Evidenze dalla Groenlandia, la legge del dominio di Trump e l’Europa in pezzi
25 Gennaio 2026Attualità – Rientrata la minaccia degli Usa di punire con dazi aggiuntivi gli Stati Ue che hanno ‘osato’ inviare militari in Groenlandia, scatenando l’ira di Donald Trump, l’Ue è è pronta ad archiviare, a sua volta, le contromisure che aveva ventilato. Lo strumento anticoercizione, ribattezzato ‘bazooka‘ anche se comporta tempi lunghi ed è concepito più che altro come deterrente, non verrà attivato. “Non lo vedo accadere”, conferma un alto funzionario Ue. Ecco dunque un nuovo passo indietro della timida UE, che nel suo reiterato e consolidato ruolo di sottomissione alla protezione statunitense – che poi protezione non è bensì “presa di potere” sul Vecchio Continente post 1945 da parte americana, resa ancor più brutalmente attuale dall’ambizione di Trump, rischia davvero di perdere ed estinguersi definitivamente in voci e proclami inascoltati. L’UE è alla frutta: l’affaire Groenlandia è solo la punta apicale di una legge di dominio che, ormai, domina la geopolitica internazionale, ad est come ad ovest. In questo contesto già internazionalmente destabilizzato, i latini vi applicherebbero un’estensione della loro locuzione “ ubi maior minor cessat”, tradotta letteralmente, significa «dove vi è il maggiore, il minore decade». Il significato completo può essere così descritto: «in presenza di quel che possiede più potere o importanza, chi ne ha meno perde la propria rilevanza». Tradotto nella geopolitica odierna dominata dal nuovo Principe machiavelliano Trump, tale assioma potrebbe declinarsi infelicemente così “In presenza della superpotenza USA, l’UE sparisca dalla Storia”.
La Groenlandia come pretesto: Trump, l’Europa e il ritorno della legge del più forte
La rinnovata aggressività della postura americana nei confronti dell’Europa, incarnata dalla figura di Donald Trump e dalla sua disinvolta evocazione dell’annessione o dello sfruttamento diretto della Groenlandia, segna un passaggio politico inquietante che va ben oltre la boutade diplomatica o la provocazione elettorale. Essa rappresenta, piuttosto, il sintomo di un mutamento profondo: il ritorno esplicito a una logica di potenza che considera alleanze, diritto internazionale e sovranità come variabili secondarie rispetto all’interesse nazionale inteso nella sua forma più brutale e predatoria.
L’idea che gli Stati Uniti possano “prendere” la Groenlandia – territorio autonomo sotto sovranità danese e quindi parte integrante dello spazio europeo – non è soltanto un insulto politico a un alleato storico, ma una dichiarazione di principio. Trump non parla da alleato, ma da potenziale dominus. La Groenlandia, nella sua visione, non è una comunità umana con diritti, storia e istituzioni, bensì una piattaforma strategica: un’enorme portaerei naturale nel cuore dell’Artico, ricca di risorse minerarie e cruciale per il controllo delle nuove rotte commerciali e militari aperte dallo scioglimento dei ghiacci.
Questa visione non è nuova nella storia americana, ma con Trump perde ogni mediazione retorica. Non c’è più il velo del multilateralismo, né il linguaggio della cooperazione transatlantica. C’è solo la legge del più forte, pronunciata con la brutalità di un magnate immobiliare che tratta territori e popoli come asset da acquisire. È un approccio che richiama più l’Ottocento imperialista che l’ordine liberale postbellico di cui gli Stati Uniti si sono a lungo (falsamente) proclamati garanti.
Ma se la postura di Trump appare cinica, arrogante e pericolosa, ancora più allarmante è la risposta europea: debole, frammentata, quasi inesistente. Di fronte a un’ipotesi che tocca direttamente la sovranità di uno Stato membro e l’equilibrio strategico del continente, l’Unione Europea si è mostrata ancora una volta incapace di parlare con una voce sola e, soprattutto, di farsi rispettare. Le reazioni si sono limitate a dichiarazioni formali, a richiami generici al diritto internazionale, senza alcuna credibile minaccia politica o strategica a sostegno.
Questa impotenza non è casuale. È il risultato di decenni di rinuncia alla dimensione del potere. L’Unione Europea ha costruito se stessa come un gigante normativo e un nano geopolitico, confidando che il commercio, le regole e la “soft power” fossero sufficienti a garantire sicurezza e influenza. Ma il mondo che emerge oggi – e che Trump interpreta senza ipocrisie – è un mondo in cui la forza militare, il controllo delle risorse e la capacità di deterrenza tornano centrali.
Sul piano militare, l’Europa paga un prezzo altissimo alla sua dipendenza strutturale dagli Stati Uniti. Senza la NATO – e dunque senza Washington – l’UE non è in grado di difendere efficacemente nemmeno i propri confini, figuriamoci territori strategici come l’Artico. Gli eserciti europei sono sottofinanziati, frammentati, privi di una catena di comando unitaria e di una visione strategica comune. La tanto evocata “autonomia strategica europea” resta uno slogan vuoto, buono per i discorsi ufficiali ma privo di traduzione concreta.
Trump lo sa bene, e agisce di conseguenza. La sua aggressività non nasce dalla forza, ma dalla percezione della debolezza altrui. Un’Europa incapace di difendersi, divisa al suo interno e paralizzata da veti incrociati, diventa un soggetto negoziale irrilevante, quando non un semplice spazio da sfruttare. In questo senso, la Groenlandia è solo un caso emblematico: oggi è l’Artico, domani potrebbero essere le infrastrutture digitali, le catene energetiche o le rotte commerciali.
Il vero scandalo, dunque, non è soltanto ciò che Trump dice o minaccia di fare, ma ciò che l’Europa accetta tacitamente di essere: un continente ricco, ma politicamente inoffensivo; prospero, ma strategicamente indifeso. Finché l’Unione continuerà a delegare la propria sicurezza a potenze esterne, non potrà sorprendersi se queste potenze inizieranno a trattarla non come un partner, ma come un territorio di interesse.
La vicenda della Groenlandia dovrebbe essere uno spartiacque. O l’Europa comprende che la sovranità, nel XXI secolo, si difende anche con la forza e la credibilità militare, oppure dovrà rassegnarsi a essere spettatrice del proprio ridimensionamento. Trump, con la sua brutalità, non fa altro che mettere a nudo una verità scomoda: nel mondo reale, chi non è in grado di difendersi finisce per essere trattato come una preda.
Il vertice di Davos ha visto una svolta formale nella disputa: Trump ha annunciato che non procederà con l’imposizione dei dazi programmatie che un “quadro di un futuro accordo” con la NATO, negoziato con il segretario generale Mark Rutte, sarà il nuovo terreno di discussione per la Groenlandia e la regione artica più in generale.
Da un punto di vista formale, la rinuncia ai dazi potrebbe essere vista come un gesto di de-escalation. Tuttavia, i termini stessi in cui Trump ha descritto l’intesa — vaghi, non dettagliati e accompagnati dall’enfasi sulla supremazia americana — suggeriscono più un riposizionamento tattico che una rinuncia alla pressione strategica. L’accordo “per sempre” di cui Trump parla è più un’affermazione retorica che una sostanza negoziale definita, e lascia aperta la possibilità di future forme di pressione politica e militare.
Le implicazioni per l’Unione Europea: potenza economica, autonomia strategica e dipendenza militare
La reazione europea a questa crisi è stata caratterizzata da una rarissima unità istituzionale, con l’Unione Europea e l’alleanza NATO che hanno manifestato coesione contro le pressioni di Trump. Tuttavia, questa compattezza non deve essere letta come prova di una capacità autonoma dell’UE di influenzare gli equilibri globali: essa è piuttosto una risposta emergenziale di fronte a una provocazione diretta, e non un segnale di reale autonomia strategica europea.
La debolezza di fondo dell’Europa è grave e strutturale. Nonostante il suo enorme peso economico come mercato e produttore di tecnologie avanzate, essa resta dipendente dagli Stati Uniti per la sicurezza collettiva e la deterrenza militare. La NATO, presieduta de facto dagli interessi americani, è una copertura difensiva che lascia ai paesi europei un ruolo subalterno nella definizione delle priorità strategiche. Anche alla luce di questa crisi, non esiste alcuna forza militare europea in grado di difendere autonomamente territori lontani, né un apparato decisionale europeo capace di definire e attuare una politica di difesa coerente senza l’ombrello statunitense.
Conclusione: verso un nuovo equilibrio o verso l’egemonia della legge del più forte?
La crisi groenlandese rappresenta più di un fermento diplomatico: è un test critico per l’efficacia dell’ordine internazionale basato su norme, alleanze e cooperazione multilaterale. Essa dimostra che, in assenza di una potenza europea coerente e autonoma, l’Unione Europea rischia di essere trascinata nel gioco di potere di attori statunitensi sempre più assertivi e meno vincolati da regole condivise. Il ritiro dei dazi annunciato a Davos non risolve la questione di fondo: se non si costruisce una struttura di sicurezza europea veramente autonoma — dotata di capacità militari, strumenti economici difensivi e una strategia geopolitica coerente — l’Unione continuerà a oscillare tra la subalternità e la reattività episodica, senza mai affermarsi come protagonista nel nuovo ordine globale.
(foto realizzata con IA)
Yari Lepre Marrani
(Saggista, giornalista culturale e scrittore. Su l’Avanti! cura una rubrica di carattere storico, ed è redattore del Centro Studi Machiavelli e di Notizie Geopolitiche. Marrani è anche poeta: da settembre 2023 tra i poeti contemporanei di WikiPoesia (https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani) e la sua ultima silloge poetica, I canti di un pellegrino, è uscita a dicembre 2024 ed è stata candidata al Premio Strega Poesia 2025. La silloge poetica ha avuto anche numerosi positivi giudizi critici da diversi quotidiani come l’Unione Sarda.(https://www.unionesarda.it/cultura/i-canti-di-un-pellegrino-errante-per-il-mondo-ege282op). ylepmarr@gmail.com)


