Viaggio nel girone infernale della sanità cassinate

Viaggio nel girone infernale della sanità cassinate

11 Settembre 2026 0 Di redazione

Luca Cassetta è un medico immunologo che lavora all’estero. Per far visita alla famiglia della moglie, originaria di Aquino, si è trovato a vivere suo malgrado un’esperienza che lo ha portato a confrontarsi con la sanità cassinate. L’esperienza vissuta è raccontata in una amara lettera che pubblichiamo integralmente.

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Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai all’Ospedale di Cassino, che la diritta vi(t)a (la mia) era quasi smarrita.

Inizio la mia avventura nei meandri della sanità italiana con un passo dantesco, proprio perché nelle ultime settimane mi sono sentito un Dante che visitava inferno, purgatorio e paradiso a pochi giorni di distanza.

Vivo all’estero da ormai quasi 15 anni. Ho avuto modo di apprezzare le cose che funzionano fuori dall’Italia, ma anche quelle che mi mancano del mio Paese. E la sanità italiana, sembrerà strano, era una di quelle: pubblica, gratuita, accessibile a tutti. Non una cosa scontata.

Purtroppo, ho dovuto constatare a mie spese che il sistema sanitario ha anche lacune e contraddizioni profonde, e questo mi ha rattristato molto.

Il primo girone: gli ignavi

La mia disavventura inizia il 25 luglio scorso, quando avverto un fortissimo mal di gola unilaterale a sinistra e la sensazione di avere un corpo estraneo in gola che non riesco a inghiottire.

Preciso di avere una preparazione medica, con un dottorato in immunologia, e di poter distinguere, almeno per la mia esperienza, un semplice mal di gola da qualcosa di più serio.

Mi reco al pronto soccorso di Cassino nella notte del 25 luglio. Come mi aspettavo, la sala d’attesa è colma di persone che, come me, necessitano di essere visitate.

Il personale del triage mi visita e mi prende due provette di sangue. Aspetto.

La situazione peggiora: non riesco a deglutire e lentamente perdo la voce. Parlo in modo strano, come se la mia voce vibrasse in maniera anomala. Non riesco a stare nella sala d’attesa, tremo per cause ignote. Mi fanno entrare nella sala triage e mi fanno sedere su una sedia.

Sento chiaramente una persona del triage commentare: «Ma non ha un cazzo quello».

Dopo diverse ore finalmente mi sposto in una delle medicherie, dove posso “parlare” — non avevo più voce — con uno dei medici di turno.

Spiego la sensazione di corpo estraneo, l’anormalità del dolore e la sua localizzazione. Il medico sembra, a mio avviso, completamente disinteressato all’ascolto. Mi fa un’iniezione di antidolorifico e mi manda a casa, dandomi appuntamento con l’otorino per il lunedì.

La cosa che più mi colpisce è che, secondo quanto ricordo, non mi guarda neppure in bocca per valutare se si tratti di faringite o di altro, anche solo per esclusione.

Esco dall’ospedale e leggo la diagnosi: laringite, praticamente un semplice mal di gola.

Basito, torno a casa.

Iniziano le 48 ore più difficili: febbre, incapacità a deglutire e una sempre più evidente sensazione di soffocamento. Non dormo. Rimango comunque fiducioso: ho visto un dottore e mi ha detto di non preoccuparmi. Magari mi sto solo impressionando.

Un breve salto in paradiso: i salvatori

Finalmente arriva il lunedì mattina e riesco a vedere gli specialisti.

Non mangiavo da circa due giorni e avevo bevuto sì e no 50 millilitri di liquidi dal sabato precedente.

Si accorgono che la situazione è grave dopo aver cercato invano di raggiungere la gola con la fibra ottica e mi mandano urgentemente a fare una TAC con contrasto.

I medici si scandalizzano nel realizzare che sia stato mandato a casa il sabato notte. Anche io lo ero.

Di nuovo in purgatorio

Dopo aver cercato di chiedere quando potessi entrare, aspetto almeno quattro ore prima di poter fare la TAC urgente.

A quel punto sono seduto a terra fuori dal reparto di radiologia del pronto soccorso, senza forze, disidratato e con poche speranze che qualcosa si muova.

Finalmente riesco a fare la TAC. Ora devo smaltire il liquido di contrasto. Mi suggeriscono di bere molta acqua. Spiego a gesti che non riesco neppure a ingerire la mia saliva.

Mi fanno uscire e mi dicono di cercare qualcuno che possa farmi una flebo.

Esco e cerco di orientarmi nel caos delle persone che popolano il pronto soccorso. Devo imparare in fretta a capire come approcciare le persone e chi.

Provo con la medicheria: mi mandano via. Provo a chiedere al personale con le maniche gialle: sono operatori sociosanitari e non si occupano di questo. Provo con il personale dalle maniche blu: sono infermieri, ma troppo occupati per ascoltarmi.

Mi sento invisibile mentre le persone accanto a me sfrecciano a 100 all’ora. Ma io devo fare una flebo: il mio corpo sta cedendo.

Mi infilo a forza dentro la “stanza rossa”, dove vedo dei lettini e del personale. Mi ascoltano e accettano di farmi una flebo.

Che fatica.

Ora almeno sono su un lettino, mi stanno somministrando una soluzione per la reidratazione e anche del cortisone.

Finita l’infusione esco dalla stanza rossa e torno ad aspettare.

Il pronto soccorso è incredibilmente saturo. Ci sono persone ovunque, lettini nei corridoi, persone a terra, situazioni che, per la loro drammaticità, mi sembrano uscite da un film di guerra.

Durante le ore di attesa assisto indirettamente alle dinamiche che si creano dentro questo posto: persone che necessitano di attenzione medica, estremamente frustrate per l’attesa, che cercano di chiedere informazioni a personale medico altrettanto frustrato per l’enorme quantità di persone che affollano il pronto soccorso.

Una ricetta perfetta per il disastro. Un loop infinito che si ripete.

Le ore passano. Cerco di comunicare con la mia famiglia, ma il cellulare si sta scaricando. Non ci sono prese di corrente nei corridoi. Devo per forza uscire nella sala d’attesa e sperare che le uniche due prese siano libere.

Con un orecchio sempre teso per sentire se chiamano il mio nome: non voglio perdere il turno e aspettare altre quattro ore.

Si ritorna all’inferno

Mi metto vicino alla medicheria di riferimento, anche solo per sentire se parlano del mio caso.

Sento il medico parlare con alcuni colleghi al telefono di me:

«Sì, allora il paziente ha un grave ascesso alla faringe. Ora dobbiamo spostarlo d’urgenza o a Frosinone o a Roma».

Molto preoccupato, chiamo mia moglie, che riesce a entrare e a parlare con il medico della medicheria. Io non ho la voce.

Il medico conferma che la TAC evidenzia un ascesso “importante” alla gola e che devo andare d’urgenza in un ospedale dove possano drenarlo.

Chiediamo perché non possa essere fatto direttamente lì. Ci viene risposto che quel tipo di interventi non viene eseguito in quell’ospedale. Devono trasferirmi d’urgenza a Roma.

A questo punto inizio a preoccuparmi seriamente per la mia vita. I miei sospetti erano fondati.

Una breve ricerca su internet con il cellulare per capire quanto grave possa essere un ascesso parafaringeo non mi tranquillizza per nulla.

Ricevo il primo antibiotico per via endovenosa intorno alle 17 di lunedì 27, quasi 39 ore dopo essermi recato per la prima volta al pronto soccorso.

Il referto della TAC recita: «Si evidenzia pressoché completa obliterazione della colonna aerea laringea».

Non ci vuole una preparazione medica per capire la gravità della situazione: se non miglioro in poche ore, penso, potrei morire soffocato.

Dopo diverse ore arriva l’ambulanza con un personale che considero veramente qualificato. Mi mettono a mio agio e, vista la situazione, a bordo c’è un medico per il trasferimento, nel caso le mie condizioni peggiorino durante il tragitto.

Arrivo all’Ospedale Umberto I di Roma in serata. Anche qui il pronto soccorso è stracolmo.

Essendo un codice urgente, mi visitano quasi subito. Un’équipe di otorini scende dal reparto e mi sottopone a una visita con la fibra ottica.

L’ascesso, durante il tragitto, si è aperto e sta drenando. Un’ottima notizia.

L’otorino procede quindi con una procedura urgente: con le dita “spreme” l’ascesso per ridurre la pressione. Non so se fosse la prassi o una conseguenza dell’emergenza, ma sento immediatamente sollievo. Riesco a deglutire e a pronunciare qualche parola.

Mi spostano in OBI, l’Osservazione breve intensiva, mi somministrano antibiotici per via endovenosa e passo la notte lì.

Almeno sembra che il peggio sia passato.

Il giorno dopo gli otorini controllano nuovamente le mie condizioni e confermano che l’ascesso sta drenando. Ora necessito di alte dosi di antibiotici endovena per un periodo prolungato.

Il team medico decide di rimandarmi all’ospedale di appartenenza, Cassino, per continuare la terapia antibiotica.

Nel pomeriggio di martedì torno quindi in ambulanza a Cassino, entrando direttamente nell’area del pronto soccorso dove avevo trascorso quasi tutto il giorno precedente.

Di nuovo all’inferno

Dopo la solita attesa entro in medicheria e incontro lo stesso medico che, il sabato precedente, mi aveva mandato a casa.

Mi si gela il sangue e mi sale una rabbia acuta.

Spiego la situazione e gli faccio presente che il sabato prima mi ero recato al pronto soccorso, senza, a mio giudizio, ricevere una valutazione adeguata.

Secondo il mio racconto, il medico si limita a ricordare di avermi comunque indirizzato all’otorino per il lunedì successivo, senza considerare la gravità che, alla luce degli accertamenti successivi, aveva assunto il mio quadro clinico.

Dopo aver spiegato la mia avventura tra lunedì e martedì, inizia una discussione dai toni accesi sul motivo per cui fossi tornato all’ospedale di appartenenza e sul perché l’ospedale di Roma mi avesse rimandato.

Il medico, secondo quanto riferisco, vorrebbe mandarmi a casa e farmi tornare il giorno successivo.

Stanco, frustrato e sinceramente anche incazzato, mi oppongo con decisione e ricevo il supporto dell’infermiera che assiste il medico nella medicheria.

Rimango e ricevo le cure necessarie.

L’infermiera, gentilissima, mi procura una barella per la notte nel corridoio e, prendendomi da parte, mi dice che ho fatto la cosa giusta:

«Questi qui non ci capiscono un cazzo».

Rassicurante.

Passo la notte nel corridoio. Non ricevo alcun trattamento antibiotico.

La mattina successiva la storia si ripete: medicheria, medico di turno e infermieri.

Mi vengono fatte domande che trovo allucinanti: «Che dosaggio di antibiotico ti stanno dando?», «Dimmi il nome dei farmaci».

Informazioni che, mi chiedo, non dovrebbero essere già presenti nelle cartelle cliniche.

Mi rifiuto di fornire informazioni di questo tipo: verificate voi.

E poi accade il miracolo

Vengono a sapere che sono un immunologo e che lavoro in ambito medico.

Tutto a un tratto, da ultimo degli ultimi divento il “caro collega” e tutti iniziano a trattarmi come avrei dovuto essere trattato fin dall’inizio: come un paziente che necessita di cure.

In quel particolare contesto, essendo a rischio vita, ammetto di aver utilizzato strategicamente questa informazione per poter uscire da quel posto con le mie gambe.

Mi trasferiscono in OBI, mi danno un letto, ho finalmente un bagno e posso anche lavarmi.

Che lusso.

A quel punto la situazione si stabilizza. Ricevo trattamenti ogni otto ore per quasi una settimana.

Le regole e i dettagli

In quel reparto, anche se in misura minore, valgono le stesse leggi che regnavano nel pronto soccorso.

A ogni cambio turno devi capire se lo staff sia amichevole oppure ostile. Devi identificare le persone di riferimento alle quali chiedere informazioni e quelle da evitare.

Si dà un’attenzione quasi ossessiva al rispetto degli orari di ingresso dei parenti, dove veniamo aggrediti verbalmente se mia moglie, ovviamente preoccupata, cerca di vedermi anche fuori dall’orario ufficiale.

Le regole sono regole e, ci mancherebbe altro, vanno rispettate.

Andrebbero però rispettate anche alcune regole sanitarie basilari, come quella di non consentire a un infermiere di utilizzare una sigaretta elettronica nell’area dove vengono preparati i farmaci da somministrare per via endovenosa ai pazienti.

Oppure evitare di passare nei corridoi del reparto, a fine turno, alle 11 di sera, cantando a squarciagola Nino D’Angelo mentre i pazienti devono trascorrere un’altra notte lì dentro.

Ma sono dettagli…

L’esperimento con ChatGPT

Per concludere questa storia, da buon ricercatore scientifico, ho fatto un esperimento.

Ho posto a ChatGPT la seguente domanda:

“Un adulto di 45 anni, uomo, si reca al pronto soccorso con dolore alla gola unilaterale sinistra, non ha tonsille, rimosse da piccolo, ha difficoltà a ingerire e a parlare. Quali possono essere le cause?”.

L’algoritmo ha elaborato la risposta per 27 secondi e ha indicato, tra le possibilità, la necessità di una valutazione ORL urgente e il sospetto di un ascesso parafaringeo.

Naturalmente ChatGPT non è un medico e non può sostituire una valutazione clinica. Ma l’esperimento mi ha fatto riflettere.

Un abbonamento a ChatGPT Pro costa circa 20 euro al mese; un medico gettonista, secondo dati e condizioni che andrebbero verificati, può arrivare in alcuni casi a percepire cifre molto elevate per una singola giornata di lavoro.

Forse la ASL di Frosinone dovrebbe farsi due conti in tasca.

Salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.