pubblicato il30 agosto 2016 alle 20:15

Terremoto, il coraggio di non ricostruire ma di imparare a salvaguardare prima del sisma

E di colpo è archeologia. Il terremoto che è tornato di prepotenza nell’appennino sabino ha fermato il tempo ed ha portato con sé le speranze del risveglio di centinaia di persone ed il sonno ai sopravvissuti. Non esiste più un domani per i vicoli e le strade cittadine. Non esistono i buongiorno o gli scuri delle finestre che prendono luce al mattino. La fatale azione della natura ha fermato in un attimo soltanto gli impegni e gli sforzi di cittadini, paesani e villeggianti di Amatrice come delle altre località che di colpo si sono trovate ad essere nelle prime pagine dei quotidiani mondiali. Sono archeologici gli strati di macerie e crolli che nascondono le vite e trattengono infiniti oggetti di vita quotidiana. Le stanze, privati antri di intimità, sono ora aperte sulla valle svelando le proprie ricchezze chiuse in precari mobili dinanzi a quadri e calendari fermi per sempre al 24 agosto 2016. Si trattiene il respiro ed un silenzio imprecisato viene interrotto dal brusio di calcina ed intonaci che si sgretolano al vento, come se di colpo il tempo abbia cominciato una corsa contro se stesso trascinando confusamente i riferimenti precedenti fatti di tetti, comignoli, insegne e profumi di cucina. Ora si scivola tra le travi e le pareti collassate, si scava nella abbrutita materia che un tempo proteggeva ed ora copre; la scoperta dovrebbe essere la vita ma ormai sono solo speranze infrante a venire alla luce. I blocchi si lanciano e le macchine alzano travi. Non è così che doveva finire questo agosto 2016 non è così che doveva iniziare l’autunno. Il presidente del consiglio arrampicandosi sulle parole ha definito questo dramma come il frutto di un imprecisato medioevo … come se la colpa fosse da imputare a un millennio circa di urbanesimo e di cultura.
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Ma il medioevo è altro, come altre erano in origine le tipologie architettoniche presenti in quei paesi e villaggi. Non si può non valutare come un evento drammatico pieno di concause e concatenato da piccole azioni che hanno disossato spesso l’integrità delle singole case. I piccoli abusi, le tracce per i condizionatori, i fori per le stufe ed i maledetti tetti trasformati in mansarde hanno accelerato ciò che nel medioevo era prevedibile e spesso arginato da solai in stramineo, legno e cenere. Ricordiamo, ad esempio, che la porzione di volta della cattedrale di Assisi crollata nel 1997 era gravata da una costolatura posticcia in cemento armato. Dobbiamo ragionare in termini di vivibilità e sicurezza dei luoghi, dobbiamo avere il coraggio di lasciare i paesi pericolosi e, nel rispetto di chi ora non è più tra noi, trasformare i siti devastati in luoghi della memoria. L’impegno della ricostruzione portò negli anni cinquanta i migliori pianificatori urbanisti a riprogettare la Cassino bombardata nella piana, tralasciando completamente ciò che avanzava del borgo medioevale di San Germano e che era venuto giù non per un terremoto ma per la vile azione dei bombardamenti americani. Se Cassino- San Germano fosse stata lì nel 1980 e nel 1984 sarebbe venuta giù. Una buona scelta di settant’anni fa ancora ha i suoi frutti. Del resto si è perso il fascino delle origini e la città è progressivamente cresciuta senza identità ma negli anni a venire, speriamo, si potrà sempre provvedere attraverso scelte giuste dettate da urbanisti contemporanei ed europei ! Tornando in Sabina teniamo a mente che ricostruire le piccole frazioni è pur sempre possibile perchè è più semplice ridistribuire gli spazi di suolo edificabile e creare i servizi essenziali. Per ricostruire una cittadina complessa ed articolata come Amatrice si deve tener conto di tante azioni preliminari all’innalzamento del primo singolo muro: è impossibile ripristinare la rete fognaria, la rete del gas e le linee elettriche e telefoniche. Bisognerebbe riprogettarle e con esse le stesse case chiaramente in modo antisismico ricominciando dalle fondazioni. E con ciò ritorna l’archeologia.

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L’abitato di Amatrice, definito in antico e per ovvi motivi orografici “Summa Villarum”, sottintende almeno 25 secoli di storia ed attività umane. Scavare per ricostruire è svelare di colpo tale patrimonio che, per giuste e sacrosante leggi, va tutelato. Quindi riaprire ciò che oggi è stratigraficamente sigillato, potrebbe portare ad una non felice corsa contro il tempo. Chi scrive ben comprende i legami immateriali e sentimentali che fanno propendere al ricostruire dove era e come era. Chi scrive è perennemente smosso da quel sentimento innato che è il “genius loci” ma non può non pensare che possa esistere un’altra via di fuga. Amatrice, e con essa gli altri centri, possono mantenere l’orgoglio di appartenere ad una terra unica e preziosa che talvolta ferisce chi la abita. Gli abitanti di tali territori dovrebbero prendere consapevolezza che tale crocevia di confine, venne abitata dai Sabini con un sistema di villaggi sparsi definiti “pagus” che confluivano periodicamente in zone di scambio e culto. Non vi sono mai stati, per la chiara vocazione territoriale, grossi centri, se non Rieti. Si dovrebbero ridistribuire le zone edificabili, attuare dei piani regolatori che tengono conto delle valutazioni storiche, archeologiche, geologiche e pedologiche. Si dovrebbe ridare forza alle province che per anni hanno gestito le viabilità ora al collasso pre e post sisma. In tal senso, le future aree ruderali dovrebbero poter raccontare ciò che la natura inconsapevole ha causato e l’uomo incosciente ha accelerato. Ricordando come un “memento perpetuo” cosa non fare mai più.

Dante Sacco

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