I giovani non sono il futuro. Sono il presente che non stiamo usando

I giovani non sono il futuro. Sono il presente che non stiamo usando

27 Aprile 2026 0 Di Dante Sacco

C’è un momento, nella vita di un paese, in cui qualcuno smette di aspettare. Non per impazienza, non per arroganza, ma perché ha imparato, nel corpo, nella pratica quotidiana, nel contatto diretto con le strade e con le facce, che aspettare è già una forma di abbandono. Daniel Bergamo, ventitré anni, studente magistrale in Psicologia, cresciuto ad Arnesano, è uno di quelli che ha smesso di aspettare. Non rumorosamente. Con la tenacia silenziosa di chi ha capito che il cambiamento si costruisce a strati, come la terra, come la pietra, come la memoria collettiva di un luogo che vuole restare vivo.

Daniel, da dove inizia la tua storia con Arnesano,  non quella anagrafica, ma quella civica?

Inizia da un progetto che si chiama Pianeta Giovani 2023, e da una persona che ha cambiato il modo in cui guardavo il territorio. Il Servizio Civile Universale ti mette davanti a qualcosa che non avevi preventivato: non attività da organizzare, non eventi da allestire, ma persone da ascoltare davvero. E ascoltare davvero, lo capisci subito, è una competenza rara, faticosa, che richiede allenamento. Anna Solazzo è stata la guida in quell’allenamento. Non ci ha insegnato a gestire un progetto. Ci ha insegnato a leggere un bisogno prima che diventi una richiesta.

Cosa vuol dire, concretamente, «ascoltare il territorio»? Non è una formula retorica?

No, non lo è, o meglio, può diventarlo se rimane slogan. Ma nel momento in cui sei fisicamente presente in un’associazione, in una piazza, in un parco come il Rione Riesci, e vedi che cosa accade o non accade in quello spazio, allora smette di essere retorica e diventa metodologia. Il territorio parla attraverso le sue assenze: i giovani che non trovano dove stare, gli anziani che non trovano chi li ascolti, gli spazi pubblici che si degradano perché nessuno li ha pensati come luoghi di relazione. Psicologia e urbanistica, in questo senso, si parlano. Il bisogno di appartenenza non è un bisogno astratto: si materializza in un campo di calcetto accessibile, in una panchina in cui sedersi, in un’associazione che non ti usa ma ti forma.

Diálogos. Raccontaci da dove nasce e perché il nome.

Nasce da una resistenza. Dal rifiuto di lasciar evaporare quello che avevamo costruito insieme durante il Servizio Civile: le reti con le associazioni, la fiducia guadagnata con i cittadini, la sensazione concreta che i giovani, quando vengono messi in condizione di agire, agiscono. Diálogos, dal greco diá-logos, il ragionamento che attraversa, è un’associazione nata per non fermarsi, per continuare a mettere i giovani al centro non come destinatari passivi di iniziative, ma come soggetti attivi della vita comunitaria. Il nome è un programma. Il dialogo come metodo, come etica, come forma di governo del conflitto che non cancella le differenze ma le abita.

La tua formazione in Psicologia. Come entra in gioco nella visione civica?

Entra in modo strutturale, non decorativo. La psicologia delle comunità ci insegna che il senso di appartenenza non è un lusso sentimentale: è una variabile determinante del benessere individuale e collettivo, della coesione sociale, della capacità di un gruppo di affrontare le crisi senza dissolversi. Quando un giovane lascia Arnesano non è necessariamente perché non trova lavoro, spesso è perché non trova riconoscimento. Non trova spazi in cui essere preso sul serio, in cui le proprie competenze abbiano valore, in cui il contributo sia visibile. La politica, se vuole essere buona politica, deve capire questo meccanismo. Deve costruire contesti in cui le persone non siano consumatrici di servizi, ma co-produttrici di comunità.

Lo sport come leva di inclusione: sembra un luogo comune. Come lo intendi tu?

Sembra un luogo comune quando è gestito male, quando è solo una bandiera da sventolare nelle inaugurazioni. Ma vissuto, e io lo sport lo vivo, fisicamente, negli spazi di questo paese, è qualcosa di preciso e non retorico: è il luogo in cui il corpo si misura con un altro corpo senza che ci sia di mezzo il reddito, il cognome, la storia familiare. Il parco di Rione Riesci non è solo un’area verde: è un’infrastruttura identitaria. Uno spazio in cui i ragazzi di Arnesano si riconoscono, si scontrano, si alleano. Valorizzarlo significa capire che l’identità comunitaria si forma anche lì, nel sudore, nel gioco, nella regola condivisa. E che uno spazio curato comunica rispetto, rispetto per chi lo usa, rispetto per il fatto che quei ragazzi meritano un contesto degno.

C’è una parola che ricorre nel tuo racconto: «restituire». Cosa intendi restituire, e a chi?

Restituire ad Arnesano le opportunità che Arnesano mi ha dato, attraverso le persone che mi hanno formato e gli spazi che mi hanno contenuto. Ma c’è un rovescio critico in questa parola che mi preme mettere in chiaro: restituire non significa essere grati e zitti. Significa che si riceve qualcosa, fiducia, formazione, responsabilità, e la si rimette in circolo, non la si capitalizza privatamente. La politica giovanile fallisce quando trasforma i giovani in risorsa da estrarre: li usa per campagne, per immagini, per riempire liste, e poi li mette da parte. Io mi candido con una pretesa esplicita: che la partecipazione giovanile non sia un’estetica elettorale. Che sia struttura, metodo, potere condiviso.

Un messaggio diretto ai giovani di Arnesano che non votano, o che non ci credono più.

Capisco il disincanto. È razionale, è persino onesto. Ma l’astensione non è neutralità: è una scelta che lascia il campo a chi già ce l’ha. Il circolo virtuoso della partecipazione si attiva solo se si entra nel circolo. Non vi chiedo di credere ciecamente, vi chiedo di portare il vostro sguardo critico dentro il processo, non fuori. Perché fuori siete ugualmente determinanti, ma senza voce. E un paese che perde la voce dei suoi giovani non è un paese che riposa, è un paese che si consuma.

Daniel Bergamo parla con la precisione di chi ha imparato a leggere i bisogni prima ancora di saper formulare le soluzioni. Non promette, non celebra, non si esalta. Descrive: il parco, la rete, l’associazione, l’ascolto come pratica quotidiana. C’è qualcosa di ostinatamente concreto in questo modo di stare nella politica, qualcosa che si oppone, per struttura interna, alla retorica del giovane-risorsa, del giovane-speranza, del giovane-futuro. I giovani non sono il futuro, ha detto a un certo punto, abbassando la voce con un’inflessione che sembrava quasi un atto di correzione. Sono il presente che non stiamo usando. E il presente, si sa, non aspetta.

«Partecipare è un circolo virtuoso. Facciamolo per tutti.»