetro perché altamente inquinato da scarti della produzione chimica di vernici e solventi.

I sigilli, da soli, non sono bastati a sanare quella che è stata definita una bomba ecologica. La struttura finita nelle more di una vendita fallimentare, sembrava destinata a diventare nuovamente un opificio, forse una falegnameria. In attesa che ciò avvenga, è diventato da anni, ricovero di fortuna di immigrati stranieri, in larga parte di colore, quasi certamente africani. Da indicazioni anche dei residenti sembrano siano non meno di una ventina di persone. Del resto, un rapido giro nella “casa”, da l’idea della famiglia numerosa che ospita anche dal numero di scarpe.

Non solo; la presenza di un cavallo a dondolo e altri giocattoli, mostrano che lì, vivono anche bambini. Si tratta di due strutture alle quali si accede attraverso uno stesso cancello lasciato aperto. La prima è costituita da quelli che un tempo erano uffici. È lì che si sono sistemati il maggior numero di persone. Si riconosce una stufa a gas, un bagno, dei ripiani, tante scarpe e i giacigli in penombra. Entriamo nella tarda mattinata quando i “padroni di casa” sono fuori a lavorare, ai semafori o agli ingressi dei supermercati. Chi si fosse mai chiesto dove vive questa gente, ecco la risposta. Al di fuori, in un piazzale che sta tra quelli che erano gli uffici e quelli che erano i laboratori di produzione, sono ammassati centinaia di secchi di vernice. A farla da padrone sono i rovi e i cespugli di spine che nel riappropriarsi dell’area, la nascondono da occhi indiscreti. In alcuni casi solamente gettandovi sopra delle palanche di legno si riesce a superarle per accedere agli ex laboratori, ma vivere lì, anche per una sola notte, significa sfidare, nel migliore dei casi, topi e serpenti.

Il vicinato guarda con sospetto ma sembra che la convivenza sia pacifica. “Mi è capitato di chiamar le forze dell’ordine – dice uno di loro – solamente in un paio di circostanze quando hanno acceso dei fuochi all’aperto. Lì dentro ci sono molti materiali cartacei e plastici e il rischio di un incendio è altissimo. Devo dire che non abbiamo problemi di furti o non danno particolare fastidio. Si vedono a volte movimenti di auto, di gente che va e viene, ma nessun problema particolare”.

Sicuramente povera gente, ma è d’obbligo porsi dei quesiti; uno su tutti: le forze dell’ordine sono al corrente di chi vive in questi luoghi? Il dubbio è che tra queste persone ve ne siano molte non censite, la cui presenza in Italia non è nota. Ciò, purtroppo, apre spiragli alla paura più grande del nostro tempo che si chiama terrorismo. A questo aggiungiamo che il cassinate è pieno di strutture industriali dismesse che sono nelle condizioni della Svic. Possiamo solamente immaginare quanti altri ignoti disperati vi trovano rifugio.
Ermanno Amedei

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