Viterbo: manufatti in terracotta come nel 500 a.C., Mastro Cencio e le tradizioni Falisce

Viterbo: manufatti in terracotta come nel 500 a.C., Mastro Cencio e le tradizioni Falisce

17 Aprile 2021 Off Di Ermanno Amedei

Ha raccolto il testimone degli antichi Falisci e, a distanza di oltre due millenni, continua a realizzare vasellame in terracotta e a decorarlo esattamente come lo facevano loro.

Vincenzo Dobboloni noto come Mastro Cencio

Vincenzo Dobboloni, 62 anni, è noto come Mastro Cencio e a Civita Castellana, terra su cui hanno prosperato i Falisci fin dal V Secolo avanti Cristo. “Fin dal neolitico – dichiara Dobboloni ad Agenzia Nova si produceva vasellame con tecniche che si andarono perfezionando con l’arrivo di greci il cui incontro con i villanoviani fece nascere Faleri un secolo prima di Roma”.

Mastro Cencio, oltre ad essere un apprezzato e noto artigiano artista, tanto da meritarsi uno show room addirittura al Louvre di Parigi, è un attento studioso della storia della sua terra. Nelle sue ricerche ha ricostruito minuziosamente le pratiche di lavorazione della terracotta, ma anche le vicende che caratterizzarono le popolazioni di un territorio ricco di acqua e di tufo, una pietra che si scava facilmente e permetteva di realizzare insediamenti nelle pareti dei profondi dirupi che già all’epoca caratterizzavano tutta l’area a nord di Roma.

IIDM
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“L’abitato sul pianoro attualmente occupato di Civita Castellana si ingrandiva perché qui il tufo, acqua, argilla e legna permetteva di fare forni e di conseguenza lavorare vasellame di ogni genere”. La tradizione non si è mai interrotta e la zona dell’agro falisco che comprende Civita Castellana, Nepi, Castel Sant’Elia, Fabrica di Roma, Corchiano resiste e mantiene alto il buon nome della prodizione. Non più vasellame ma oggetti sanitari inteso come articoli sanitari e stoviglieria. Gli anni ’80 furono anni d’oro, “poi arrivano i piatti di carta – dice Dobboloni – e le produzioni straniere molto più economiche”.

Avrebbe voluto studiare e diventare archeologo data la grande passione per la storia della sua terra che però ha trovato un’altra canalizzazione nell’arte e nella sua bottega scavata nel tufo a pochi passi da forte San Gallo o fortezza Borgiana a Civita Castellana. Produce esattamente con le stesse tecniche, gli stessi materiali raccolti nei corsi d’acqua della zona, gli stessi colori fissati poi mediante affumicatura usati oltre due millenni fa. “Scavavo l’argilla e la sceglievo a seconda del tipo di lavoro che volevo realizzare.

Il fiume Treia fornisce un sacco di materiale, dalla sabbia per impasti con cui realizzare statue, all’argilla per il vasellame. Dalla scelta dei materiali all’impasto, fino alla sagomatura, alla cottura e poi alla decorazione “bisogna conoscere ogni fase finanche nella storia, e nei motivi per cui si fa così e non in un’altra maniera”. Così riproduce fedelmente ogni tipo di manufatto, dal vasellame alle statue, proprio come facevano i suoi avi perché, ne è sicuro, le sue origini sono falisce. Le copie dei vasi più prestigiosi che realizza sono perfetti perché “non lascio nulla al caso; ogni dettaglio è fedele, dai colori che realizzo io con materiale raccolto in zona, alla cottura, finanche agli strumenti”.

Ci mostra la sua ‘arma’ artistica più potente: un pennello realizzato con un aculeo di istrice che fa da manico, a cui lega all’estremità un baffo di lepre come setola. “Permette delle rifiniture uniche. Se intinto nel colore, si poggia l’estremità libera del baffo o setola su una superfice e gli si imprime pressione, quando si solleverà lascerà sulla superfice una spirale perfetta. E’ uno strumento indispensabile per realizzare l’interno degli occhi o le narici dei volti”. Anche i soggetti dipinti sono ovviamente fedeli riproduzioni, frutto di studio accurato e di contestualizzazione del disegno nella giusta epoca del manufatto disegnato.

Precisione e meticolosità che lo hanno reso celebre in tutto il mondo. Nella sua bottega arrivavano, prima del covid, in particolare americani e nord europei e il Louvre a Parigi gli aveva dedicato un piccolo spazio espositivo in cui vendere i suoi oggetti. Una somiglianza ai manufatti storici, quelli che arricchivano le tante sepolture cannibalizzate dai tombaroli nel corso dei secoli, che gli porterebbe anche dei guai se ogni sua opera non fosse dotata di certificato di non autenticità. In una circostanza, alcuni anni fa, un giovane ha avuto l’idea di entrare nel suo negozio e fotografare il pezzo pregiato esposto ma che non era in vendita. “E’ un grande cratere falisco a Volute del tutto simile ad un manufatto risalente al IV Secolo avanti Cristo solo che è di dimensioni diverse dall’originale”. Quel ragazzo postò quella foto su una vetrina on line in cui vendeva oggetti e finì in una indagine condotta dai carabinieri del Tutela patrimonio culturale (Tpc) che indicò la bottega di Mastro Cencio come il luogo in cui era il cratere. “Un giorno bussano i carabinieri e mi chiesero del manufatto. Glielo mostrai, e nonostante capito la situazione, lo dovettero sequestrare per poi rendermelo dopo due anni a indagine chiusa”. In tanti cercano pezzi originali ma lui è fermamente convinto che tutto ciò che viene ritrovato nei siti archeologici debba stare in un museo. “A casa deve stare solamente le copia”. Oltre all’aspetto morale, perché si sottrae alla collettività un pezzo storico per chiuderlo in una casa, “non si rischia con la Legge, si spende di meno dato che un vaso Etrusco originale costerebbe 500 mila euro al tombarolo; uno ben fatto e fedele tra in 4 e i 5 mila euro e la bella figura è assicurata lo stesso potendolo mostrare agli ospiti senza alcun timore”. In epoca Covid anche la sua attività ha avuto rallentamenti.

“Prima venivano a trovarmi da ogni parte del mondo -dice-, oggi il flusso di stranieri è stato azzerato”, ma Mastro Cencio si è adattato alle esigenze. “Non lo avrei mai detto, ma le sfere di Natale in terracotta e decorate hanno avuto un successo strepitoso”. Un successo dovuto al fatto che, tutte le sfere “sono originali ed anche personalizzate” ma anche perché, forse, perché destinate al mercato locale, quindi senza la necessità di infrangere i divieti anti Covid per andare a comprarli. Una tradizione, quella che mantiene viva Mastro Cencio, che rischia di scomparire dato che i giovani non sembrano attratti dalla prospettiva di imparare. “La prima cosa che chiedono, ancora prima di cominciare, è quanto prenderanno di paga”.

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