ROSSO TARANTO
17 Maggio 2026Il rosso è sempre stato Taranto, prima che qualcuno lo scegliesse come colore della decorazione. Rosso il sangue di Bakary Sako, uomo in bicicletta, uomo che pedalava nella notte con la sola colpa di essere vivo, ammazzato per noia da sei ragazzi figli di questa città come lo sono i capannoni dell’ex ILVA e la polvere che scende nei polmoni come un secondo destino. Un altro morto a Taranto: e il barista ha chiuso la porta.

Il rosso è sempre stato Taranto, prima che qualcuno lo scegliesse come colore della decorazione. Rosso il sangue di Bakary Sako versato sull’asfalto di una città che di morti ne ha visti tanti, per via del ferro e del fumo, per via della polvere che scende nei polmoni come un secondo destino, e che forse per questo ha imparato a guardare dall’altra parte con la stessa naturalezza con cui si guarda il mare quando non si ha niente da dirgli. Rosso il sangue di un uomo in bicicletta, uomo che pedalava dentro la notte con la sola colpa di essere vivo e nero in una città dove sei ragazzi hanno deciso che quella combinazione, vita, nerezza, bicicletta, era inaccettabile, o forse semplicemente noiosa da guardare senza fare niente. Sei. Non uno, non la follia solitaria di un singolo che la società scarterà come caso clinico e archiverà tra le anomalie. Sei ragazzi tarantini, figli di questa città come lo sono i fondali avvelenati del Mar Piccolo, come lo sono i capannoni dell’ex ILVA che ancora fumano o fingono di non fumare, come lo sono i colori rossi che qualcuno ha steso sui muri dei quartieri, rossi, sì, rossi apposta, rossi per confondere, per dire guarda qui, guarda il colore, non guardare la polvere sottile che ti entra nelle narici e non ha colore né nome né responsabile, sei ragazzi che hanno trovato nel corpo di un uomo innocente il modo di affermare che esistono. Che sono presenti. Che la noia ha un peso e quel peso si scarica su chi non può difendersi.

Questa è la violenza più antica, la più codarda: quella che sceglie il bersaglio non per ciò che ha fatto ma per ciò che è. Che non argomenta né odia con passione ma con il tedio meccanico di chi ha troppo tempo e troppo poco senso. Bakary Sako non aveva fatto niente. Pedalava. Esisteva. Ed è bastato. E il barista ha chiuso la porta. Questo è il dettaglio che non si cancella, che rimane come una scheggia sotto la pelle del racconto: il barista che caccia fuori il ragazzo ferito, che chiude la serranda della propria piccola sovranità privata davanti alla pubblica tragedia. “Nel mio privato non entri la pubblica tragedia. Non entri il sangue, non entri il corpo che crolla, non entri l’uomo che muore perché io ho un locale, ho una licenza, ho una reputazione da tenere e il sangue fa macchie sui pavimenti e le macchie allontanano i clienti”.

La sua non è malvagità: è peggio, è calcolo, è la geometria fredda del sopravvivere che in certe città diventa filosofia, prassi, stile di vita refrattaria. Taranto insegna quella geometria da decenni: come stare nella stanza accanto al disastro e non chiamarlo col suo nome. Come respirare la diossina e non respirarla. Come vivere accanto all’altoforno e chiamarlo lavoro, destino, necessità, mai veleno, mai colpa, mai scelta di qualcuno che ha deciso che la vita di quella gente valeva meno del margine di profitto. Il barista è un sintomo, non un’eccezione. È la città che impara, nel tempo, a mettere il proprio privato al riparo dalla tragedia collettiva. Ed è precisamente per questo che la tragedia collettiva non finisce mai. Ma Taranto non è solo questo, e chi lo dice tradisce la città una seconda volta. Taranto è anche la rabbia rossa, questa sì rossa davvero, rossa di vita e non di sangue, di altra gente, gente di mare e di porto e di campo o di fabbrica, gente che ha respirato la stessa polvere e non ha mai pensato, nemmeno una volta, di rovesciarla addosso a un uomo in bicicletta. Gente che sa cos’è la fatica e per questo riconosce la dignità altrui come propria. Gente che si incazza, che scende in piazza, che scrive sui muri, sugli stessi muri dipinti di rosso bugiardo, i nomi di chi non c’è più. Questa gente esiste, è reale, è maggioranza silenziosa e furiosa, ed è offesa due volte: dal crimine e dall’indifferenza istituzionale che seguirà come segue sempre, puntuale e uguale a se stessa. Bakary Sako è morto a Taranto. Un altro morto a Taranto. Un’altra storia infame che la città dovrà portare come porta tutto il resto: l’ILVA, il SIN, i tumori, i bambini con le mascherine, i risarcimenti che non arrivano, le bonifiche che non iniziano, le promesse che si depositano sui davanzali come polvere rossa, fine, persistente, impossibile da rimuovere del tutto. Il rosso di Taranto non è quello dei muri sovradipinti. È quello che nessun barista vuole sul pavimento del proprio locale. È quello che sei ragazzi hanno versato per noia. È quello che sale in gola a chi in questa città vuole ancora bene, nonostante tutto, e non riesce a smettere.



