Consegnata all’arcivescovo di Chieti la cittadinanza onoraria di Pignataro Interamna

7 gennaio 2010 0 Di redazione

L’arcivescovo Metropolita di Chieti, Lanciano e Vasto ha ricevuto oggi la cittadinanza onoraria del comune di Pignataro Interamna il piccolo comune della provincia di Frosinone, dove ha trascorso l’età della giovinezza.
In tanti, oggi pomeriggio hanno accolto monsignor Bruno Forte, il quale ha sostato in preghiera nella chiesa parrocchiale del S.S.mo Salvatore. Nella sede comunale, poi, ha ricevuto la cittadinanza onoraria.
In questo territorio suo papà aveva terreni custoditi da coloni della comunità di Pignataro.
Le relazioni di familiarità amicizia e stima nel tempo si sono conservate e rafforzate. Lo stesso don Bruno è tornato tante volte a pregare, celebrare e consumare agapi molto affettuose tra gli amici del suo papà e della sua mamma, accolto sempre con gioia e ammirazione per i suoi studi teologici e per la grande umanità.
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L’intervento integrale dell’Arcivescovo
1. L’importanza di ascoltare le vere domande
“Perché è importante porsi in ascolto delle domande vere, di quelle, cioè, che non sono ripetizione di quanto già sei o conosci, ma vengono a te dall’altro, Ultimo o penultimo che sia? È l’altro,in realtà, a rivelare te a te stesso, perché è lui che “ti permette di essere te stesso facendo di te uno straniero” : con la sua differenza, l’altro ti consente di scorgere il profilo della tua identità sullo sfondo oscuro della differenza. In questo senso, l’altro estraneo a noi stessi, ci abita sempre, da sempre: l’Altro ultimo e sovrano, come l’altro prossimo e immediato. Siamo “ostaggi dell’altro” (Emmanuel Levinas). Lo rivela l’ambivalenza stessa del linguaggio dell’estraneità: ad esempio, il greco xenos, come il latino hospes, dice tanto lo straniero, quanto l’ospite, addirittura significato in latino anche col termine hostis, ospite, straniero e nemico al tempo stesso. Siamo, in realtà, tutti stranieri sulla terra che pure ci ospita, pellegrini in questo mondo: paroikoi, attendati nel cammino della vita.
È per questo che ciascuno ritrova se stesso in quanto scopre l’altro, riconoscendosi altro dall’altro: proprio così l’io si percepisce, tale in quanto rivolto all’altro, accogliente dell’altro. L’alterità dell’altro è lo stimolo a scoprire l’identità del medesimo. Perciò, la prima parola di ogni essere umano è quella lanciata a chi gli/le ha dato vita: non “io”, ma l’altro che mi accoglie. Siamo, dunque, debitori di noi stessi all’altro, così da poter affermare che la diversità dell’altro, se accolta, ci genera alla verità di noi stessi, se rifiutata, evidenzia una condizione di alienazione. La ragione profonda di questa forza salutare, esercitata su ognuno di noi dall’altro, sta nel fatto che la vita è tutta una lotta con la morte, dove la sola arma efficace è la domanda, quella appunto che l’altro, il nuovo, il diverso suscita in noi: “Il mio nome – scrive Jabès, filosofo ebreo testimone del pensiero nomade – è una domanda e la mia libertà è nella mia propensione alle domande” .
È nella potenza dell’interrogazione, nell’apertura che l’altro suscita in noi verso il nuovo e diverso da noi, che si rivela la trama di un’originaria, comune appartenenza, di un misterioso grembo materno, sorgivo e sempre fecondo di vita, da cui ci sentiamo insieme generati: “Mi hai donato il giorno perché non potevi donarmi se non ciò che sei. / Madre, mi hai donato i giorni della mia morte. / Da allora, vivo e muoio in te / che sei amore. / Da allora, rinasco dalla nostra morte” . L’interrogazione, che spinge oltre la soglia della nostra solitudine, è in grado di farci continuamente rinascere grazie al misterioso legame che essa segnala con l’origine di tutto ciò che esiste, con lo sfondo misterioso su cui si stagliano le esistenze nel mondo: proprio così essa è il dono, il pegno e la ferita dell’altro, ospite e “hostis” al tempo stesso. L’accoglienza delle domande vere, di quelle che ci vengono dall’altro e straniero, diventa allora rigenerazione di sé, costruzione di un essere umano più autentico per colui che le accoglie. In questo coraggio di lasciarci interrogare dalla verità delle domande, è Dio stesso – come dice Jabès – ad avere “in permanenza libero accesso a casa mia” . Perciò, la Lettera ai cercatori di Dio, appena pubblicata dalla Commissione Episcopale per la dottrina della Fede, l’Annuncio e la Catechesi, proponendosi come uno strumento per il primo annuncio, non poteva che partire dalle domande, quelle che ci fanno tutti pellegrini e cercatori dell’Altro.
2. L’importanza di passare dalla domanda all’incontro ospitale, oltre la semplice materialità del testo. Testimoni del mistero che si affaccia nella domanda che ci viene dall’altro, straniero e ospite, tutti possiamo fare esperienza della fecondità dell’incontro, che non cancelli le differenze, ma le stimoli nella reciprocità. In verità, resistere all’oblio della differenza è il dono dell’ascolto vivo dell’altro, come invece a favorire l’oblio è il dramma della scrittura. Lo aveva compreso già Platone nella memorabile critica della scrittura, contenuta nella parte finale del Fedro, lì dove insiste sul fatto che la scrittura non è un “farmaco della memoria” e non ne sostituisce le funzioni. La scrittura è, semmai, un mezzo per richiamare alla memoria conoscenze che si sono già apprese per altra via e perciò essa parla veramente “a chi già sa” le cose su cui verte. Il vero ed autentico mezzo di comunicazione non è la scrittura, bensì l’insegnamento, il quale costituisce una prerogativa dell’oralità. Gli scritti non sono in grado di rispondere a nessuna domanda che venga posta loro; essi vanno nelle mani di tutti e non sono in grado di scegliere coloro ai quali si deve parlare e coloro per i quali bisogna invece tacere.
Il libro, insiste Platone, “ha sempre bisogno dell’aiuto del padre, perché non è capace di difendersi e di aiutarsi da solo” . La scrittura è come un “gioco” rispetto all’impegno di serietà che l’oralità implica. Ed è ancora Platone a dire che è filosofo colui che è in grado di venire in soccorso ai suoi scritti mostrandone la debolezza, “sulla base di quelle cose di maggior valore che non ha messo per iscritto”, quelle che sono veramente importanti . Proprio perciò, quando viene scritta, la parola – resistenza all’oblio, nata dall’oralità e custodita dalla musicalità del parlato – abita nel suo altro e lo stimola. Da parte sua, la scrittura, ospitando la comunicazione orale e ripresa in essa, può riscattarsi dal suo limite originario e divenire anch’essa una forma di resistenza all’oblio delle differenze. Scrive ancora Jabès: “Tu ne trouveras pas, Lecteur, dans cet album de chansons, ma préférée. Elle se cache ailleurs, dans le vent dorant tes cils. Ce regard qu’elle aère… Il faut bien qu’une fois endormi, tu entendes ma chanson…” .
Quando il lettore avrà riconosciuto nella scrittura la resistenza all’oblio, la memoria del nascosto, allora la stessa scrittura gli restituirà se stesso, come un dono dell’altro, dello straniero che nel canto lo ha visitato e lo abita: “Je ne suis pas le chantre de la nuit. Je suis où tu ris, ton rire; là où tu pleures, la guêpe émerveillée de tes larmes. Tout le suc du monde sur tes lèvres. Il faut bien qu’une fois réveillé, tu chantes ma chanson…” . La scrittura ricordando salva solo quando entra nel dialogo vivo della trasmissione orale, della testimonianza diretta, perché così educa a resistere all’oblio dell’umano che è in noi, che noi siamo e ritroviamo riconoscendoci nell’altro, straniero, ospite, fino ad amarlo come nostro fratello in umanità, uniti davanti al Mistero. È quanto questo Convegno – centrato sulla Lettera ai cercatori di Dio – vuole approfondire, segnalando appunto come l’ascolto delle domande vere, coniugato all’annuncio del kérygma in quel testo, possa diventare condivisione dell’incontro con Cristo se lo scritto sarà sottratto alla sua solitaria esistenza e troverà un padre – madre che lo presenti, lo faccia oggetto di dialogo, di reciproco ascolto, di amicizia”.