Il socialismo e l’Ue. Da Craxi alla necessità di un grande leader carismatico europeo
27 Marzo 2026 0 Di redazioneDall’Italia – La figura di Bettino Craxi si colloca come uno snodo decisivo nella lunga e complessa storia del Partito Socialista Italiano, una storia che attraversa oltre un secolo di trasformazioni ideologiche, conflitti interni e tentativi di adattamento alla modernità politica. Per comprendere davvero la portata del craxismo, è necessario partire dalle origini del PSI, nato nel 1896 a Genova come espressione delle istanze del movimento operaio e contadino, in un contesto segnato dall’industrializzazione incipiente e dalla marginalità politica delle classi subalterne.
Il socialismo italiano delle origini era profondamente eterogeneo: riformisti, rivoluzionari, massimalisti convivevano in una tensione permanente tra gradualismo e rottura. La scissione comunista del 1921, con la nascita del Partito Comunista d’Italia, segnò una prima frattura storica, accentuata poi dalla repressione fascista. Dopo la caduta del regime, il PSI tornò protagonista nella ricostruzione democratica, ma rimase a lungo schiacciato tra la forza organizzativa dei comunisti e l’egemonia centrista della Democrazia Cristiana.
In questo quadro emerge la figura di Pietro Nenni, protagonista assoluto della fase postbellica. Nenni incarnò il tentativo di tenere insieme l’identità socialista con una strategia di alleanza con il PCI, nella stagione del cosiddetto “frontismo”. Tuttavia, con il mutare degli equilibri internazionali e interni, egli fu anche l’artefice di una svolta significativa: l’apertura ai governi di centro-sinistra negli anni Sessanta. Questa scelta segnò l’ingresso del PSI nell’area di governo e rappresentò un primo, importante passo verso una modernizzazione riformista, pur tra ambiguità e contraddizioni.
È però con l’ascesa di Craxi alla segreteria nel 1976 che il PSI compie una trasformazione radicale. In un momento di crisi profonda — elettorale, identitaria e organizzativa — Craxi comprese che il partito rischiava l’irrilevanza, schiacciato tra un Partito Comunista Italiano ancora forte e una Democrazia Cristiana dominante. La sua intuizione fu duplice: da un lato, rompere definitivamente il legame di subalternità culturale e politica nei confronti del comunismo; dall’altro, costruire un socialismo autonomo, moderno, europeo.
Craxi operò una revisione profonda dell’identità socialista, recuperando la tradizione riformista europea e reinterpretandola in chiave nazionale. La sua azione non fu soltanto organizzativa, ma anche simbolica: il PSI venne rifondato come forza di governo, capace di parlare non solo al mondo del lavoro tradizionale, ma anche ai ceti medi emergenti, ai professionisti, a una società in trasformazione. In questo senso, Craxi fu il primo leader socialista italiano a comprendere pienamente il passaggio dalla società industriale a quella post-industriale.
Un elemento centrale della sua visione fu l’Europa. Craxi si inserì nel solco del socialismo democratico europeo, dialogando con figure come François Mitterrand e Felipe González, e sostenendo con forza il processo di integrazione comunitaria. Per Craxi, l’Europa non era soltanto un progetto economico, ma un orizzonte politico capace di garantire autonomia strategica rispetto alle grandi potenze. In questo senso, la sua visione anticipava temi oggi centrali, come la necessità di una sovranità europea condivisa.
È in questa chiave che va letto l’episodio di Sigonella del 1985, uno dei momenti più emblematici del suo governo. Di fronte alla richiesta degli Stati Uniti di prendere in consegna i responsabili del dirottamento della nave Achille Lauro, Craxi oppose un fermo rifiuto, rivendicando la sovranità italiana. Lo scontro con l’amministrazione di Ronald Reagan rappresentò un gesto di straordinaria rilevanza politica: per la prima volta, un leader italiano affermava con decisione l’autonomia nazionale nei confronti dell’alleato americano.
Sigonella divenne così il simbolo di una politica estera più assertiva, ma anche di una concezione dell’Europa come soggetto politico capace di emanciparsi dalla tutela statunitense. In questo senso, l’episodio conserva ancora oggi una forte attualità. L’Europa contemporanea, pur economicamente integrata, continua infatti a mostrare limiti significativi sul piano della sovranità strategica, spesso subordinata agli interessi e alle decisioni degli Stati Uniti. La lezione craxiana suggerisce invece la necessità di un equilibrio più maturo e paritario nei rapporti transatlantici.
Naturalmente, la figura di Craxi resta controversa, soprattutto alla luce delle vicende giudiziarie che segnarono la fine della sua carriera politica. Tuttavia, una valutazione storica equilibrata non può prescindere dal riconoscimento dei suoi meriti nel rilanciare il PSI e nel ridefinire il ruolo del socialismo italiano. Egli trasformò un partito in declino in una forza centrale del sistema politico, capace di esprimere una leadership forte e una visione coerente.
In conclusione, Craxi rappresenta il punto di approdo di una lunga evoluzione del socialismo italiano: dalle origini movimentiste e frammentate, passando per la stagione nenniana del riformismo incompiuto, fino a una piena assunzione di responsabilità di governo in chiave europea. La sua eredità, al di là delle ombre, continua a interrogare il presente, soprattutto su un punto cruciale: la capacità dell’Europa di essere davvero autonoma e protagonista nel mondo.
Se si guarda al socialismo europeo contemporaneo, emerge con evidenza una tensione irrisolta tra adattamento alle strutture esistenti e capacità di trasformarle radicalmente. Dopo la fine della Guerra fredda e il progressivo esaurirsi delle grandi narrazioni ideologiche novecentesche, molti partiti socialisti hanno smarrito quella funzione propulsiva che li aveva resi protagonisti della costruzione democratica e sociale dell’Europa. In numerosi casi, essi si sono limitati a gestire l’esistente, accettando vincoli economici e istituzionali senza riuscire a incidere realmente sulle dinamiche profonde delle disuguaglianze e della rappresentanza.
Un caso particolarmente significativo è quello della Spagna guidata da Pedro Sánchez. Il leader socialista ha certamente introdotto elementi di discontinuità rispetto alle stagioni precedenti: politiche di aumento del salario minimo, maggiore attenzione ai diritti civili, una certa capacità di costruire coalizioni progressiste in un contesto politico frammentato. Tuttavia, anche l’esperienza spagnola mostra i limiti strutturali entro cui oggi si muovono le forze socialiste europee. Le politiche redistributive, pur significative, restano spesso circoscritte e condizionate da vincoli esterni, mentre le grandi questioni – dalla precarizzazione del lavoro alla trasformazione tecnologica, fino alle nuove disuguaglianze territoriali – richiederebbero strumenti di intervento ben più incisivi.
Il punto centrale è che il socialismo europeo si trova oggi a operare all’interno di un quadro istituzionale che ne limita profondamente l’azione. L’Unione Europea, pur rappresentando un’esperienza storica senza precedenti di integrazione, ha progressivamente assunto una fisionomia tecnocratica, nella quale le decisioni fondamentali appaiono sempre più distanti dai cittadini. La gestione delle crisi – economiche, migratorie, geopolitiche – ha spesso evidenziato una carenza di visione politica e una difficoltà strutturale nel coniugare solidarietà e interesse comune.
In questo contesto, si pone con urgenza la questione di una rifondazione dell’idea stessa di Europa. Non si tratta semplicemente di riformare le istituzioni esistenti, ma di immaginare un nuovo spazio politico capace di esprimere una sovranità condivisa fondata sui popoli, e non esclusivamente su meccanismi burocratici. Una tale prospettiva implica anche la possibilità di pensare a forme di cooperazione e integrazione che vadano oltre, o se necessario aggirino, gli attuali assetti dell’Unione.
La costruzione di un’entità europea forte, infatti, non può prescindere da una mobilitazione politica e sociale dal basso. I popoli europei, nelle loro diverse articolazioni nazionali, dovrebbero riscoprire una capacità di iniziativa autonoma, capace di incidere realmente sui processi decisionali. Questo significa anche ripensare il ruolo dei partiti socialisti, chiamati a tornare ad essere strumenti di organizzazione e rappresentanza, e non semplici ingranaggi di sistemi istituzionali già dati.
Una tale prospettiva comporta inevitabilmente un ripensamento dei rapporti internazionali dell’Europa. La persistente dipendenza strategica da potenze esterne evidenzia una fragilità che non è soltanto militare o economica, ma anche politica e culturale. Senza una reale autonomia, l’Europa rischia di restare un attore secondario nello scenario globale, incapace di difendere i propri interessi e, soprattutto, i propri modelli sociali. E ciò rivelerebbe la presenza di un grande “scandalo storico”, il più grande a cavallo tra XX e XXI secolo.
Il socialismo contemporaneo, se vuole recuperare una funzione storica, deve dunque confrontarsi con questa sfida: ricostruire un progetto europeo che non sia soltanto un mercato o un insieme di regole, ma una comunità politica fondata su giustizia sociale, partecipazione democratica e autonomia strategica. In assenza di questo sforzo, il rischio è quello di una progressiva irrilevanza, nella quale le forze socialiste finiscono per essere percepite come incapaci di offrire alternative credibili.
In definitiva, il nodo decisivo resta quello della sovranità: chi decide, in nome di chi e con quali strumenti. Senza una risposta chiara a questa domanda, ogni tentativo di rinnovamento rischia di restare incompiuto. La storia del socialismo europeo insegna che le sue stagioni migliori sono state quelle in cui ha saputo coniugare visione e conflitto, riformismo e trasformazione. Ritrovare questo equilibrio è la condizione necessaria per affrontare le sfide del presente e del futuro.
Mai come oggi l’Europa ha necessità di un leader socio – politico carismatico forte, che emerga rapidamente dal coacervo di leader deboli che oggi calcano il palcoscenico europeo, per imporsi sugli altri Stati al fine ideale prima che geopolitico di concretizzare, con estrema forza morale e caratteriale e grande coraggio, l’audace sogno di un Europa dei popoli che progressivamente si affermi come autentica potenza geopolitica.
Yari Lepre Marrani
Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e poeta. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico – giuridiche. Sull’Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG(Notizie Geopolitiche). Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell’AMI(Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora da anni con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani“.



